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UK: era un questionario scolastico antimeridionale? Neanche per idea…

Posted on 14 ottobre 2016

schwa

La voglia di indignarsi in modo irriflessivo ha fatto prendere a tanti una grande cantonata. Ecco le vere finalità del questionario sulle lingue italiane

 

di Rosario Dello Iacovo.

Diciamolo subito in modo da sgomberare il campo da ogni equivoco: questa polemica sulla direttiva di alcune scuole britanniche che chiedono di specificare la provenienza ai napoletani e ai siciliani, è semplicemente grottesca. È ridicolo affermare che sia razzista. Mi dispiace che ci siano cadute anche persone che stimo, come alcuni meridionalisti, il sindaco di Napoli De Magistris, lo scrittore Maurizio De Giovanni (del quale sono un attento ed entusiasta lettore).

Io credo che avere un account Facebook non obblighi nessuno a prendere parola su qualsiasi argomento. Se si parla di fisica quantistica, io al massimo leggo e annuisco, come avrebbe dovuto fare in questo caso chi non ha competenze linguistiche specifiche.

Perché gli inglesi chiedono di specificare? Per una ragione molto semplice: noi italiani parliamo un idioma molto diverso a seconda della provenienza geografica. Anzi, quella direttiva semplifica troppo, pur nella consapevolezza di alcuni punti che proverò a spiegare. Quindi gli inglesi specificano per capire come insegnare in maniera più efficace la loro lingua, partendo proprio dalle caratteristiche fonetiche e fonologiche del parlante.

A cosa si riferiscono i linguisti con “napoletano” e “siciliano”? A grandi linee parlano di tutti gli idiomi diffusi nel sud Italia. La carta dei dialetti d’Italia del Pellegrini opta per una divisione fra meridionali e meridionali estremi, ma per i primi si può usare come sinonimo “napoletano” e per i secondi “siciliano”. Sapete per esempio che il salentino è definito idioma di tipo siciliano, nonostante il Salento non si trovi in Sicilia? Sapete che anche il calabrese centro-meridionale rientra nella stessa classificazione, anche se la Calabria non è in Sicilia?

Questo dipende da una serie di fenomeni, come la presenza delle consonanti cacuminali o della schwa, la vocale centrale indistinta, dal sistema vocalico a cinque o tre esiti in posizione tonica, dalla presenza o meno della sonorizzazione dopo la consonante nasale.

Sto parlando arabo? Bene, chiunque non abbia capito un’acca di quello che sto dicendo farebbe bene a tacere su questa questione.

E il fatto che gli inglesi chiedano formalmente scusa non è segno che gli autori della polemica avessero ragione, ma solo il tradizionale aplomb britannico che evita di impelagarsi in questioni politicamente spinose. Soprattutto quando, come in questo caso, l’interlocutore non è nemmeno minimamente consapevole della complessità e della varietà linguistica del proprio paese.

L’inglese è una lingua che tende allo scempiamento consonantico, ovvero, anche in quelle parole di derivazione latina (che sono la maggioranza in inglese, nonostante sia una lingua germanica), non troverete mai consonanti doppie. La pronuncia sarà sempre lieve, in molti casi quando le occlusive sono intervocaliche, cioè fra due vocali, si verificherà il cosiddetto fenomeno della sonorizzazione, ovvero il passaggio di P a B, di T a D (o anche un suono che ricorda vagamente la nostra C), di K a G. Un inglese non dice exit con due CS, ma piuttosto egsit.

Un settentrionale non ha alcuna difficoltà a uniformarsi a questo standard, visto che la degeminazione (o scempiamento) e la sonorizzazione esistono anche nell’italiano parlato al nord.

Ne avrà invece molte un meridionale perché i nostri idiomi sono di natura conservativa e mantengono quindi tutte le consonanti doppie, generatesi in italiano attraverso il meccanismo dell’assimilazione regressiva.

Ma anche noi meridionali abbiamo dei vantaggi. Provate, per esempio, a spiegare a qualcuno che vive in certe aree del nord che la O fra P e la L nella parola Police non è affatto una O, ma una Schwa, una vocale centrale indistinta. Beh, avrete sicuramente delle grosse difficoltà, visto che al nord esistono al massimo le vocali turbate ma non le vocali indistinte. Invece noi napoletani sappiamo benissimo di cosa si tratta, visto che quasi tutte le vocali non accentate in napoletano diventano Schwa. Se dite Pateto, tuo padre, non direte Patt, ma Pat’t’ dove il segno grafico (che in realtà in fonetica si rende con una e capovolta) è appunto una vocale centrale indistinta che evita nessi consonantici, incontri fra consonanti, estranei al nostro idioma.

E vogliamo parlare del vantaggio naturale che hanno siciliani, calabresi centromeridionali e salentini nel pronunciare parole come Two, Three, Opportunity, che presentano appunto dei suoni cacuminali esistenti nei dialetti meridionali estremi?

Visto che l’Italia è il paese occidentale con la maggiore varietà linguistica, al punto che questa è paragonabile a quella dell’India che è immensamente più grande e ha un miliardo di abitanti, a questo serve quella direttiva britannica: a capire dove intervenire per insegnare meglio a un parlante italiano la lingua inglese.

A un settentrionale andranno spiegate delle cose, a un meridionale altre, a un siciliano altre ancora.

È questo il criterio scientifico adottato da un paese che ha molto da insegnare all’Italia in termini di opportunità, accoglienza e correttezza politica. Ma voi lo avete scambiato per razzismo, forse dimenticandovi che i cartelli non si affitta ai meridionali, li avete trovati a Torino.

Non a Londra o a Manchester.

È bastato alzare il velo sulla questione dell’identità che si è scatenato un polverone. Ma non è colpa mia, se un paese fatto in fretta e male e ulteriormente appiattito dalle politica culturale e linguistica del fascismo, nel nome di un nazionalismo becero che non aveva ragion d’essere, nega le piccole patrie che lo compongono.

Eppure fino a un secolo e mezzo fa eravamo tutti cittadini di Stati diversi. Fino a quarant’anni fa gli italofoni, quelli che parlavano in italiano, erano la minoranza in questo paese. E non si può dire che oggi gli italiani spicchino per conoscenza e dimestichezza con la propria lingua.

Però, l’opposizione fra italiano come sinonimo di livello culturale più elevato e dialetto come dickensiano mondo di sotto dei dannati della terra, resiste.

Peccato che quelli che chiamiamo dialetti siano lingue a tutti gli effetti, esattamente di pari dignità del fiorentino, diventato poi idioma nazionale. Lo scriveva Dante nel De vulgari eloquentia, elencando le più celebri, sette secoli fa.

E noi oggi, a un bambino che parla in “dialetto” ci limitiamo a dire «parla bene», quando invece gli idiomi locali dovremmo insegnarli a scuola perché solo una prospettiva comparativa può far capire a un bambino delle classi popolari napoletane che “puorto” invece che “porto” non è sbagliato, ma frutto semplicemente di un meccanismo diverso di funzionamento della lingua.

E vale per tutti gli idiomi di questa penisola, per tutte le identità che nascondiamo frettolosamente sotto il tappeto, illudendoci con questo di essere meno provinciali, ma riuscendo invece a esserlo al punto che fra gli studiosi più celebri dei nostri “dialetti” ci sono moltissimi linguisti stranieri.

Io non mi sento denigrato, se specifico che sono napoletano. Non dovrebbe sentirsi denigrato nemmeno un milanese, un palermitano, un triestino, perché nelle sue infinite miserie del presente, questo paese può trovare un elemento di forza proprio nelle sue piccole patrie, nelle radici.

A patto che non siano brandite come spade da usare gli uni contro gli altri, ma come diversità che arricchiscono.

Anche nei confronti di quei nuovi italiani che nascono o crescono qui da genitori stranieri, aggiungendo le loro origini e le loro storie, alla narrazione di questa penisola in mezzo al Mediterraneo che è sempre stata crocevia di popoli e culture.

Fonte: https://www.facebook.com/rosariodelloiacovopage.

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