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USraele-NATO-Golfo: all’Isis la Siria, a Curdi e Turchi l’Iraq

Posted on 30 ottobre 2016

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Sullo sfondo dell’offensiva su Mosul

di Fulvio Grimaldi

“Genocidio nell’Eden”, “Popoli di troppo”, “Chi vivrà…Iraq!” e “Un deserto chiamato pace” sono i quattro docufilm che ho dedicato alla mia passione per l’Iraq. Lì dentro, testimone oculare,  ho provato a mettere buona parte della lotta rivoluzionaria e antimperialista, dei fenomenali progressi sociali e culturali, della gloria, della sofferenza e dell’incredibile martirio di una grande nazione che, avendo dato i natali alla civiltà del nostro emisfero, non si rassegna a morire.

 

Dividere tutto ciò che è unito

La parola d’ordine occidentale per questo gigante della storia, della cultura, della modernità e del ruolo nel riscatto arabo, strappatosi a un colonialismo britannico tra i più feroci della storia (Churchill vi sperimentò le prime armi chimiche) fu, fin dal primo giorno dell’indipendenza “frammentazione”.  Indipendenza formale, ma sotto tutela britannica, “concessa” nel 1932 a seguito di numerose rivolte di popolo, ma divenuta effettiva soltanto con la rivoluzione del  1958, protagonista il giovane Saddam, che istituì la repubblica. Alle destabilizzazioni innescate dall’ex-potenza coloniale, ora in combutta con gli Usa e ai colpi di Stato reazionari si accompagnò un primo tentativo di mutilazione: la separazione della provincia irachena del Kuwait, decisa da Londra per affidare l’enorme giacimento di petrolio a un satrapo locale.

La guerra di Bush Senior nel 1991 restituì ai fiduciari Al Sabah il pezzo di Iraq che Saddam aveva, a buon diritto, ma improvvidamente, recuperato alla madrepatria e iniziò a concretizzare il piano della frantumazione dello Stato multietnico, multiconfessionale e, dopo la caduta di Nasser, insieme a Siria e Libia, massimo impedimento al ritorno del dominio coloniale, dello stupro della Palestina e dell’espansione israeliana. La guerra del ’91 annegò l’’Iraq nell’uranio e ne fece a pezzi col cancro le future generazioni. Bill Clinton, con l’orgasmatico appoggio della belluina consorte, volle stroncare una resistenza di popolo, che si rivelava indomabile, con le sanzioni più letali mai impiegate e con un rosario di ininterrotti bombardamenti mirati a infrastrutture, depositi di viveri, l’avanzatissima struttura sanitaria e scolastica, la vita civile.

In fase operativa si entrò con l’aggressione e occupazione anglosassone-Nato del 2003 e, soprattutto, con la spaccatura di una società fin lì assolutamente unita e armoniosa (se si eccettuano le brighe del narco-proconsole USraeliano in Kurdistan. Mustafa e poi Massud Barzani). Parte della resistenza sunnita all’occupante fu comprata, facendo leva sul risentimento anti-iraniano derivato dalla lunga guerra Baghdad-Tehran e diretta contro i fratelli sciti. Ai curdi arrivò il fattivo appoggio in armi e finanziamenti da Israele e Usa. Furono allevati i primi nuclei del jihadismo Isis, con particolare impegno a partire dall’amministrazione Obama e dalla segretaria di Stato Hillary Clinton (che se ne è anche attribuita il merito). Nel frattempo, tra morti della prima guerra del Golfo (compresi i 100mila soldati trucidati dalle bombe al neutrone e schiacciati dai tank nelle trincee nella ritirata dal Kuweit), vittime delle sanzioni (500mila bambini la cui eliminazione fu apprezzata da Madeleine Albright) e nuove vittime della seconda aggressione e successive devastazioni, si era arrivati nel 2009 all’agghiacciante cifra di 2,5 milioni di morti. 4 milioni gli sfollati interni ed esterni). Quando la parola genocidio non è iperbolica.

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Tripartizione a rilento

Sembrava  a buon punto il progetto della frantumazione: sciti al Sud, sunniti al centro, sunniti curdi al Nord, parallelo a quello da decenni concepito, su blue-print israeliano, per la Siria e per la Libia. Con il Kurdistan iracheno la si era quasi fatta, ma tardava la realizzazione degli altri due segmenti, lo scita e il sunnita, tanto più che a Baghdad, dopo l’etnicista governo scita di Nuri Al Maliki, con il nuovo premier Al Abadi si lancia una strategia di riconciliazione e convivenza. Il che determina nei congiurati occidentali il lancio dell’Isis. Il sedicente Stato Islamico di Al Baghdadi, messo su e poi sostenuto con i dollari del Golfo, i rifornimenti e i traffici di Erdogan e le armi Usa, esegue il mandato, dando spazio all’espansione dei curdi (Kirkuk), radendo al suolo quanto delle testimonianze e delle radici della civiltà mesopotamica gli americani avevano risparmiato, dopo i saccheggi e le distruzioni a Baghdad di Biblioteca e Museo Nazionali, e occupando il territorio che avrebbe dovuto diventare la parte sunnita.

 

Mosul a curdi e turchi, l’Isis a Raqqa

E siamo alla battaglia di Mosul con i suoi diversi attori, autoctoni e intrusi: gli invasori  turchi che Erdogan ha spedito a dividersi con i curdi la provincia di Niniveh con capitale Mosul, a suo tempo colonizzate dagli ottomani; le forze speciali Nato, Usa, britanniche, francesi, australiane, canadesi, tedesche, 500 mercenari italiani, tutti impegnati, al di là di favolette tipo “addestramento dei peshmerga”, o “difesa della diga”, direttamente nei combattimenti in varie capacità. Poi i pompatissimi peshmerga, per Sky protagonisti assoluti (con i curdi a Mosul si ribadisce la tripartizione del paese), al pari di quelli siriani, pulitori etnici di popolazioni arabo-siriane, vezzeggiati da sinistra a destra perchè al soldo Usa e dello squartamento della Siria.

L’unica componente impegnata nell’offensiva, che tutti chiamano “liberazione di Mosul”, mentre per quelli nominati è la sua confisca, che abbia titoli giuridici, storici e morali per riconquistare provincia e città è l’insieme Esercito Nazionale Iracheno-milizie popolari scito-sunnite. Che poi ha dimostrato di costituire l’unico elemento effettivamente combattente e vincente grazie alle successive conquiste di Ramadi, Anbar, Samarra, Falluja, nella risalita verso il confine settentrionale. A dispetto del continuo – e documentato da video e testimoni – supporto fornito dai presunti “alleati” occidentali di Baghdad ai reparti Isis in termini di armi e rifornimenti (l’episodio del bombardamento angloamericano sulla base siriana di Deir Ezzor qui ha avuto decine di precedenti).

L’Isis ha terminato il suo compito. Minato nella sua consistenza numerica dall’abbandono di migliaia di mercenari demotivati e dal soldo che quelli del Golfo lesinano, privato di rifornimenti dai bombardamenti russi sulle vie di comunicazione che attraversano la Siria, spedito a rafforzare lo schieramento aggressore in Siria, a Mosul opporrà una resistenza formale intesa soltanto a infliggere il maggior numero  di perdite e i danni più vasti all’unica presenza sul terreno sgradita a tutti gli altri: gli iracheni, sciti o sunniti che siano (notare il collateralismo di Amnesty International che, puntuale, se n’è venuta fuori con strepitii di allarme sulle possibili rappresaglie scite ai danni della cittadinanza di Mosul). E il “come volevasi dimostrare” eccolo nei corridoi di fuga da Mosul verso Raqqa in Siria, allestiti da curdi e turchi sotto la supervisione dei padrini Usa e, addirittura, spudoratamentre, nel mancato bombardamento dei jihadisti in fuga da parte degli aerei della Coalizione.

Isis e Al Nusra, travestito da neomoderato Fatah el Sham, servono ad Aleppo e ancor più a Raqqa. A Mosul ci pensano curdi, turchi e quella panoplia di teste di cuoio occidentali che vengono fatti passare da media e Pinotti per maestrine della penna rossa nelle aule dei bravi bimbetti, ma analfabeti militari, peshmerga.

 

Putin che fa?

Su tutto questo, si vorrebbe sperare, veglia però la Russia, ora all’ennesimo cessate il fuoco ad Aleppo, peraltro prodigo di missili Tow  e rinforzi  per i “ribelli”. A noi però pare che riappaiano quei profumi di ingenuità (qualcuno parla, a mio avviso impropriamente, di cinismo autoreferenziale) che contribuirono a segnare il destino della Libia, quando la Russia volle fidarsi della risoluzione dell’ONU che vietava l’attacco e la Cina, in riva al fiume, aspettava che il cadavere degli aggressori gli passasse sotto il naso.

Mosca e Ankara si accordano sul Turkish Stream, che consente al gas russo di arrivare in Europa saltando l’Ucraina, e i turchi tornano a esportare verso i mercati russi (sostituendo, tra l’altro, anche i produttori ortofrutticoli italiani). Intanto, come se nulla fosse, la Turchia persegue i suoi scopi, nettamente criminali, in Medioriente, in perfetta sintonia con USraele, come  con il resto della Fratellanza Musulmana incistata nella regione. L’eccellente stratega Putin calcola che ciò valga qualche palpebra abbassata sulle incursioni di Erdogan a mangiarsi porzioni di Siria e Iraq, oppure ha nella manica qualche carta che tutti ci aspettiamo possa cambiare l’andamento della partita? Qualcuno parla anche di un accordo tra Mosca e il fronte anti-Assad (Turchia, Qatar, Arabia Saudita) sull’abbandono dell’ex-Al Nusra e la promozione di “moderati autentici”, da coinvolgere nel negoziato per una transizione che contempli, forse, la permanenza di Assad. Possibile che,alla luce della natura di manigoldi de soggetti del suddetto fronte, Putin si fidi? Il Turkish Stream varrebbe tanto? Che gli sviluppi ci smentiscano.

Intanto potremmo fare una bella cosa. A ognuno che ci viene a parlare di sofferenza del popolo ebraico sotto il nazifascismo, sofferenza durata neanche mezza dozzina di anni e compensata da 70 anni di condoni ai crimini israeliani contro palestinesi e arabi, rispondiamo che il popolo iracheno di olocausto soffre da un quarto di secolo e tra i primi a infliggerglielo sono quelli che si nascondono dietro al loro di olocausto. Quello unico!

Chi vivrà…Iraq!

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/

 

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