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Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

Posted on 31 maggio 2017

La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.

Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.

Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. Buona lettura. [Perez Gallo e Simone Scaffidi]


Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

di Emiliano Terán Mantovani

Caracas, aprile 2017

Non è possibile comprendere l’attuale crisi in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”, e che non vengono spiegate nel complesso dai principali mezzi di comunicazione. Abbiamo individuato sette chiavi di lettura della crisi attuale che mostrano come non sia possibile comprendere quello che sta accadendo in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero e che il concetto di “dittatura” non spiega né il caso venezuelano, né può considerarsi una specificità regionale di questo paese. Constatiamo a sua volta che il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo, e che il futuro e le linee politiche nel contesto attuale si stanno definendo attraverso la via della forza e una buona dose di meccanismi informali, eccezionali e sotterranei. Sosteniamo che l’orizzonte condiviso dei due blocchi dei partiti che rappresentano il potere è neoliberale, che siamo di fronte a una crisi storica del capitalismo venezuelano della rendita e che le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale.

L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.

Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.

Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.

Presentiamo di seguito sette chiavi di lettura per comprendere tale contesto, analizzando non solo la disputa tra governo e opposizione, ma anche i processi che si stanno sviluppando nelle istituzioni politiche, nel tessuto sociale, nelle trame economiche, tenendo in considerazione le complessità del neoliberismo e dei regimi di governo nel Paese.

I. Non è possibile comprendere quello che succede in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero

Il ricco e ampio insieme di ciò che chiamiamo “risorse naturali” del Paese; la posizione geo-strategica; l’iniziale sfida alle politiche del Consenso di Washington; l’influenza in merito all’integrazione regionale dei Paesi latinoamericani; così come le alleanze con la Cina, la Russia o l’Iran; attribuiscono al Venezuela una notevole importanza in termini geopolitici. Tuttavia, ci sono settori intellettuali e dell’informazione che cercano continuamente di nascondere le fluide dinamiche internazionali che incidono e determinano il divenire politico del Paese, tra le quali si distinguono la costante azione d’intervento del Governo e i diversi poteri de facto degli Stati Uniti.

A questo proposito tali settori s’incaricano dunque di ridicolizzare la critica all’imperialismo e presentano il Governo Nazionale come l’unico attore di potere in gioco in Venezuela, e per questo unico apparato al quale rivolgere qualsiasi interpellanza politica.

Nondimeno, dall’instaurazione della Rivoluzione Bolivariana è cresciuta l’intensità dell’interventismo statunitense in Venezuela, che si è rafforzato ed è divenuto più aggressivo all’indomani della morte del presidente Chávez (2013), del declino del ciclo progressista e della restaurazione conservatrice in America Latina. Vale la pena ricordare l’Ordine Esecutivo firmato da Barack Obama nel marzo del 2015 nel quale si dichiarava che il Venezuela veniva considerato una minaccia inconsueta e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti – “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States”[1]. Sappiamo già cosa è accaduto ai paesi che sono stati catalogati in questa maniera dalla potenza del nord.

Attualmente, oltre alle dichiarazioni minacciose del capo del Comando Sud degli Stati Uniti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd (6 aprile 2017), che ha affermato che la “crisi umanitaria” in Venezuela potrebbe obbligare a portare avanti una risposta regionale – “The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’[2] –, e di fronte all’evidenza dell’aggressività della politica estera di Donal Trump con il recente bombardamento della Siria, il Segretario Generale della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Luis Almargo, ha manifestato, insieme ad altri paesi della regione, la volontà di applicare la Carta Democratica per avviare un processo di “ritorno alla democrazia” nel Paese.

Gli ideologi e gli operatori mediatici della restaurazione conservatrice nella regione si mostrano molto preoccupati per la situazione relativa ai Diritti Umani in Venezuela, però nelle loro analisi non riescono a spiegare perché, stranamente, non si stia facendo nessuno sforzo sovranazionale dello stesso tipo per contrastare la spaventosa crisi dei Diritti Umani in paesi come il Messico e la Colombia. A questo proposito, sembra che l’indignazione morale sia relativa e che preferiscano stare in silenzio.

Sia dunque per ragioni di premeditazione politica o di ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali ignorando le relazioni di potere geopolitiche che li costituiscono e che sono parte della loro propria natura. Da una parte si assiste a una lettura paranoica di tutte le operazioni promosse da questi organismi globali, dall’altra, molto diversa, c’è un’interpretazione meramente procedurale della loro azione, che ignora i meccanismi di dominazione internazionale, nonché il controllo dei mercati e delle risorse naturali regolate attraverso tali istituzioni di governance globale e regionale.

C’è ancora una cosa importante da aggiungere. Se parliamo di interventismo, non possiamo solo parlare degli Stati Uniti. In Venezuela sono presenti crescenti forme di interventismo cinese per quanto riguarda la politica e le misure economiche che si sono andate prendendo, ciò porta a una perdita di sovranità, a un incremento della dipendenza nei confronti della potenza asiatica e a processi di flessibilizzazione economica.

Una parte della sinistra ha preferito stare in silenzio di fronte a queste dinamiche, visto che sembra che l’unico intervento che valga la pena segnalare è quello statunitense. Entrambe le vie di ingerenza straniera però si stanno sviluppando per favorire l’accumulazione capitalista transnazionale e l’appropriazione di “risorse naturali”, e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.

II. Il concetto di “dittatura” non spiega il caso venezuelano

Praticamente dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana si è accusato il Venezuela di essere una “dittatura”. Questo concetto continua a essere oggetto di ampio dibattito nella teoria politica, in relazione al fatto che, soprattutto in quest’epoca globalizzata, è stato messo in discussione dalle trasformazioni e dalla complessità raggiunta dai regimi e dagli esercizi di potere contemporanei. Per questa ragione la sua definizione è ricca di omissioni e imprecisioni.

La dittatura normalmente è associata a regimi politici o forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza limitazioni, in una sola persona o in un suo gruppo di riferimento; c’è un assenza nella divisione dei poteri; un’assenza di libertà individuali, di libertà nei partiti, di libertà d’espressione; e inoltre in più occasioni il concetto è stato definito in maniera confusa come “il contrario della democrazia”.

Il termine “dittatura” in Venezuela è stato inoltre utilizzato e massificato nel gergo mediatico in maniera abbastanza superficiale, viscerale e in una forma moralizzate, definendolo praticamente come una sorta di specificità venezuelana, e distinguendo così gli altri paesi della regione, dove in teoria sarebbero presenti regimi “democratici”.

La questione è che in questo momento difficilmente possiamo affermare che in Venezuela tutto il potere sia concentrato senza limitazioni nelle mani di una sola persona o di un gruppo ad essa legata, e questo perché nel Paese agisce sì una mappa di attori, certo molto gerarchizzata, e anche frammentata e volatile – soprattutto dopo la morte del presidente Chávez –, ma continuano a esistere differenti blocchi di potere che possono allearsi o stare l’uno contro l’altro e che contribuiscono a far vacillare la dicotomia governo-opposizione.

Nonostante esista un governo con una componente militare importante, con crescenti espressioni di autoritarismo e con una considerevole capacità di centralizzazione, lo scenario risulta decisamente movimentato. Non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso e tra i gruppi di potere in disputa c’è un certo equilibrio. Detto ciò, il conflitto potrebbe andare fuori controllo, rendendo ancora più caotica la situazione.

Il fatto che l’opposizione venezuelana controlli la Assemblea Nazionale, guadagnata con forza attraverso la via elettorale, dimostra inoltre che prima di una mera assenza della divisione dei poteri, siamo di fronte a una disputa tra loro, che fino ad ora è stata favorevole alla combinazione Esecutivo-Giudiziario.

Prima poi di parlare di un regime politico omogeneo, bisogna considerare la presenza di una vasta rete di forze in conflitto. La metastasi della corruzione contribuisce a decentralizzare ancora di più l’esercizio del potere, o meglio, rende ancora più complicato da parte del potere costituito centralizzare il potere.

Ciò che invece ha a che vedere con l’antico concetto romano di dittatura è che in questo contesto il Governo nazionale sta governando per mezzo di decreti e misure speciali all’insegna di un dichiarato “stato di eccezione”, ufficializzato all’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica, l’incremento della delinquenza, del paramilitarismo e l’avanzata sovversiva dell’opposizione, numerose mediazioni istituzionali e processi democratici sono stati messi da parte. Si distaccano per la loro gravità le politiche securitarie come la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), ovvero interventi che prevedono l’impiego diretto dei corpi di sicurezza dello Stato in differenti territori del Paese (nelle zone rurali, urbane e nei quartieri periferici) per “combattere la malavita”, e che normalmente commettono un considerevole e irritante numero di omicidi; il blocco del referendum per la revoca presidenziale; la sospensione delle elezioni governative del 2016 senza tuttavia aver chiarito quando si realizzeranno in futuro; l’aumento della repressione e degli eccessi della polizia di fronte al malcontento sociale prodotto dalla situazione del Paese; e l’incremento dei processi di militarizzazione, in particolare nelle zone di frontiera e nelle aree dichiarate “risorse naturali strategiche”.

Questa è la mappa politica che, insieme alle diverse forme di intervento straniero, configura lo scenario della guerra a bassa intensità che attraversa praticamente ogni ambito della vita quotidiana dei venezuelani. Ed è questo il contesto nel quale le libertà individuali, l’opposizione e la pluralità dei partiti, la convocazione e la realizzazione di manifestazioni, e le espressioni di dissenso e critica attraverso i media, prendono forma in quella che chiamiamo democrazia in Venezuela.

III. In Venezuela il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo

Se c’è qualcosa che potrebbe considerarsi una specificità del caso venezuelano è che il contesto socio-politico attuale è lacerato, profondamente corrotto e decisamente confuso. Abbiamo sostenuto che nel Paese siamo di fronte a una delle crisi istituzionali più dure di tutta l’America Latina [3], riferendoci così all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche e politiche che tra le altre contribuiscono a definire la Repubblica venezuelana.

La crisi storica del modello di accumulazione della rendita del petrolio, le metastasi della corruzione nel Paese, le aspre vulnerabilità del tessuto sociale a partire dal “periodo neoliberale” e in particolare dal 2013, e la intensità degli attacchi e degli scontri politici, hanno fatto cadere nel loro insieme le istanze delle istituzioni formali di tutti gli ambiti della società, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali sulla via di meccanismi informali, sotterranei e illegali.

In ambito economico, la corruzione si è trasformata in un meccanismo trasversale, motore della distribuzione della rendita del petrolio, concentrando enormi somme di denaro e mettendole a disposizione della discrezionalità di pochi, e svuotando così le basi dell’economia formale della rendita. Questo è accaduto in maniera determinante con PDVSA[4], la principale industria del Paese, così come con fondi strategici come il Fondo Cinese-Venezuelano e con numerose imprese nazionalizzate.

Il collasso dell’economia formale ha fatto sì che in pratica l’informalità diventasse uno dei motori di tutta l’economia nazionale. Le fonti di opportunità sociale, sia in termini di ascensione sociale che di possibilità di maggiori introiti, si trovano spesso attraverso quello che viene chiamato il “bachaqueo” dei prodotti alimentari (il commercio illegale, ad altissimo prezzo, diretto al mercato nero) [5] o attraverso altre forme di commercio nei differenti mercati paralleli: di denaro, di medicine, di benzina, ecc.

In ambito politico-giuridico, lo stato di diritto non è riconosciuto e rispettato dai principali attori politici, che non solo si disconoscono mutuamente ma ricorrono ad azioni politiche estreme, disposti a tutto per vincere l’uno sull’altro. Il Governo nazionale affronta quella che considera le “forze nemiche” con misure d’eccezione e sensazionalismo, mentre i gruppi più reazionari dell’opposizione effettuano violente azioni di vandalismo, scontro e assalto ccontro le infrastrutture. In questo scenario lo stato di diritto è venuto meno in maniera considerevole, rendendo più vulnerabile la popolazione venezuelana.

Ogni giorno che passa regna una maggiore impunità, che si è diffusa a tutti i settori della popolazione. Ciò fa sì che la corruzione attecchisca ancor di più, sembrando inarrestabile, e che la popolazione come conseguenza non si aspetti più nulla dal sistema di giustizia e tenda sempre più a esercitare giustizia con le proprie mani.

Il collasso del contatto sociale fa crescere nella popolazione tendenze del tipo “si salvi chi può”. C’è poi da considerare che la frammentazione del potere ha contribuito al generarsi, al crescere e al potenziarsi di diversi poteri territoriali, come ad esempio i “sindicatos mineros”, che controllano con le armi le miniere d’oro dello Stato di Bolívar, o come le bande criminali che dominano intere aree di Caracas come El Cementerio o La Cota 905[6].

Il contesto descritto dimostra, niente più e niente meno, che il futuro e le definizioni politiche dell’attuale situazione del Paese stanno definendosi in grande misura attraverso la via della forza.

IV. La crisi di lungo periodo del capitalismo venezuelano della rendita (1983-2017)

Il drastico calo dei prezzi internazionali del greggio è stato determinante nello sviluppo della crisi venezuelana, ma non è l’unico fattore che spiega tale processo. Dagli anni ’80 ci sono stati crescenti sintomi di affaticamento del modello di accumulazione basato sull’estrattivismo petrolifero e sulla distribuzione della rendita che questo estrattivismo genera. La fase attuale di caos dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto del contesto economico degli ultimi 30 anni nel Paese. Perché?

Varie ragioni lo spiegano. Circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante o extra-pesante. Si tratta del tipo di greggio economicamente più costoso e che richiede il maggior uso di energia e l’utilizzo di lavorazioni addizionali per poter essere commercializzabile. La redditività del principale business del Paese dunque è in costante calo rispetto al passato, quando prevalevano tipi di petrolio più convenzionali. Tutto ciò avviene mentre allo stesso tempo il modello esige sempre più guadagni legati alla rendita e una quantità sempre maggiore di investimenti sociali, non solo per venire incontro alle esigenze crescenti di una popolazione che continua ad aumentare.

La iper-concentrazione della popolazione nelle città (più del 90%) favorisce l’uso della rendita orientato fondamentalmente al consumo (di beni importati) e molto poco alla produzione. Le epoche di prosperità promuovono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – si tratta degli effetti di quella che viene chiamata la “Malattia Olandese” – e ciò a sua volta rende ulteriormente vulnerabili i già deboli settori produttivi. Così che, quando l’epoca d’oro finisce (come avvenne a fine anni ’70 e recentemente dal 2014), l’economia si ritrova ancora più dipendente e più debole di fronte a una nuova crisi.

Anche la corruzione socio-politica del sistema rende possibili fughe e decentralizzazioni fraudolente della rendita, il che impedisce lo sviluppo di politiche coerenti di redistribuzione per attenuare la crisi.

Infine, anche la crescente volatilità dei prezzi internazionali del greggio, così come i cambiamenti negli equilibri di potere globali intorno al petrolio (come la progressiva perdita di influenza della OPEC), hanno importanti conseguenze sull’economia nazionale.

Mentre si susseguono tutte queste oscillazioni economiche nel Paese, le risorse ecologiche continuano a erodersi ed esaurirsi, il che minaccia i mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani per il presente e per il futuro.

L’attuale soluzione che porta avanti il governo nazionale è stata incrementare notevolmente l’indebitamento esterno, distribuire la rendita in maniera più regressiva per la popolazione, espandere l’estrattivismo e favorire il capitale transnazionale.

Insomma, qualunque sia l’élite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare, che lo voglia o no, i limiti storici a cui ha portato il vecchio modello di rendita petrolifera. Non basterà solo sperare in un colpo di fortuna affinché i prezzi del petrolio crescano. Stanno arrivando cambiamenti decisivi e si dovrà essere pronti ad affrontarli.

V. Socialismo? In Venezuela si sta portando avanti un processo di progressivo aggiustamento strutturale e flessibilizzazione economica

Nel Paese si sta sviluppando un processo di aggiustamento strutturale e settorializzato dell’economia, flessibilizzando le regolazioni e le restrizioni al capitale che erano state imposte in precedenza, e smantellando poco alla volta gli avanzamenti sociali raggiunti negli anni scorsi dalla Rivoluzione Bolivariana. Questi cambiamenti vengono nascosti dietro le parole Socialismo e Rivoluzione, sebbene rappresentino politiche ogni volta più osteggiate dalla popolazione.

In particolare parliamo di politiche come la creazione delle Zone Economiche Speciali, che rappresentano liberalizzazioni integrali di parte del territorio nazionale, uno strumento che consegna la sovranità ai capitali stranieri che in questo modo otterranno l’amministrazione praticamente senza limiti di queste regioni. Si tratta di una delle misure neoliberali già presenti nell’Agenda Venezuelana realizzata negli anni ’90 dal governo di Rafael Caldera e dettata dal Fondo Monetario Internazionale.

Allo stesso tempo, si portano avanti poco a poco politiche come la flessibilizzazione della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, decisa con le corporazioni straniere; la liberalizzazione dei prezzi di alcuni prodotti di prima necessità; la crescente emissione di titoli di Stato; la svalutazione della moneta, che crea un tipo di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione che alcune transazioni commerciali si facciano direttamente in dollari, per esempio nel settore turistico; o il fedele pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi, la qual cosa implica necessariamente un taglio alle importazioni con conseguenze problematiche in termini di scarsità di beni di prima necessità.

Allo stesso tempo vengono portate avanti un aumento e una flessibilizzazione dell’estrattivismo verso nuove frontiere, tra cui emerge per importanza la mega-opera dell’Arco Minerario dell’Orinoco, un progetto senza precedenti per grandezza che ha come obiettivo installare mega-miniere in un territorio di 111.800 km2 di estensione, minacciando fonti di vita indispensabili per i venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti porteranno tra le altre cose a vincolare il Paese per moltissimo tempo ancora agli schemi di dipendenza che produce l’estrattivismo[7].

Tali riforme, va detto, si combinano con il mantenimento di alcune politiche di assistenza sociale, con i continui aumenti dei salari nominali, con alcune concessioni alle richieste delle organizzazioni popolari e con l’uso di una narrativa rivoluzionaria e antimperialista. Il che, ovviamente, ha come principale obiettivo il mantenimento del residuo appoggio elettorale.

Siamo in presenza di quello che definiamo “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui si combinano con meccanismi di intervento statale e di assistenza sociale diverse forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregolamentazione.

Parte della sinistra si è particolarmente battuta per evitare l’arrivo al potere di governi conservatori e per sottrarsi in questo modo a un “ritorno al neoliberalismo”. Dimenticandosi però di menzionare il fatto che anche i governi progressisti hanno portato avanti misure selettive, variabili e ibride di tipo neoliberale, con gravi conseguenze per il popolo e per l’ambiente[8].

VI. L’alternativa? Il progetto dei partiti della “Mesa de la Unidad Democrática” (MUD) è neoliberista

La coalizione di destra MUD (Mesa de la Unidad Democrática) è il blocco predominante dell’opposizione partitica al governo nazionale, sebbene sia recentemente nata e cresciuta un’opposizione di sinistra, che probabilmente continuerà a crescere. Questa sinistra critica, o per lo meno la più coerente, non si identifica con la MUD e di conseguenza non agisce politicamente al suo fianco.

La MUD non è un blocco omogeneo, esistono settori che vanno da influenti gruppi radicali di estrema destra – che potremmo chiamare “uribisti” (in quanto vicini all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ndt) – fino ad alcuni settori di conservatorismo moderato e di liberalismo elitista con tendenze redistributive. Questi gruppi hanno tra loro una relazione conflittuale che a volte sfocia in scontri e arroganze reciproche.

Nonostante le loro differenze, tuttavia, i diversi gruppi della MUD sono uniti da almeno tre fattori fondamentali: la matrice ideologica, le basi del programma economico e un’agenda reazionaria di fronte al governo nazionale e a qualunque possibilità di trasformazione in senso popolare ed emancipatore. Ci riferiamo ora alle prime due.

La loro matrice ideologica è profondamente determinata dalla teoria neoclassica e dal liberalismo conservatore, con elogi ossessivi alla proprietà privata e alle libertà individuali e d’impresa, e l’idea della fine dell’“ideologizzazione” statale.

Questi elementi ideologici sono più chiari nel programma della coalizione che nei suoi discorsi mediatici, dove la retorica è semplicista, superficiale e piena di slogan. La sintesi più articolata del loro modello economico si trova nei “Lineamenti per il Programma di Governo di Unità Nazionale (2013-2019)”[9]. Si tratta di una versione più ortodossamente neoliberista dell’estrattivismo petrolifero, rispetto a quella portata avanti dal governo venezuelano.

Risalta il fatto che, a dispetto delle loro retoriche sul “cambiamento” e sulla “Venezuela produttiva”, la loro proposta prevede di aumentare l’estrazione di petrolio in Venezuela fino a 6 milioni di barili al giorno, ponendo enfasi nell’aumento delle quote della Fascia Petrolifera dell’Orinoco. Sebbene si accusino a vicenda e si azzuffino, e a dispetto di quello che dichiarano pubblicamente, le proposte petrolifere di Henrique Capriles Radonski (“Petrolio per il tuo Progresso”)[10] e Leopoldo López (“Petrolio nel Venezuela Migliore”[11]) sono gemelle, e sono fondamentalmente in linea con il “Piano della Patria 2013-2019”, del governo nazionale. Il cambiamento annunciato non è niente più che un’ulteriore vincolo all’estrattivismo, un aumento della rendita e dello “sviluppismo”, con tutte le conseguenze economiche e di impatto socio-ambientale che tale modello porta con sé.

VII. La frammentazione del “popolo” e il progressivo sfaldamento del tessuto sociale

In tutti questi processi di guerra a bassa intensità e caos sistemico, il soggetto più colpito è il popolo lavoratore. La potente coesione socio-politica che si realizzò nei primi anni della Rivoluzione Bolivariana ha sofferto non solo un logoramento ma una vera e propria disarticolazione. E le conseguenze si sono spinte fino al midollo del tessuto comunitario del Paese: la precarietà nel soddisfare le necessità più immediate della vita quotidiana; gli incentivi al risolvere individualmente e in maniera competitiva i problemi socio-economici della popolazione; la metastasi della corruzione; la canalizzazione dei conflitti sociali per la via della forza; la perdita di referenti etico-politici e il logoramento della popolazione dovuto al discredito dei partiti; l’aggressione diretta alle esperienze comunitarie più forti e importanti e ai leader comunitari da parte dei vari attori politici e territoriali. Tutto ciò fa parte di questo processo di messa in crisi del tessuto sociale che punta a minare i veri pilastri di qualunque possibile cammino di trasformazione popolare-emancipatrice o le stesse capacità di resistenza della popolazione di fronte all’avanzamento delle forze regressive nel Paese.

Nel mentre, varie organizzazioni popolari di base e movimenti sociali in tutto il Paese insistono nel costruire un’alternativa che provenga dai territori. Il tempo dirà quale sarà la loro capacità di resistenza, di adattamento e soprattutto la loro capacità di organizzarsi collettivamente e unitariamente e di indirizzare con maggior forza il processo politico nazionale.

Se c’è una solidarietà irrinunciabile che dovrebbero mettere in campo le sinistre in America Latina e nel mondo, deve essere verso questo popolo in lotta, che storicamente ha portato sulle proprie spalle il peso maggiore dello sfruttamento e dei costi della crisi. Questo popolo che con frequenza si è ripreso le strade facendo in modo che le proprie richieste venissero ascoltate ed esaudite. Questo popolo che oggi si trova di fronte ai complicati dilemmi propri di questi tempi di riflusso e regressione. Questo dovrebbe essere il vero punto d’onore delle sinistre. Il costo di voltare le spalle a queste contro-egemonie popolari in nome di una strategia di conservazione del potere potrebbe essere molto alto.

Texto publicado originalmente en Alainet.org 

Emiliano Terán Mantovani è un sociologo venezuelano, si occupa di ecologia politica ed è ricercatore in scienze sociale.

(Questo articolo tradotto in italiano esce in contemporanea su CarmillaOnLine, Zapruder e Lamericalatina.net)

https://www.carmillaonline.com/2017/05/23/venezuela-dallinterno-sette-chiavi-lettura-comprendere-la-crisi-attuale/

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