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Uscire dalla crisi con Keynes

Posted on 23 marzo 2016

Uscire dalla crisi con Keynes

keynesblog.wordpress.com

 

“La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale”

John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta

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Keynes at a 1922 meeting to stabilize the German mark

 

John Maynard Keynes (1883-1946) è stato il più importante e “rivoluzionario” economista del Novecento. La sua teoria economica, che ruppe con la tradizione liberista del laissez-faire,cioè con l’idea che lo Stato non debba occuparsi di economia e lasciar fare al libero mercato, fu la base del New Deal inaugurato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla crisi iniziata nel 1929 con il crollo di Wall Street. Le politiche keynesiane, costituite soprattutto da investimenti pubblici, tassazione progressiva e protezione sociale, risollevarono l’economia americana e segnarono la politica economica dell’Occidente fino agli anni ‘70. L’abbandono di quel fecondo filone di pensiero, in favore di un libero mercato senza alcun contrappeso, ha sguarnito la politica e la teoria economica degli strumenti per comprendere e gestire i cicli e ha prodotto diseguaglianze sempre più gravi che, secondo molti, sono tra le cause della recessione di questi anni.

 

Il principio della domanda effettiva

“Quando si risparmiano cinque scellini, si lascia senza lavoro un uomo per una giornata.”

Keynes, contrastando alla radice la teoria economica allora dominante1, affermò che il livello di produzione di una nazione, il suo reddito (cioè il PIL) e di conseguenza l’occupazione, sono determinati dalla E’ cioè la domanda dei consumatori e di altre imprese che induce un’azienda a produrre di più, costruire nuovi impianti produttivi ed assumere nuovo personale. Questo principio prende il nome di “principio della domanda effettiva”.

Si tratta di una rottura radicale con il pensiero economico tradizionale, basato sulla legge di Say, cioè sull’idea che l’offerta crei la sua stessa domanda. Keynes invece comprese l’importanza della moneta come “riserva di valore”. Non è vero cioè che tutto ciò che viene prodotto venga necessariamente venduto e che il denaro ricavato venga completamente speso: la moneta infatti può essere accumulata ed è proprio l’eccesso di risparmio a creare quel deficit di domanda che causa il successivo abbassamento della produzione e quindi la disoccupazione.

 

Gli “animal spirits”: il capitalismo è instabile per natura

 

“Come sono deludenti, ora che li conosciamo, i frutti della brillante idea di ridurre la scienza economica a un’applicazione matematica”

Nella visione economica ortodossa prevale l’idea che il mercato sia in grado di auto-equilibrarsi. Il massimo che può accadere sono oscillazioni temporanee nella produzione, nel PIL e nell’occupazione, le quali però modificheranno altre grandezze economiche come salari e prezzi e quindi il sistema, come un pendolo, tornerà da solo in una situazione di equilibrio ottimale.

 

Keynes rifiuta l’idea che il capitalismo funzioni come un sistema meccanico e quindi rifiuta l’accostamento dell’economia alle scienze naturali ed “esatte”. Nel sistema capitalistico i protagonisti non sono oggetti inanimati sottoposti a immutabili leggi fisiche in ogni particolare del loro comportamento, ma persone dotate di volontà propria e inclini a sbagliare. A differenza dei classici – ma anche dei moderni economisti che immaginano gli attori del mercato (imprese, consumatori, banche, lavoratori) comportarsi sempre secondo “aspettative razionali” – Keynes vedeva l’economia dominata dagli “spiriti animali” degli imprenditori che, per la natura stessa del mercato, non sono in grado di prevedere ogni singola conseguenza della loro azione e pertanto agiscono di istinto o basandosi su previsioni parziali e spesso fuorvianti. Il mercato assomiglia molto ad un gioco d’azzardo in cui ogni partecipante deve indovinare il comportamento degli altri giocatori, con tutte le incertezze che ne derivano.

L’incertezza, le aspettative, la fiducia o la sfiducia in un futuro sostanzialmente inconoscibile, gli istinti (in particolare il desiderio di accumulare la moneta), rendono il capitalismo, quando viene lasciato a se stesso, soggetto a squilibri gravi e imprevedibili.

Ma per Keynes questa situazione non è disperata e non va accettata passivamente. Al contrario, tutta la scienza economica sarebbe inutile se si limitasse a descrivere semplicemente i fatti come fanno le scienze naturali. E’ inutile (e infondato teoricamente) sostenere che, nel lungo periodo, tutto tornerà alla normalità: “Questo lungo periodo è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo periodo saremo tutti morti”2. Il compito degli economisti, come quello dei medici, è trovare una cura.

 

Il mercato non è né efficiente né giusto

Per Keynes insomma il capitalismo è un cavallo imbizzarrito da domare, piuttosto che un docile cavallo a dondolo che tornerà senza alcun intervento esterno alla sua posizione di equilibrio dopo aver oscillato avanti e indietro3.

Il fatto poi che in esso domini la moneta e quella pulsione irrazionale verso l’accumulazione del denaro in sé, piuttosto come il denaro come semplice mezzo per acquistare beni e servizi utili o piacevoli, comporta il suo allontanamento dai bisogni reali che la società esprime: “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non produce i beni necessari”4. Come se non bastasse spreca una quantità enorme di risorse nella lotta per la concorrenza. Keynes paragonò il mercato alla lotta delle giraffe per accaparrarsi le foglie di cui si nutrono. In questa lotta molte giraffe moriranno di fame mentre altre mangeranno più del necessario e una quantità di foglie finirà semplicemente calpestata per terra5. Un’immagine del tutto contrapposta all’idea del mercato giusto ed efficiente dei liberisti6.

Invece di lasciare tutto al caso, origine di enormi sprechi e ingiustizie, Keynes sostiene che sia necessario guidare l’economia attraverso precise politiche monetarie e fiscali poiché i mercati non sono sempre in grado di raggiungere equilibri efficienti da soli, ma anzi il più delle volte falliscono. La disoccupazione di massa ne è l’esempio più evidente.

I livelli stabili di disoccupazione

 “I difetti lampanti della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi”

Keynes aveva un assillo: impiegare tutta la forza lavoro nella produzione. In altre parole la piena occupazione. Negli anni ‘30 enormi file di disoccupati andavano a ritirare il sussidio; Keynes si chiedeva come potesse accadere che nessuno si preoccupasse di far produrre qualcosa a quei lavoratori, piuttosto che pagare loro una piccola cifra per non fare nulla. Non era solo ingiusto per loro, era uno spreco per l’intera società.

Fino ad allora però nessuno aveva spiegato come fosse possibile l’assenza di piena occupazione, ovvero che tutti coloro che cercavano un lavoro potessero trovarlo. La teoria economica classica non prevedeva una possibilità del genere. Essa sosteneva che il mercato, da solo, avrebbe riportato la situazione alla piena occupazione. Ma questo non si vedeva negli anni della Grande Depressione. Non c’era nessun “rimbalzo”, ma una disoccupazione persistente.

Gli economisti classici indicarono quindi nei sindacati i responsabili della disoccupazione: i lavoratori non accettavano salari più bassi in modo che le aziende potessero ridurre i propri costi, favorendo la ripresa. Keynes sostenne che la critica non era fondata: “Non è chiaramente sostenuta dai fatti l’opinione che la disoccupazione che caratterizza uno stato di depressione sia dovuta al rifiuto da parte dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari. […] I lavoratori non sono affatto più esigenti nella depressione che nella prosperità, al contrario […] Questi fatti dell’esperienza costituiscono un primo motivo per mettere in dubbio l’adeguatezza dell’analisi classica.”7 Al contrario, secondo Keynes, la graduale riduzione salariale avrebbe indotto i lavoratori a risparmiare di più, deprimendo i consumi e quindi la domanda, e annullando così i supposti effetti positivi del contenimento dei salari.

Keynes comprese cioè che nell’economia di mercato può accadere che si raggiunga una situazione stabile di alta disoccupazione. Può accadere cioè che, una volta licenziati i lavoratori e chiuse un certo numero di imprese, la produzione totale rimanga stabile e che tale produzione venga venduta a chi ha ancora un reddito. Non si tratta quindi di una situazione transitoria, ma di un equilibrio, un equilibrio di sotto-occupazione. E’ contro il mantenimento di questo equilibrio che si concentrerà  il lavoro di Keynes.

 

La domanda aggregata

 

Se il PIL e l’occupazione dipendono dalla domanda, per aumentarli occorrerà quindi incrementare la domanda aggregata (cioè la domanda dell’intera nazione). In altre parole, per uscire da una crisi, è necessario che qualcuno spenda di più in modo da assorbire la produzione in eccesso ed eventualmente indurre le imprese a produrre di più. La domanda aggregata è così definita:

Domanda aggregata = Consumi + Investimenti + Spesa Governativa + Esportazioni – Importazioni

Vediamo come aumentare i vari addendi, in modo da incrementare la somma.

Un modo per aumentare i consumi è diminuire le tasse, cosicché che i cittadini abbiano più reddito disponibile. Diminuire però le tasse dei ricchi, come tradizionalmente ha fatto la Destra americana, potrebbe rivelarsi inefficace. Difatti i ricchi tendono a risparmiare la maggioranza dei loro redditi. Cento euro in più o in meno non fanno differenza. Viceversa diminuire le tasse sul reddito dei lavoratori è molto più efficace: aumentare di 100 euro il reddito netto di un lavoratore che guadagna 1000 euro significa incrementare la domanda aggregata di circa 90 euro. Empiricamente, infatti, si riscontra che la propensione al consumo delle famiglie italiane è attualmente maggiore del 90%8.

Per aumentare gli investimenti (cioè la spesa delle imprese volta ad aumentare la produzione, come ad esempio l’acquisto di nuovi macchinari) si può diminuire il tasso di interesse sui prestiti. E’ per questo che in genere le Banche centrali, in periodi di bassa crescita, riducono il tasso di interesse in modo tale che che le banche possano a loro volta diminuire gli interessi per i clienti.

Se infine vogliamo aumentare le esportazioni e diminuire le importazioni, possiamo diminuire il valore della nostra moneta rispetto a quelle estere (svalutazione). In questo modo per i consumatori stranieri le nostre merci saranno meno costose, mentre quelle provenienti dall’estero verso di noi lo saranno di più.

Tutte queste politiche sono efficaci in situazioni non troppo distanti dal pieno impiego delle risorse produttive. In una crisi arriva però un punto in cui tutto ciò non basta più. Anche diminuendo il tasso di interesse a zero, le imprese non chiederanno prestiti e non faranno investimenti: nessuno aumenta la sua produzione se prevede di non poterla smaltire. Le imprese preferiranno quindi tenere il denaro liquido invece di investirlo (“trappola della liquidità”). Anche i consumatori, se sono spaventati dal futuro, tenderanno (se il loro reddito è ancora abbastanza elevato) a risparmiare percentuali maggiori della norma. Riguardo i cambi, non si può oltrepassare un certo limite: se si svaluta troppo la moneta, le merci provenienti dall’estero costeranno troppo e alcune di esse sono essenziali per la stessa produzione (come, ad esempio, il petrolio).

In questa situazione quindi le politiche monetarie della Banca centrale o le politiche sul lato del prelievo impositivo non bastano più. Serve agire sul parametro che rimane libero: la spesa governativa.

 

Lo Stato come propulsore della crescita

 

“Sembra improbabile che l’influenza della politica bancaria sul saggio di interesse sarà sufficiente da sé sola a determinare un ritmo ottimo di investimento. Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell’investimento si dimostrerà l’unico mezzo per farci avvicinare alla piena occupazione”

 

Keynes suggerì quindi che fosse lo Stato a fare ciò che l’economia privata, da sola, non riusciva a fare. In particolare Keynes propose i lavori pubblici come antidoto alla crisi: strade, ferrovie, case. Oggi potremmo aggiungere: banda larga, assetto del territorio, energie verdi. Tutti questi investimenti pubblici non solo aumenterebbero la domanda, ma occuperebbero anche direttamente centinaia di migliaia o milioni di persone. E’, in effetti, la ricetta che gli Stati Uniti applicarono per affrontare la Grande Depressione.

Keynes inoltre proponeva che lo Stato si occupasse di ciò che il privato non aveva convenienza a produrre e che monitorasse costantemente la situazione economica, non solo agendo  sulla tassazione e sul tasso d’interesse, ma anche avendo sempre pronto un piano di investimenti pubblici al fine di riequilibrare il sistema economico tramite l’iniezione di domanda aggiuntiva.

Keynes era ben consapevole infatti dei limiti del capitalismo nell’indirizzare correttamente gli investimenti: “Lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebb’essere di sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun …, mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva o svalutata”9.

 

Nell’Europa del dopoguerra i governi, in particolare quelli socialdemocratici, sono andati oltre questa concezione. Le aziende di stato e le partecipazioni pubbliche hanno svolto inoltre un ruolo di indirizzo degli investimenti, compresi quelli privati. Molto spesso le aziende di stato sono state i “campioni nazionali” che hanno aiutato la crescita delle economie dei diversi paesi e la loro competitività, anche attraverso l’innesco di fecondi processi di innovazione del tessuto produttivo, che diversamente (a causa dell’incertezza collegata alla redditività dell’investimento in nuove tecnologie) non si sarebbero potuti realizzare. Dagli anni ’80 invece si è assistito ad una costante privatizzazione delle aziende pubbliche, alla dismissione delle partecipazioni statali e alla deregolamentazione dell’economia e della finanza, con il risultato che gli “spiriti animali” hanno ripreso i sopravvento. Dopo 30 anni di liberismo, nella crisi partita nel 2007/2008 sono stati proprio i paesi ad economia mista o comunque con una forte presenza pubblica quelli che meno hanno risentito della grave situazione economica mondiale, tanto che l’Economist nel gennaio del 2012 ha dedicato una copertina all’ “ascesa del capitalismo di stato”.

 

Il moltiplicatore keynesiano

 

Supponiamo che lo Stato decida di dotare il Paese di una rete telematica ad alta velocità che arrivi in tutte le case, gratis o a prezzi molto contenuti. La realizzazione di questa infrastruttura andrebbe direttamente ad aumentare il PIL. Ma non finisce qui. L’azienda che realizza la rete (che eventualmente potrebbe essere anche un’azienda pubblica) dovrà comprare materiali, affittare sedi, investire in macchinari, ecc. Questo incrementerà la domanda dei beni necessari alla produzione. Dovrà anche assumere un certo numero di persone e pagare consulenze tecniche. Queste persone si ritroverebbero  un reddito  che prima  non avevano e  che spenderebbero,  ad esempio, in   alimenti, vestiti, divertimenti e accendendo un mutuo per comprare una casa. Ciò stimolerebbe la domanda di beni di consumo e appartamenti, oltre a stimolare il commercio. A loro volta i produttori di beni di consumo e appartamenti dovrebbero far fronte alla domanda crescente, e così via.

Sebbene questo ciclo non sia infinito, in quanto ad ogni passaggio i vari soggetti tenderanno a non spendere tutto il proprio nuovo reddito ma ne risparmieranno una parte, è evidente che un l’intervento pubblico ha prodotto un aumento della domanda aggregata molto maggiore dell’investimento iniziale. Questo meccanismo è chiamato moltiplicatore keynesiano.

Ma non finisce qui: la nuova infrastruttura telematica potrà essere usata da alcune imprese per veicolare i propri prodotti (ad esempio film, software, ecc.) e permetterà ad altre imprese di risparmiare sui costi grazie ad un servizio di telecomunicazione migliore.

Considerando che cittadini e imprese che ne beneficeranno pagheranno più tasse allo Stato (essendo cresciuto il loro reddito) e che lo Stato non dovrà più erogare i sussidi di disoccupazione per chi avrà trovato un nuovo impiego, la spesa iniziale andrebbe dopo un certo periodo a compensarsi. In altre parole, se si sceglie bene l’investimento, è possibile quello che l’economia classica sostiene non esistere: un pasto gratis10.

 

E’ importante notare che questa non è solo un’ipotesi teorica, ma un fatto riscontrato nella realtà. Sono infatti state le ingenti spese del New Deal, della guerra, del Piano Marshall e dell’intervento pubblico in economia nel dopoguerra a rendere gli USA e l’Europa i leader economici del 20° secolo. La domanda pubblica e l’erogazione diretta di beni e servizi, di ricerca e innovazione, di servizi sociali, così come la programmazione economica, hanno spinto gli investimenti privati e i consumi, rafforzando tutta l’economia.

 

Il debito pubblico è la priorità?

 

Spesso le politiche di spesa pubblica vengono accusate di aver innalzato a dismisura il debito pubblico. In realtà questo è accaduto solo quando sono state attuate in modo inefficiente o addirittura criminale (come ad esempio in Italia negli anni ‘80). Ma questo non ha nulla a vedere con Keynes e con il keynesismo. Come abbiamo visto, delle buone politiche pubbliche tendono a ripagarsi da sole. Ove questo non accada, Keynes stesso suggeriva di ripagare gradualmente il debito aggiuntivo una volta usciti dalla crisi. E’ infatti chiaro che è impossibile pensare di riuscire a pagare un debito se si è poveri. Solo se il proprio reddito aumenta si sarà in grado di onorare gli impegni.

In un periodo di crisi, insomma, la priorità è sempre la crescita e l’occupazione. Solo attraverso di esse sarà realistico ripianare il debito pubblico.

 

Il paradosso del risparmio

“Nelle condizioni contemporanee l’aumento della ricchezza, lungi dal dipendere dall’astinenza dei ricchi, come in generale si suppone, è probabilmente ostacolato da questa”

L’attenzione di Keynes per la domanda è parallela alla sua critica sul  risparmio, visto essenzialmente come distruttivo in tempi di crisi. Secondo l’economia del tempo il risparmio era solo un consumo posticipato: tutto ciò che veniva risparmiato poi sarebbe stato speso. La moneta aveva un ruolo neutro. Del tutto opposto invece il pensiero di Keynes: se tutti incominciano a risparmiare la domanda aggregata diminuirà. Ma se diminuisce la domanda, diminuirà anche la produzione e l’occupazione. Alla fine accade che l’ammontare totale dei risparmi, invece di aumentare, rimane invariato o addirittura diminuisce. Questo è il paradosso del risparmio. E’ proprio la tendenza al risparmio e ad accumulare denaro, invece che investirlo e spenderlo, la caratteristica peculiare delle crisi.

 

La speculazione

“Per motivi in parte ragionevoli, in parte istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro.”

 

La disponibilità di ingenti masse di moneta liquida, non impiegata in investimenti a lungo  termine, è la “materia prima” per le speculazioni finanziarie. L’incertezza sul futuro, così pesante durante una crisi, è ciò che induce gli attori dei mercati a speculare sul breve termine. Quello della speculazione è un fenomeno che ha assunto una dimensione enorme negli ultimi anni a causa della finanziarizzazione dell’economia.

E’ proprio di Keynes l’originale intuizione di tassare le transazioni finanziarie in modo da punire la speculazione a breve termine e favorire invece gli investimenti: “L’introduzione di  una sostanziale tassa di trasferimento del governo su tutte le operazioni potrebbero rivelarsi la riforma più utile disponibile al fine di mitigare il predominio della speculazione negli Stati Uniti”11.

Il premio Nobel James Tobin ha esteso la proposta alle transazioni valutarie.

 

L’austerità è controproducente

 

“Il momento giusto per l´austerità al Tesoro è l´espansione, non la recessione”

 

Se si ignora il problema della crescita il gettito fiscale dello Stato diminuirà e la situazione peggiorerà. A seguito della crisi, in Europa è passata l’idea che l’austerità possa essere “espansiva”. In particolare in Italia questa tesi è stata sostenuta da economisti neoliberisti come Alesina e Giavazzi. In Europa la Germania e la Bce sono state in prima linea nel sostenere tale tesi. Ma come è davanti agli occhi di tutti, e come si rileva dai dati economici dei paesi costretti all’austerità (Spagna, Irlanda, Italia e Grecia), queste politiche stanno peggiorando la situazione. Su questo punto sono ormai in maggioranza gli economisti secondo i quali l’austerità porterà a una più rapida recessione. Lo stesso declassamento dei paesi periferici dell’Eurozona e della Francia, operato da Standard and Poor’s, è stato motivato con l’eccesso di austerità imposto dalla Germania al resto d’Europa.

 

Difatti le politiche di austerità riducono il reddito nazionale, con il risultato che lo Stato potrebbe ricevere meno gettito del previsto dalle imposte. Quando ciò accade, lo Stato non riuscirà a ripagare il debito pubblico che, nel frattempo, diventerà insopportabile rispetto  al PIL decrescente. L’esatto opposto di quanto si voleva ottenere. E’ in effetti ciò che sta accadendo all’Irlanda12 e ad altri paesi periferici dell’Europa. La situazione europea rischia quindi di aggravarsi con l’inasprimento delle politiche restrittive attraverso i nuovi accordi (il cosiddetto “fiscal compact”) che impongono strettissimi limiti alla spesa pubblica.

 

Se guardiamo invece agli Stati Uniti la situazione è ribaltata: il presidente Obama ha attuato un piano di spesa pubblica nel tentativo di far ripartire la crescita. Sebbene diversi economisti keynesiani ritengano che si tratti di un piano ancora troppo timido che rischia di impantanarsi, esso ha comunque il pregio di rompere il tabù della spesa pubblica.

L’euro e il monetarismo

 

La costruzione dell’euro è stata in larga parte basata sui criteri della scuola economica monetarista, inaugurata da Milton Friedman e fortemente contrapposta alla scuola keynesiana13. Non sorprende quindi che le regole contenute nei trattati siano delle vere e proprie “zeppe” messe lì per impedire politiche espansive di tipo keynesiano.

La Banca centrale europea è molto differente dalle altre Banche centrali. In primo luogo essa ha un solo obiettivo, quello di contenere l’inflazione. Lo statuto della Banca centrale americana (la FED) invece prevede tra i suoi compiti quello di favorire la crescita e l’occupazione (usando opportunamente i tassi di interesse e l’aumento dell’offerta di moneta). Inoltre la BCE non può prestare denaro agli Stati membri né finanziare il debito pubblico stampando nuova moneta (come invece ha fatto la FED).

Il trattato di Maastricht – nonché il nuovo “fiscal compact” – pongono poi seri limiti alla spesa che un governo può effettuare in deficit per rispondere alla crisi.

Infine l’adozione di una moneta unica impedisce agli stati deboli di usare la svalutazione per favorire l’esportazione delle proprie merci.

 

Vengono così a ridursi drammaticamente gli spazi di manovra per politiche economiche contro la crisi. Una crisi peraltro che ha molto a che vedere con uno squilibrio tra il centro dell’Europa e la periferia, con il centro (in particolare la Germania) che è diventato un grande esportatore e la periferia che ha finora funzionato da acquirente. L’euro ha impedito un riequilibrio della bilancia commerciale tra gli Stati membri dell’Eurozona, penalizzando le periferie che non hanno potuto svalutare la moneta per far crescere le esportazioni.

 

Nonostante ciò i trattati comprendono diverse scappatoie e in passato la stessa Germania è riuscita a piegarli ai propri interessi. E’ quindi importante non cadere nel tranello che viene spesso ripetuto: “ce lo chiede l’Europa”. L’Europa è l’insieme degli Stati autonomi, pertanto un singolo paese ha un potere di veto che può far pesare per ottenere modifiche e bloccare eventuali sanzioni.

 

Le liberalizzazioni funzioneranno?

 

Sotto il nome di liberalizzazioni si collocano una serie di interventi molto differenti tra loro. Alcune sono segnate da un chiaro intento di deregulation che ha spesso dimostrato, nel medio-lungo periodo, effetti negativi sull’economia. Basti pensare alla deregolamentazione dei mercati finanziari o all’impoverimento delle famiglie conseguente alla cancellazione di molti prezzi e tariffe controllate. Alcune di esse possono avere effetti positivi, ridistribuendo i redditi da certe posizioni di rendita verso i nuovi entrati nel mercato. Ma questo ha senso in un periodo di espansione economica. Le liberalizzazioni sono in generale degli interventi sul lato dell’offerta di beni e servizi, ma il problema che l’Italia e l’Europa hanno di fronte è invece un calo della domanda.

Il premio Nobel Paul Krugman e l’economista della FED Gauti Eggertsson hanno mostrato al contrario come certi interventi di segno opposto alle liberalizzazioni (tariffe controllate, monopoli pubblici, rafforzamento del potere dei sindacati per favorire della rigidità salariale) abbiano avuto un ruolo positivo nella ripresa economia durante la Grande Depressione negli anni ‘3014.

 

L’economia internazionale va regolata

 

Keynes ruppe anche un altro dogma: quello del libero scambio nei mercati internazionali. In primo luogo Keynes si oppose fermamente al sistema del Gold Standard, cioè la parità delle monete con una certa quantità d’oro. Questo riduceva le possibilità di manovra sui cambi che le singole nazioni potevano operare. Sono molti oggi a sostenere che l’Euro funzioni in Europa come il Gold Standard, favorendo certi paesi (come la Germania) a discapito di altri15.

Dopo la Seconda Guerra mondiale Keynes propose, alla Conferenza di Bretton Woods, una serie di istituzioni internazionali per il controllo del commercio e per il sostegno internazionale all’economia. Queste istituzioni, come il Fondo monetario internazionale, furono costruite ma negli anni hanno spesso tradito l’originale proposta di Keynes. Non si tratta di una casualità. Fu infatti la pervicace volontà degli USA di diventare l’economia egemone a bloccare la più radicale e innovativa proposta di Keynes: una moneta internazionale per gli scambi, chiamata Bancor, il cui funzionamento avrebbe dovuto favorire le esportazioni dei paesi deboli ed evitare gli eccessi di esportazioni di quelli più forti. Una proposta recentemente tornata alla ribalta come antidoto alla globalizzazione incontrollata.

 

Che fare?

 

Elenchiamo una serie di ricette che sono state avanzate da più parti in questi mesi. Molte di queste trovano largo consenso nelle fila dell’economia critica, ma anche nella parte più avveduta del mainstream economico:

 

  • assumere come obiettivo vincolante la riduzione del peso del debito pubblico attraverso la crescita guidata dalla domanda interna e non attraverso i “sacrifici”;
  • trasformare la BCE in una vera Banca centrale, con tutti i poteri e doveri che le altre Banche centrali hanno nel mondo, a partire dalla possibilità di emettere moneta per finanziare il debito pubblico, poter prestare direttamente agli Stati, fungere da prestatore di ultima istanza per gli istituti di credito e investendola del dovere di favorire la crescita e non solo controllare l’inflazione;
  • trasformare l’Unione europea di una “transfer union” come gli USA, in cui il governo centrale si occupa di sostenere finanziariamente i singoli Stati;
  • rilanciare gli investimenti pubblici nella produzione di beni collettivi materiali e immateriali (infrastrutture, ricerca, tutela ambientale, istruzione, salute), anche utilizzando lo strumento degli Eurobond, cioè i “BOT europei”, così da condividere il rischio del debito pubblico e avere una fonte di finanziamento diretto per i programmi comunitari di sviluppo;
  • istituire una vera imposta patrimoniale sia in funzione redistributiva che allo scopo di disincentivare la rendita e indurre invece agli investimenti;
  • Secondo Paul Krugman: “L’elite europea, nella sua arroganza, ha bloccato il continente in un sistema monetario che ha ricreato le rigidità del gold standard, e – come il gold standard nel 1930 – si è trasformata in una trappola mortale”. http://tinyurl.com/6skyxef
  • favorire chi ha maggiore propensione al consumo, abbassando il carico fiscale sui lavoratori e sul ceto medio;
  • istituire una vera tassa sulle transazioni finanziarie e valutarie sul modello proposto da Keynes e James Tobin, una tassa che sia abbastanza elevata da sfavorire le transazioni a breve termine (tendenzialmente speculative) e quindi incentivare gli investimenti a più lunga scadenza;
  • favorire la centralizzazione dei capitali, superando l’idea che sia sempre vero che “piccolo è bello”: l’Italia ha invece disperato bisogno di “campioni nazionali” che in questi anni sono spariti o si sono indeboliti;
  • d’altro canto in molti casi i distretti industriali italiani non hanno superato la prova della globalizzazione e quindi vanno ripensati in un’ottica di nuova programmazione economica, guardando in particolar modo alle esperienze dei “cluster” negli altri paesi, con un importante ruolo pubblico anche nel trasferimento tecnologico;
  • ridare al settore pubblico un ruolo di peso nell’economia, bloccando le privatizzazioni dei servizi pubblici, mettendo al centro l’interesse collettivo e usando le grandi imprese nazionali ancora in mano pubblica come volani per lo sviluppo;
  • aumentare considerevolmente la spesa pubblica in ricerca, poiché il tessuto economico italiano è troppo frammentato in microimprese per potersi accollare i costi necessari;
  • usare la spesa pubblica per orientare la modernizzazione del sistema produttivo italiano e la sua indipendenza; due esempi concreti sono a) l’adozione obbligatoria del software libero nelle pubbliche amministrazioni, non tanto per favorire i risparmi ma soprattutto per stimolare la nascita e la crescita di imprese italiane nel settore, affrancandosi così dalla eccessiva dipendenza verso l’estero, e usando l’Università come laboratorio di innovazione tecnologica per la produzione di software libero come “bene collettivo”; b) domanda pubblica di energia verde e stimoli alla ricerca tecnologica e alla produzione nazionale di impianti produttivi di energie pulite;
  • combattere la precarietà cancellando molte delle forme contrattuali oggi vigenti e favorendo la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, sia attraverso un contratto di inserimento fortemente orientato alla formazione sia attraverso carichi che rendano antieconomico il ricorso ai contratti diversi dal tempo indeterminato;
  • rafforzare e tutelare il potere contrattuale dei lavoratori (in particolar modo attraverso il Contratto nazionale di lavoro) in modo che i salari tendano a risalire per favorire la domanda interna e la

 

Conclusioni

 

La ripresa economica del New Deal negli anni ‘30 in America, e le politiche di intervento pubblico nell’economia e nel welfare in Europa, hanno assicurato decenni di prosperità e crescita all’interno di un quadro di giustizia sociale. La forza della socialdemocrazia europea è stata  proprio questa.

L’abbandono delle politiche di stampo keynesiano e la deregolamentazione della finanza hanno avuto un ruolo decisivo nel provocare la crisi. Gli anni ‘80 e ‘90 sono stati anni all’insegna del laissez-faire e delle privatizzazioni. Non sorprende quindi che gli anni 2000 e ancor più il nuovo decennio si siano aperti con drammatici problemi di disuguaglianza, fino ad arrivare alla recessione.

Bisogna quindi invertire la tendenza, tornando a ridare al pubblico un ruolo significativo nell’economia non solo come regolatore, ma anche come propulsore.

Note
1    La teoria cosiddetta “neoclassica”, oggi di nuovo prevalente.
2   John Maynard Keynes, A Tract on Monetary Reform, 1923
3   Teodoro Dario Togati, Incertezza e comportamenti individuali: Keynes e il dibattito http://tinyurl.com/7md3mc5
4   John Maynard Keynes, Autosufficienza nazionale in Collected Writings 11, 1933
5   John Maynard Keynes, La fine del laissez-faire, 1926
6   “Che libro potrebbe mai scrivere un cappellano del Diavolo sulle goffaggini, gli sprechi, l’orrenda crudeltà della natura!”, Charles Darwin, Lettera a J.D.Hooker,
7   John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936
8   dati Confcommercio, report marzo 2011, http://tinyurl.com/72dldza
9   John Maynard Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta
10  L’esempio della rete telematica non è casuale: in effetti Arpanet, l’antenata di Internet che collegava le strutture militari americane, è nata proprio grazie all’investimento pubblico da parte del Ministero della difesa degli Stati Uniti; molte delle sue tecnologie sono inoltre state sviluppate in collaborazione con l’Università di Berkeley, California.
11   M.Keynes, Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, cap. 12
12   Il rapporto Debito/PIL dell’Irlanda è passato dal 25% del 2007 al 92% del 2010 (dati Irish National Treasury Management Agency http://tinyurl.com/7ft866d )
13   Il monetarismo è una scuola economica fortemente contraria all’intervento pubblico nell’economia. In particolare essa si contrappone al keynesismo sostenendo che il ruolo delle banche centrali debba essere esclusivamente quello di controllare l’inflazione e non – come invece sostengono i keynesiani – favorire la crescita e l’occupazione con politiche espansive come la diminuzione dei tassi di interesse. Milton Friedman è stato l’ispiratore della politica economica di Ronald Reagan, George Bush e in generale del partito repubblicano.
14   Gauti Eggertsson , Was the New Deal contractionary? http://tinyurl.com/76cwkgn
14   Secondo Paul Krugman: “L’elite europea, nella sua arroganza, ha bloccato il continente in un sistema monetario che ha ricreato le rigidità del gold standard, e – come il gold standard nel 1930 – si è trasformata in una trappola mortale”. http://tinyurl.com/6skyxef

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