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TOGLIATTI, IL COSTITUENTE. LA CENTRALITA’ DEL LAVORO E LA QUESTIONE PROPRIETARIA

Posted on 30 settembre 2016

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La lettura degli interventi di Togliatti alla Costituente impone una constatazione iniziale che mi fa piacere riferire: Togliatti era un giurista. Come Marx1 e come Lenin2. Ma dimostrò di esserlo nella concretezza della produzione delle norme, quelle dotate del valore supremo e della pretesa alla massima efficacia giuridica. Lo fu in ognuna delle tre sedi (Prima Sottocommissione, Commissione plenaria, Assemblea) ove si andava componendo il discorso normativo più alto della storia d’Italia, di quella giuridica, pur grandiosa e di quella politica, finalmente degna delle civiltà che si erano accumulate in Italia per secoli. Trent’anni di impegno totale nella lotta rivoluzionaria lo separavano dai quattro della sua brillantissima formazione, cadenzata dal massimo dei voti e le tante lodi in ciascuno degli esami ed in quello di laurea, nella Facoltà di giurisprudenza di Torino frequentata nel più fulgido dei suoi periodi. Vi insegnavano grandi maestri, Pacchioni di diritto romano, Chironi di diritto privato, Francesco Ruffini di diritto ecclesiastico, Patetta di storia del diritto italiano, Gaetano Mosca di diritto costituzionale, Einaudi di scienza delle finanze, e quel Gioele Solari di filosofia del diritto,  chiamato con comprensibile enfasi “maestro dei maestri”3. Ma questi trent’anni, se gli avevano negato alcune acquisizioni del costituzionalismo degli anni ’20, non avevano rimosso, offuscato, o mutilato la conoscenza delle categorie giuridiche e la loro dominanza sui rapporti umani.

 

Togliatti, e fu il solo dei segretari di partito dell’Assemblea costituente, volle far parte della Commissione dei 75, quella cui era affidato  il compito di elaborare il progetto di costituzione e di proporlo all’Assemblea. Commissione che si era poi articolata in tre Sottocommissioni, quella per i Diritti e i doveri dei cittadini, quella per l’Ordinamento della Repubblica, quella per i Diritti e i doveri economico-sociali. Può sorprendere che Togliatti non scegliesse di far parte della Seconda Sottocommissione, e neanche della Terza, ma della Prima, quella per i diritti e i doveri dei cittadini. Se ne può sicuramente dedurre che ritenesse decisiva la materia dei diritti e dei doveri perché della democrazia che si doveva costruire era di base e qualificante. Può  inoltre desumersi che avesse scelto tale complessa e delicata materia perché quella che più di ogni altra richiedeva una competenza tecnica adeguata e che sentiva di possedere. Tanto più che il Gruppo parlamentare che presiedeva poteva contare su giuristi come Terracini, almeno all’inizio dei lavori, per la Seconda Commissione e, per la terza, una competenza, certo non accademica ma quanto mai adeguata perché acquisita nel vivo della lotta di classe ed in quella che si chiamava “Università del carcere”, la competenza di Giuseppe Di Vittorio.

 

Togliatti nella Prima Sottocommissione. I rapporti civili.

 

La preoccupazione iniziale di Togliatti è quella di avviare fattivamente il procedimento di formazione della Costituzione e di avviarlo col maggiore consenso possibile delle parti politiche presenti in Assemblea. E non per una Carta costituzionale ripetitiva di contenuti tradizionali, ma per una normativa quanto mai avanzata, tale cioè da riconoscere diritti che non furono contemplati nel 1789 come quelli “al lavoro, al riposo, alle assicurazioni sociali, all’educazione” sui quali sarebbero emersi certamente motivi di contrasto. Per il ché sarebbe stato un  errore partire dal dissenso su alcuni di tali diritti rendendo difficile trovare un terreno di incontro per andare al di là delle conquiste dell’89 e sarebbe stato invece opportuno studiare uno schema su cui potesse stabilirsi un accordo per poi esaminare i punti di dissenso che riteneva potessero risultare limitati4. Ma è già nel suo secondo intervento nella Sottocommissione che mostra la sua indole, la sua Stimmung di  giurista. Si discuteva dell’opportunità di un preambolo da far precedere all’articolato e, di fronte ad uno schema predisposto da un comitato istituito proprio per accogliere le preoccupazioni che aveva espresso nella prima delle sedute della Sottocommissione, Togliatti diede prova di questa sua attitudine. Fece notare infatti che una Costituzione non è un trattato o un documento teorico, ma che aveva la sua peculiarità lessicale, quella prescrittiva. Ne chiarì le conseguenze specifiche. Rilevò, quanto alle libertà, che la loro determinazione doveva rispondere a due criteri, quello della graduazione di importanza politica e quello della effettività. Aggiunse poi che non possono essere messe  allo  stesso livello affermazioni di diritti che potrebbero essere poste in un codice e quelle che invece devono essere collocate in Costituzione. Ricordò che il riconoscimento dei diritti implicava la garanzia da parte dello stato    del loro esercizio, dell’efficacia da offrire alle disposizioni che si sarebbero raccolte nel testo della Costituzione. A questo proposito trovò anche modo di chiarire che l’affermazione dei diritti sociali avrebbe implicato la individuazione dei mezzi concreti per assicurarne il godimento5. Nel prosieguo della discussione precisò che le garanzie da apprestare per assicurare l’efficacia delle norme sui diritti avrebbe dovuto riguardare ovviamente anche le libertà politiche e che solo così la Costituzione avrebbe potuto essere “uno strumento che diriga tutta la vita politica della Nazione”6.

A La Pira, che aveva predisposto un intero articolato sui diritti della persona umana, nel professargli riconoscenza per “averlo riportato ai tempi lontani dell’Università e degli studi di filosofia del diritto” contesta sia l’eccesso di ideologia del testo, ideologia di parte, quella cattolica, che inserita in Costituzione avrebbe potuto portare ad “una scissione nel corpo della Nazione”, sia, e soprattutto, la formulazione operata con affermazioni generiche, astratte, vaghe, prive di concretezza e che perciò non avrebbero dovuto trovar posto in una Costituzione”. Contesta insomma sia il linguaggio estraneo al lessico giuridico del testo perché declamatorio e non prescrittivo, sia il suo significato, il denotato, il voluto dal quale traspariva l’assunzione di una particolare ideologia7.

Coglie l’occasione offertagli da uno degli articoli proposti da La Pira per un’affermazione di principio molto importante. La Pira prevedeva che  per legge venisse disposta l’iscrizione di tutti i cittadini in un istituendo libro delle professioni e che fosse attribuita a ciascun degli iscritti uno status professionale. Togliatti dopo aver fatto notare che tale disposizione rientrerebbe tra quelle che ingiustamente “si attribuiscono  al comunismo”, nega che un articolo del genere possa essere accettato ed inserito in una Costituzione moderna perché riprodurrebbe “formule di regimi corporativi di secoli di molto precedenti, fortunatamente scomparsi sotto l’azione del progresso sociale”. È sulla base di tale motivazione che afferma invece la necessità di affermare la libertà dei cittadini “di scegliere il proprio lavoro” e di “cambiare professione quando ritenga che un’altra sia più conveniente alle proprie aspirazioni e alle proprie capacità”8

È nella stessa seduta del 9 settembre 1946 che si delinea chiaramente il terreno su cui può realizzarsi l’intesa tra le forze politiche presenti in Assemblea e proprio a partire dalla materia dei diritti. È netta la presa di posizione di Togliatti nel rifiutare testi intrisi di ideologia e sostanzialmente privi dei requisiti essenziali degli enunciati normativi. Si rivelerà feconda. Perché induce subito Dossetti ad intervenire, non tanto a sostegno delle posizioni di La Pira che comunque reinterpreta ampiamente volgendole in aspirazioni, invocazioni, principi, ma per offrire la condizione necessaria per la soluzione della questione che era emersa con l’opzione per l’ideologia cattolica come fonte cui ispirare la Costituzione. Dichiara, infatti, Dossetti che la sua parte politica non voleva affatto affermare una ideologia e tanto meno quella cattolica. Osserva però che non c’è Costituzione che non abbia una ideologia alla sua base e che non può non averla la Costituzione italiana. Da qui la necessità di sceglierla e che sia comune la scelta. La individua nel principio dell’antifascismo che rifiuta la“ tesi fascista della dipendenza  dei cittadini dallo stato ma afferma l’anteriorità della persona davanti allo stato” integrata in un pluralismo sociale nella comunità in cui la persona si integra …”9. Accetta poi l’impostazione giuridica togliattiana affermando che il principio dell’anteriorità della persona non va affermato “per una necessità ideologica ma per una ragione giuridica” quella propria dei giuristi “di sapere per la interpretazione giuridica delle norme qual è l’impostazione logica che sottostà alla norma”10.

Togliatti si affretta a riconoscere che “le espressioni di Dossetti offrano un ampio terreno di intesa” e quanto ad un accenno di Dossetti ad una eventuale differenziazione, esclude che possa esserci da parte  comunista in ordine al rapporto tra cittadino e stato. A questo proposito tiene a dichiarare che “per suo conto, lo stato è un fenomeno storico, storicamente determinato”, ricorda che la dottrina che rappresenta sostiene che lo stato ad un certo momento dovrebbe scomparire” aggiungendo che “un regime politico, economico e sociale è tanto più progredito quanto più garantisce lo sviluppo della personalità umana”11. A Dossetti che aggiunge, come ulteriore argomento per raggiungere un’intesa la considerazione che il marxismo non si ispira ad una materialismo volgare ma “ad un materialismo raffinato di carattere superiore che non rifugge dalla visione integrale dell’uomo”, Togliatti risponde sostenendo che non è necessario “il richiamo diretto nella Costituzione alle ideologie da cui deriva una determinata posizione nella Costituzione” perché non da una comune esperienza ideologica, ma solo una esperienza politica comune potrebbe e dovrebbe offrire un terreno di intesa “per instaurare e rafforzare la democrazia nel Paese”12. Riferendosi poi allo specifico tema dei diritti dell’uomo e del cittadino afferma che “si dovrà per forza trovarsi d’accordo”.

Traspare chiaramente da questi interventi uno dei profili fondamentali dell’azione di Togliatti come costituente, quello di assicurare, sia quanto a partecipazione attiva e determinativa sia quanto al prodotto normativo, il massimo di confluenza unitaria dei contributi delle varie parti dell’Assemblea. Precludendo, come dire, ogni eventuale ed anticipata “conventio ad escludendum” del PCI e della sinistra dalla  reale e visibile acquisizione nella Carta costituzionale delle loro istanze normative e anche dimostrando concretamente la funzione nazionale assunta ed esercitata dal suo Partito.

Quello che poteva sembrare un esasperato giuridicismo di Togliatti, era doppiamente motivato. Sia dalla necessità di dare concretezza normativa alle idealità politiche che si volevano affermare in Costituzione, fissando le forme adeguate per tale difficile assunzione.  Sia dalla possibilità di fare accettare le conquiste che si riprometteva di acquisire sia all’interno che all’esterno dell’Assemblea costituente: depurandole dalla enfatizzazione ma assicurandone la effettività.

È perciò che, ad esempio, insiste perché via via che si proceda nella formulazione degli articoli, tutte le volte che sia possibile dare concretezza all’eguaglianza giuridica, si accolgano espressioni come “diritto ad eguale trattamento sociale”.

A proposito della scelta tra i due termini “autonomia” e “libertà” per riassumere l’oggetto dei diritti fondamentali da determinare in Costituzione, afferma che quello di libertà andava preferito perché attinente ai rapporti tra gli uomini, laddove, in quel certo contesto, “autonomia” implicava il concetto di interiorità della coscienza che è sempre libera in qualunque condizione. Gli si presentò subito l’occasione, centrale e cruciale, per l’affermazione del principio e delle garanzie dell’eguaglianza sostanziale determinandone il significato e la portata come fondamento delle sue varie specificazioni. Ad offrirgli questa occasione fu proprio  la discussione sulla formulazione decisiva della nozione giuridica di eguaglianza sostanziale proposta da Basso per iscriverla in Costituzione come compito della Repubblica cui imporle di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono lo sviluppo della persona umana. La formula era tale da dover essere più che sostenuta da Togliatti (anche perché con lui concordata: come mi confidò lo stesso Basso) specie per la specificazione degli ostacoli da superare che si voleva  fossero denominati per quelli che erano e perciò “di fatto”. Parole che Togliatti, contro diverse opinioni, sostenne dovessero seguire il gerundio “limitando”. Siamo così di fronte alla formula originaria della più alta configurazione normativa dell’uguaglianza come condizione umana costituzionalmente sancita e affermazione della sua realizzazione come ragion d’essere della Repubblica13. Di diventar tale, al principio d’uguaglianza, era la prima volta che accadeva nella storia degli stati d’Occidente. Non è quindi per caso che sia divenuto ora bersaglio esplicito od occulto cui mira la melma del revisionismo costituzionale in Italia.

Non è che l’attenzione di Togliatti fosse minore a fronte delle questioni riguardanti i diritti di libertà. Quelli che, pur se strappati a qualche re fin dal 1215, nella vulgata della dottrina del movimento operaio erano sprezzantemente definiti “borghesi” denominazione assolutamente estranea al linguaggio e soprattutto alla stessa concezione di Togliatti  dei diritti della persona umana. Fu esemplare la sua proposta di far precedere la formulazione del principio e della garanzia dell’habeas corpus nella successione degli articoli attinenti alle specificazioni conseguenti. Così come lo fu quella di mantenere nella Costituzione l’affermazione del principio e della garanzia per evitare che la disciplina della materia potesse essere delegata alla legislazione ordinaria e che a decidere dell’habeas corpus fosse quindi la legge e non la Costituzione. Così ancora nel raccomandare la massima concretezza nello specificare i limiti da porre alla libertà personale e proponendo che “nessuno può essere arrestato se non per aver violato la legge e per mandato dell’autorità giudiziaria”. Si tratta, come si vede, della formula che si legge con alcune ed opportune specificazioni, nel secondo comma dell’articolo 13 della Costituzione. Nel mentre il primo comma di detto articolo recepisce esattamente la proposta di Togliatti di sancire prioritariamente il principio dell’habeas corpus definendo inviolabile la libertà personale14. Non si ferma però la sua preoccupazione di assicurare al massimo la tutela della persona anche nei casi eccezionali di necessità ed urgenza per i quali l’autorità di pubblica sicurezza è autorizzata a limitarla. Insiste infatti sulla limitazione a sole 48 ore della durata della restrizione operata prima dell’intervento dell’autorità giudiziaria15, così come sul divieto e la punizione di ogni forma di violenza contro chi è arrestato o fermato16. Proposte accolte l’una nel terzo comma, l’altra nel quarto comma dello steso articolo 13 della Costituzione, che si pone così come esemplare determinazione dell’habeas corpus della contemporaneità.

È bene proseguire nella indicazione di tutte le volte in cui la formulazione dei diritti di libertà trova in Togliatti il sostenitore della loro massima garanzia.

A proposito del diritto di circolazione e soggiorno, dopo aver contribuito a chiarire che l’ambito di tale libertà non incontra limiti territoriali17, dovendosi poi considerare le ipotesi di limitazione di tali diritti, insiste sulla necessità di indicare in Costituzione i casi in cui la legge può autorizzarne le restrizioni18.

Sul diritto di cittadinanza si batte per escludere che se ne possa prescrivere la perdita per ipotesi diverse da quelle eventualmente previste come sanzioni penali19.

Per quanto attiene poi alla libertà di stampa non condivide la proposta di attribuire alla magistratura il potere di disporre il sequestro nei casi indicati dalla legge perché tale attribuzione è  costituzionalmente corretta ma in astratto, stante che la magistratura italiana “ha dimostrato di essere scarsamente penetrabile allo spirito democratico20. Su questo tema in una successiva riunione della Sottocommissione, poneva una questione di enorme importanza, quella della congiunzione della liberà di stampa e della libertà di impresa giornalistica, cioè della formazione e della manipolazione dell’opinione pubblica. Denunziava l’astrattezza del principio della libertà di stampa che equiparava  “l’onesto organo di informazione e lo strumento che viene creato da colui che ha accumulato ricchezze e si serve di questa ricchezze per disorganizzare la vita economica e sociale del Paese”21 aggiungendo che “l’assoluta libertà di stampa nelle condizioni odierne di organizzazione economica non esiste. Esisterebbe solo se tutte le tipografie divenissero proprietà dello Stato”22.

Il dibattito nella prima Sottocommissione andava via via toccando anche questioni attinenti all’identità che andava assumendo il sistema  dei diritti che venivano sanciti sia per la loro garanzia complessiva, sia per il senso che tale sistema assumeva. È da sottolineare la posizione che assunse Togliatti. La si deduce sia dalla considerazione che ebbe a fare sulla necessità di asserire la responsabilità dei funzionari dello Stato per gli atti che dovessero violare le libertà dei cittadini come configurate dalla Costituzione23 sia dalla proposta che avanzò sul concetto di libertà che complessivamente doveva qualificare il sistema dei diritti costituzionali per cui la garanzia da apprestare a tali diritti da parte dello stato si motivasse in ragione delle finalità del loro esercizio. Suggerì infatti ai relatori della Sottocommissione, perché la esaminassero, una formula che così suonava: “Tutte le libertà garantite dalla presente Costituzione debbono essere esercitate in modo che contribuiscano al perfezionamento della persona umana, in armonia con la necessità di rafforzamento e sviluppo del regime democratico e il continuo incremento della solidarietà sociale”24.

Ci si può domandare se con tale formula si degradano le libertà rendendole funzionali ad interessi ed obiettivi altri rispetto a quelli indeterminabili  del  titolare.  In  altre  parole,  si  contraddice  con  tale finalizzazione la concezione liberale delle libertà? Credo di no. Il liberalismo, a rigore, non potrebbe e non dovrebbe rifiutare la tensione allo sviluppo della persona umana. È il liberismo che entra invece in contraddizione netta col principio sotteso alla formula proposta da Togliatti. Che tornò sull’argomento dando per scontata l’obiezione liberale alla concezione delle libertà concretamente orientate allo sviluppo della persona umana. Precisò la finalizzazione cui riteneva che dovesse essere rivolto l’esercizio dei diritti di libertà. Utilizzò il tipo di determinazione dei fini operata dalla Costituzione russa del 1936 ma sostituendo all’interesse “dello sviluppo della società socialista” che finalizzava le libertà riconosciute in quella Costituzione (anche se solo formalmente),“lo sviluppo della società democratica … con un accenno alla solidarietà sociale … ” come finalizzazione dell’esercizio delle libertà garantite dalla Costituzione25.

Togliatti non tralascia occasioni per apprestare garanzie ai diritti che si vanno iscrivendo nel testo che la Commissione sta preparando e a  fronte di una proposta volta a disciplinare le limitazioni alle libertà, in occasioni degli stati d’assedio, si oppone nettamente a che si inserisca in Costituzione la stessa previsione che l’andamento ordinario della vita statale possa essere in qualche occasione o in qualche modo sospeso26.

 

Togliatti nella Prima sottocommissione. I rapporti economici.

 

Il contributo maggiore e anche più rilevante di Togliatti alla  composizione del testo costituzionale fu quello volto a proseguire, dispiegare, sviluppare il significato ed il valore del costituzionalismo facendogli valicare la frontiera della separazione tra stato e società civile e, provando a farlo penetrare nella struttura stessa della società pervadendola. Lo strumento di quest’opera fu il ruolo che svolse di relatore sui “Principi dei rapporti economico-sociale”. Non nascose gli obiettivi che intendeva far raggiungere, non li mascherò, non li addomesticò. Nella relazione che predispose per la discussione anticipò che quel che proponeva mirava a riassumere lo spirito della Costituzione che si stava elaborando con “l’affermazione di nuovi diritti della persona umana il cui contenuto è in relazione diretta con l’organizzazione economica … ”allo scopo di “operare nella società italiana, attraverso l’azione dello stato, profonde trasformazioni economiche e sociali allo scopo tanto di fare opera effettiva di redenzione del popolo quanto di colpire i gruppi privilegiati autori del fascismo …”27. Al correlatore Lucifero,  liberale, che  propone  il riconoscimento  ad ogni cittadino  del diritto alla vita con un minimo indispensabile di mezzi di sussistenza perché gli sia assicurata un’esistenza degna dell’uomo, ma afferma contemporaneamente che a questo fine ognuno è libero di svolgere un’attività economica di sua scelta, replica che “tutto questo suona irrisione”. Perché tale pura libertà economica produce “masse ingenti di donne e uomini privi di essenziali mezzi di sussistenza”, perché essa “è una delle condizioni perché l’intero sistema capitalistico possa  funzionare ed è (pure) fattore di uno sviluppo che  inesorabilmente tende, da un lato a concentrare le ricchezze nelle mani di gruppi ristretti di privilegiati, mentre, dall’altro lato, aumenta il numero dei diseredati. Anche se la massa dei diseredati in periodi di prosperità può tendere a diminuire, essa torna ad accrescersi in modo pauroso quando inesorabilmente sopravvengono periodi di crisi. Rileva poi che il regime in cui tutti sarebbero liberi di scegliere l’attività economica cui dedicarsi esiste solo nella concezione utopistica del dottrinarismo liberale. Fa constatare poi che la libera concorrenza genera il monopolio e la fine della libertà assieme alla concentrazione del potere in pochissime oligarchie. Attribuisce alla maturazione della coscienza di questa dinamica del capitalismo che induce le classi lavoratrici di tutti i Paesi a chiedere l’abbandono dell’utopismo del vecchio liberalismo e una conseguente radicale riforma della struttura economica della società28.

Ricorda poi che è proprio dai fallimenti del capitalismo con  le conseguenti reazioni totalitarie, che derivò la domanda di nuovi diritti da aggiungere a quelli che le Carte costituzionali del Settecento e della prima metà dell’Ottocento avevano riconosciuto ma che attengono ai  soli rapporti tra cittadini e stato, domanda che il movimento socialista e altre correnti sociali come quella cattolica hanno avanzato per ottenere che ai diritti volti ad impedire “che i governi diventino arbitrio e  tirannide vengano affiancati i nuovi diritti al lavoro, all’assicurazione sociale per tutti i cittadini, al riposo, ad una retribuzione corrispondenti alle necessità fondamentali dell’esistenza, a potersi costituire una famiglia e a poterla mantenere”29. Rileva quindi la necessità di assicurare l’efficacia concreta delle enunciazioni che riconoscono i nuovi diritti. Da giurista quale è, fa osservare che si tratta di un problema del tutto nuovo che si pone nel campo delle garanzie giuridiche. Infatti, se per i diritti tradizionalmente riconosciuti dalle Carte costituzionali poteva e può essere sufficiente trovare la garanzia in una determinata struttura istituzionale ed in sedi giurisdizionali, per i nuovi diritti solo un determinato indirizzo di politica economica può provvedere ad assicurarli, e solo se ed in quanto “nella Costituzione venga indicato che la vita economica del Paese sarà regolata secondo principi nuovi …. e tutta l’attività economica del Paese venga guidata in modo che consenta la realizzazione di nuovi principi di giustizia sociale”30.

 

A questo fine quindi propone un articolato diretto ai seguenti obiettivi da sancire in costituzione: a) necessità di un piano economico per il coordinamento e la direzione dell’attività produttiva dei singoli e di tutta la Nazione; b) il riconoscimento in Costituzione di appartenenze della proprietà di mezzi di produzioni diverse da quella privata, cioè cooperativa e statale; c) nazionalizzazione delle imprese che hanno carattere di servizio pubblico o monopolistico; d) istituzione di consigli di aziende per il controllo della produzione da parte di tutti i lavoratori; d) limite dell’interesse sociale da porre alla proprietà privata; e) riforma agraria per limitare la grande proprietà terriera e privilegiare quella piccola e quella media e particolarmente quella del coltivatore diretto31.

È con questa Relazione che Togliatti delinea concretamente almeno due importantissime scelte di ordine teorico e programmatico, di rilevanza costituzionale e politica, di impegno del suo partito e dell’intero movimento operaio, con ancoraggio nazionale e proiezione europea. È quanto mai opportuno a questo punto soffermarsi sulle singole parti di questa Relazione per saggiarne la forza costruttiva della base teorica, politica e giuridica, su cui poggiare il sistema dei diritti sociali e con esso le condizioni e gli strumenti che ne possono garantire l’effettività.

La motivazione delle proposte che sta per enunciare in termini di articoli della Costituzione è quella della necessità di dare fondamento costituzionale alle riforme che “la maggioranza del popolo italiano desidera e reclama perché vede in esse un principio di rinnovamento di tutta la vita nazionale”. Riconosce ed evidenzia così un radicamento profondo da cui derivano quelle proposte e le carica di un compito alto  ed arduo. Si trova però di fronte ad una questione che qualifica “di grande importanza” quella attinente al carattere, alla valenza, alla efficacia delle norme che propone, anche in relazione alla battaglia che ha condotto ed ha vinto per escludere dalla Carta enunciati ideologici, astratti, non traducibili in precetti giuridici. Questione di grande importanza perché “la Costituzione non dovrebbe contenere altro che la registrazione e sanzione in formule giuridiche, di portata generale, di trasformazioni già in atto, di conquiste già realizzate”. Tesi questa che aveva dalla sua parte l’autorità della dottrina classica del diritto pubblico, quella tedesca. Ma anche – e che a quel tempo contava certo più di qualsivoglia dottrina – la convinzione, manifestata all’VIII Congresso dei Soviet, nell’approvare la Costituzione sovietica del 1936, nientemeno che da Stalin, che fece propria la distinzione tra programma e  Costituzione  asserendo  che  “il  programma  riguarda  il  futuro, la Costituzione il presente” (Stalin, Questioni del Leninismo, Roma, 1945, vol. II, 247)32.

La questione si presentava allora in tutta la possibile complessità giuridica, teorica, politica. Ma fu geniale la soluzione che le diede Togliatti. Storicizzandola e attualizzandola. L’analisi della fase storica  che attraversava l’Italia escludeva ogni dubbio. Era il momento, il tempo in cui si operava che obbligava a distaccarsi da “questa norma” – così definendola senza dire che fosse tale perché prescritta da una certa concezione dell’oggetto della norma giuridica o perché derivante da un’affermazione di Stalin. La congiuntura storica non era certo quella susseguente ad una rivoluzione ma solo ad una serie di eventi. Quelli che avevano sì determinato la riconquista delle libertà politiche e civili che vengono iscritte nella Carta costituzionale che così le registra e sanziona come conquiste già in atto. In atto, invece, per il tipo di trasformazioni sociali che si andavano realizzando, Togliatti riteneva che si potesse dire invece che fosse “in corso un processo rivoluzionario profondo che però per comune orientamento delle forze progressive si svolge senza che sia abbandonato il terreno della legalità democratica … accettando e rispettando il principio della maggioranza liberamente espressa”33. Una “democrazia progressiva” quindi il cui valore “sta nel fatto che essa riconosce e afferma … \la\ tendenza a un profondo rivolgimento sociale attuato nella legalità”. É perciò che, stante il momento storico, stante la scelta della legalità democratica, diventava necessario che elementi programmatici, “non di previsione ma di   guida|fossero| introdotti nella Carta costituzionale e questa venga ad assumere il valore non più di un patto tra popolo e sovrano per limitare il potere di questo … ma quasi di un patto concluso tra le diverse  correnti politiche e diversi gruppi sociali”34.

L’ultima notazione è rivelatrice: afferma che le sue proposte muovono “nella direzione generale di una trasformazione economica socialista”35. Così Togliatti si dichiara “rivoluzionario costituente”.

Nell’illustrazione orale della sua Relazione aggiunse due considerazioni. Una diretta a rafforzare le ragioni dell’inclusione in Costituzione dei diritti sociali quand’anche non ancora realizzati, perché le obiezioni della teoria della Costituzione-bilancio erano già state superate a proposito  dei diritti della persona, affermati in Costituzione anche se in gran parte non ancora godibili nella realtà sociale. L’altra considerazione mirò invece a precisare in tema di limiti e di obblighi da porre alla proprietà privata che le prescrizioni che ha proposto vanno riferite a quella dei mezzi di produzione e non a quella dei beni di consumo per i quali dovranno valere norme diverse36.

 

Nel corso del dibattito sulle sue proposte adotta la linea della più rigida difesa dei contenuti degli articoli che aveva formulato e della massima apertura alle proposte di integrazione, arricchimento, puntualizzazione del testo. È così che viene approvata la formulazione della norma sulla remunerazione del lavoro che soddisfi le esigenze di un’esistenza libera e dignitosa del lavoratore e della sua famiglia che, con qualche lieve rifinitura leggiamo come articolo 36 della Costituzione37. Difende tenacemente la dizione “stessi diritti” (dei lavoratori) e non “tutti i diritti”, come da emendamento, per assicurare il trattamento economico della donna lavoratrice. Ma a fronte delle difficoltà che incontra accetta la dizione “tutti … “ma ottiene che venga integrata con le parole “ed in particolare uguale retribuzione per uguale lavoro”38. È sostanzialmente riproduttivo della formulazione che Togliatti aveva proposto il testo dell’articolo 38 della Costituzione sul diritto all’assistenza sociale e alle esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia e disoccupazione involontaria39.

Intanto, indicativa dell’apertura di Togliatti ad esigenze, non definibili certo di classe, è poi la proposta di tutelare il risparmio non solo se derivante da lavoro ma in quella accezione più vasta che la metteva in connessione con la proprietà ed anche con la successione. Accetta la restrizione a quella derivante dal lavoro ma non la avrebbe voluta e teneva a sottolineare la sua opzione per una tutela di ogni tipo di risparmio40.

Alla discussione su sindacato e diritto di sciopero la Sottocommissione giunge divisa. Togliatti, relatore, che era stato incaricato assieme all’altro relatore, Lucifero, e a Dossetti di concordare un testo condiviso, dichiara che c’è accordo soltanto sul primo dei commi dell’articolo che aveva formulato nell’allegato alla relazione, comma lievemente modificato, diretto a riconoscere a tutti i cittadini il diritto di associarsi per la difesa ed il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita economica. C’era invece dissenso sulla sua proposta di garantire una difesa speciale del diritto di associazione sindacale. Quanto al diritto di sciopero c’era accordo solo nel riconoscerlo. Da parte sua infatti non c’era possibilità di accettare che si assicurasse il pari trattamento dello sciopero e della serrata e tanto meno che si ponessero dei limiti all’esercizio del diritto di sciopero. Motiva ampiamente le ragioni della sua  opposizione.  Sia  all’ammettere  la  liceità  della  serrata,     stante l’incontestabile differenza di posizione del possessore di mezzi di produzione e del salariato. Sia alla imposizione di limiti al diritto di sciopero perché porre questi limiti per motivi di ordine pubblico o di ordine economico sarebbe lo stesso che negare questo diritto per sottrazione del suo contenuto41. Non riuscì ad ottenere che si escludessero limiti allo sciopero, ma che i limiti legislativamente prevedibili si potessero riferire solo alla procedura di proclamazione, all’esperimento preventivo di tentativi di conciliazione e  al mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva42. Ottenne infine che si riconoscesse sia il diritto non rinunciabile al riposo settimanale dei lavoratori sia quello di partecipazione alla gestione delle aziende ove prestano la loro opera43.

Molto significativa è anche la successiva discussione sulla proprietà. C’è una prima imbarazzante questione che lo impegna. Si era già espresso in senso favorevole, riservandosi di proporne alcune modifiche, ad una formulazione dell’articolo sulla proprietà predisposta da Dossetti,  allorché il collega (e compagno dell’allora PSIUP) Giovanni Lombardi presentò una proposta di articolo così formulata:“ È garantita la sola proprietà gestita da conduttori e lavoratori diretti o cooperative”. È l’occasione per Togliatti di chiarire quale tipo di Costituzione è quella che si sta scrivendo e ritiene che si debba scrivere. Non una costituzione socialista, ma la costituzione “corrispondente ad un periodo transitorio di lotta per un regime economico di coesistenza di differenti forze economiche che tendono a soverchiarsi le une con le altre”44.

La lotta che riteneva che si dovesse condurre non era quindi quella “contro la libera iniziativa e la proprietà privata dei mezzi di produzione ma quella contro quelle particolari forme di proprietà privata che sopprimono l’iniziativa di vasti strati di produttori, … contro le forme di proprietà private monopolistiche ..”. Comprendeva che nella formula di Lombardi vi fosse “un lontano spirito socialista” per cui invitava “ i colleghi del suo partito a non votare contro” ma ad astenersi45. La formula che aveva concordato era invece quella secondo cui i “beni economici di consumo e i mezzi di produzione possono essere in proprietà di privati, di cooperative, di istituzioni e dello stato”. Con l’aggiunta di un secondo comma col quale si stabiliva che “la proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio viene riconosciuta al fine di garantire la libertà e lo sviluppo della persona e della sua famiglia”, e che viene poi approvata dalla Sottocommissione. Formula che però – a parer mio – andrebbe letta nel senso che se non dovesse risultare come frutto del lavoro e del risparmio, ma del profitto e/o della rendita, labproprietà privata non sarebbe coperta dalla garanzia costituzionale riconosciuta a quella costituzionalmente indicata.

 

Togliatti nella Prima Sottocommissione. I rapporti etico sociali

 

Da fine giurista che era, Togliatti non permette che si ignorino le distinzioni. Sui temi della cultura e della scuola è nettissimo nel rilevare che dal principio della libertà degli indirizzi scientifici non consegue affatto l’esenzione degli istituti scolastici da controlli volti appunto a garantire la libertà di tali indirizzi46. Si oppone nettamente alle pretese   di parte democristiana di sdoppiare l’ordinamento scolastico attraverso l’affermazione che ”lo stato adempie alle sue funzioni attraverso la scuola privata e la scuola di stato”47. Preoccupato della gravità del dissenso manifestatosi nel dibattito, propone una formulazione degli articoli che supera il contrasto e che è quella che leggiamo, con poche modifiche, nel terzo e quarto comma dell’articolo 33 della Costituzione48. Si oppone poi, e con successo, al tentativo di La Pira e di Moro di costituzionalizzare l’insegnamento della religione, esemplificando con la lettura di alcuni passi di un testo adottato nelle scuole di Empoli per l’insegnamento della religione che sostituisce alla materia religiosa la propaganda politica di contraffazione e dannazione del social comunismo49.

Sul tema della famiglia, dopo aver sostenuto la formula di Nilde Iotti che considera la famiglia quale fondamento della prosperità materiale e morale dei cittadini”50 si attesta sulla reiezione delle proposte dei  colleghi democristiani di voler definire indissolubile il matrimonio sostenendo che potrebbero limitarsi a sancirlo nel Codice civile e dichiararsi soddisfatti dall’affermazione che fa, a nome del suo gruppo, di non ritenere opportuno sollevare il problema del divorzio che aveva definito, in relazione alle esigenze allora attuali della società italiana “innaturale e dannoso”. Confermò successivamente la convinzione che si dovesse lasciare al codice civile la disciplina matrimoniale opponendo ai democristiani il rifiuto di trattarne in sede costituente per la ragione che, il volerne stabilire il divieto, rispondeva alla volontà di dare una coloritura ideologica alla Costituzione51 e affermando in quell’occasione che “i comunisti vogliono che la Costituzione sia aperta a tutte le possibilità ideologiche e non ad una sola”. È vero che si trattò di uno scambio ma fu equo e previdente. Un quarto di secolo dopo  l’istituzione del divorzio non implicò la modifica della Costituzione52. Sul regime giuridico dei figli propone una formula quanto mai garantista della loro posizione secondo cui nessuna norma di legge potrà far ricadere sui figli le conseguenze di uno stato familiare dei genitore che non sia conforme alla legge53 ed esplicita la sua convinzione che il regime giuridico da predisporre per i figli debba essere disegnato in assoluta coerenza con i diritti sanciti per la persona54.

 

Togliatti nella Prima Sottocommissione. Rapporti politici.

 

Nella discussione volta a fissare i diritti politici, Togliatti si esprime favorevolmente alla diminuzione dell’età di esercizio del diritto di voto55 che ritiene possa essere definito esaustivamente con l’espressione “in condizioni di universalità ed eguaglianza”56 e volendolo finalizzare propone di sostituire la parola “rappresenta” con la parola “è” nella espressione volta a qualificarlo come dovere civico57. Propone poi che si rimetta alla seconda Sottocommissione la questione del sistema elettorale58 Sempre in tema di diritti politici, mira ad escludere che il diritto dei cittadini di accedere alle cariche pubbliche sia condizionato dalle loro attitudini e facoltà per ovvie ragioni di garanzia di esercizio di tale diritto dalla interferenza di qualche autorità59 Difende con forza il principio del servizio militare obbligatorio60.

Chiarissima è poi la posizione che assume sul tema dei partiti politici. Condivide la proposta che in argomento fu avanzata da Basso. È contrario a disposizioni che limitino la formazione di partiti politici a garanzia della democrazia. Si domanda su quali basi si dovrebbe combattere un movimento nuovo come, ad esempio, quello anarchico e risponde che “dovrebbe essere combattuto sul terreno della competizione politica democratica, convincendo gli aderenti al movimento della falsità delle loro idee, ma non si potrà negargli il diritto di esistere e di svilupparsi, solo perché rifiuta alcuno dei principi contenuti nella formula che si esaminava61 (quella della democrazia interna). Su un punto insiste ed insisterà. È quello del divieto di ricostituzione del partito fascista62. Nell’ampia discussione sul riconoscimento  di  compiti  costituzionali  ai  partiti  politici,     proposta anch’essa da Basso, si schiera a favore della costituzionalizzazione di  tale riconoscimento in quanto stimolo per tutti i cittadini a partecipare alla politica, e perché volta a far uscire “la grande massa dallo stato di disorganizzazione in cui si trova .. portando la vita democratica ad un livello più alto”. Ritiene però che il riconoscimento di dette funzioni non deve comportare una configurazione rigida dell’organizzazione dei partiti, ai quali peraltro potrebbero anche essere attribuite funzioni attinenti all’organizzazione della stampa63

Di grandissima importanza fu ovviamente il dibattito sulla definizione della forma di stato. Togliatti non rinuncia a profittare di questa occasione per riproporre la formula, già discussa e non accolta, di qualificare la repubblica democratica in modo da aggiungere alla parola “democratica” la dizione ”di lavoratori” ed anche quella “del braccio e della mente”64. Buona fortuna arrise invece all’intento di irrigidire la forma repubblicana dello stato. La prima formulazione di questa norma la tentò con l’enunciato “La forma repubblicana dello stato non può essere messa in discussione né davanti al popolo, né davanti alle Assemblee legislative”65. Respinge l’obiezione secondo cui tale formula vincolerebbe la sovranità popolare, replicando che era stata proprio la sovranità popolare a scegliere la forma istituzionale dello stato decidendola per l’avvenire. A chi gli chiede se questa formula implicasse la commissione di un reato da parte di chi si trovasse a scrivere un articolo di giornale discutendo la forma repubblicana replica spiegandogli che si tratta di una norma costituzionale e non del codice penale. Modifica poi la dizione che aveva annunciata sostituendola con questa: la forma repubblicana dello stato non può essere oggetto di proposta di revisione costituzionale. Non fu accolta in questi termini la disposizione ma in quelli proposti da Moro: “L’adozione della forma repubblicana è definitiva”. Quella che si legge nel vigente articolo139 della Costituzione è però la formula proposta da Togliatti66.

A tale progetto di norma Togliatti aggiunse quello volto alla confisca dei beni di Casa Savoia67. Gli si oppose che in una Costituzione non si iscrivono sanzioni penali che derivano soltanto da regolari processi. Replicò facendo rilevare che se non è stato instaurato un processo ed una sentenza capitale per la preoccupazione di non turbare la pace politica del Paese non perciò se ne devono trarre conseguenze giuridiche quanto ad applicazione di sanzioni68. Fa notare che Casa Savoia ne ha già avuto una per il suo operato col referendum ed una seconda con le norme  antimonarchiche  che  stanno  emergendo  dalla  scrittura   della Costituzione. Accetterà poi che si votasse una disposizione proposta da Moro secondo cui veniva deferita alla legge di disporre l’avocazione dei beni di casa Savoia69. Ma l’avocazione fu poi deliberata con la tredicesima disposizione finale della Costituzione.

 

La discussione sullo stato come ordinamento giuridico, nell’affrontare un tema complesso in sé e per le implicazioni che comporta in ordine ai rapporti tra stati e tra questi e il diritto internazionale, irriducibile in quanto tale alla configurazione ordinamentale, si presentava ancora più ardua per l’immanenza della eterna questione italiana dei rapporti tra Stato e Chiesa. Intanto, per quanto riguarda le relazioni tra l’ordinamento italiano e il diritto internazionale, Togliatti fa rilevare la drasticità della formula secondo cui “le norme di diritto internazionale fanno parte dell’ordinamento della Repubblica” e “le leggi della Repubblica non possono contraddirvi”. Drasticità che non tiene conto della composizione del diritto internazionale che comprende i trattati e  le consuetudini, cioè normative codificate e non codificate. Non essendo codificate le norme di diritto generale e configurandosi come principi, trattarle non come tali e dichiarare che vengono a far parte dell’ordinamento dello stato porta a stabilire un articolo che si presterebbe ad equivoci. Perciò dichiara di votare per la formula proposta dal relatore Cevolotto che è del seguente tenore: “Le norme  del diritto delle genti generalmente riconosciute sono considerate come parti integranti del diritto della Repubblica”70.

Ma è sulla questione dei rapporti Stato e Chiesa che si concentra il dissenso, esattamente sulla pretesa dei commissari democristiani di inserire i Patti lateranensi in Costituzione. Va detto che Togliatti aveva proposto fin dall’inizio della discussione un articolato composto a) dall’affermazione della indipendenza e della sovranità dello stato nei confronti di ogni organizzazione religiosa o ecclesiastica, b) dal riconoscimento da parte dello stato della Chiesa cattolica nei limiti dell’ordinamento giuridico della stessa Chiesa, c) dalla statuizione che i rapporti tra Stato e Chiesa fossero regolati in termini concordatari71. Ebbe poi modo di ricordare che dal giorno in cui hanno ripreso  un’attività aperta in Italia, anzi anche prima, i comunisti avevano dichiarato ed avevano operato per mantenere e difendere la pace religiosa in Italia. Sottolineò che per il popolo italiano si apriva un periodo difficile di ricostruzione e di rinnovamento politico  ed economico, processo che non avrebbe dovuto essere complicato da conflitti religiosi. Denunziò poi che, mentre i comunisti avevano tenuto conto della richiesta democristiana di un riconoscimento della sovranità della Chiesa, i democristiani presentavano proposte sempre più  tassative sulla inclusione dei Patti lateranensi, tal quali, nel testo    della Costituzione. Pretesa che respingeva per carenza di motivazione. All’argomento che il Trattato regola la materia del territorio dello Stato rispondeva che detta materia non era stata compresa tra quelle oggetto della normazione costituzionale e che, comunque, nessuna necessità istituzionale impone che un Trattato riguardante il territorio dello Stato sia richiamato nella sua Costituzione. Al contrario, la costituzionalizzazione dei Patti lateranensi avrebbe impedito possibili e futuri ritocchi. A queste ragioni se ne aggiungevano due altre. Quella  che i Trattati “hanno la firma del fascismo”. Inserirli in costituzione avrebbe il significato di inserirvi un’opera del regime fascista. L’altra era la reiezione del principio della religione dello stato e la convinzione che lo stato non può avere una sua religione, può garantirla, la religione è degli individui72.

A motivi della stessa visione della libertà di coscienza rispondeva l’opposizione di Togliatti alla proposta di riconoscere il diritto alla libera professione delle proprie idee e convinzioni “purché non contrastino con le supreme norme morali ….”. E la ragione dell’opposizione venne espressa innanzitutto domandando quali fossero i principi morali in una società capitalistica, se per caso fossero quelle del mito della proprietà privata che è quasi divinizzata da alcune forze politiche e poi nel termini autentici della cultura giuridica del costituzionalismo liberale,  osservando che si volessero in tal modo condannare idee e non azioni73.

Due ultime prese di posizioni vanno ricordate di Togliatti nella Sottocommissione ambedue di rilevante valore etico-politico. Una a favore dell’istituto del giuramento il cui valore “non ha solo carattere religioso”, perché “anche per colui che non ha coscienza religiosa esiste una coscienza morale ed esiste in misura maggiore o minore in tutti gli uomini”74. L’altra ebbe modo di dichiararla in occasione di un emendamento di Dossetti volto a garantire la libertà di manifestazione della propria fede, emendamento che appoggiò osservando che l’intolleranza religiosa è consistita non nel proibire un determinato culto ma una nel proibire una fede75.

 

Togliatti nella Commissione (dei 75) in adunanza plenaria.

 

Nell’adunanza plenaria della Commissione Togliatti interviene innanzitutto per orientare i lavori in modo proficuo e tale da utilizzare al massimo i risultati delle tre sottocommissioni e di coordinarli in una visione  d’insieme  sulla cui base  procedere  poi ad una redazione    del progetto per l’Assemblea che sia organico, unitario ed inscindibile76 trovando modo di affermare una verità evidente ed indiscutibile per allora e per sempre quella della indivisibilità della Costituzione. Riaffermò anche quale sarebbe dovuto essere e sarebbe stato il genere, il tipo di Costituzione per il quale si doveva lavorare e si lavorava.  Quello di costituzione programmatica. Una Costituzione cioè che deve “esprimere, registrare, consolidare la conquista democratica” realizzata “con l’abbattimento del regime fascista ma che in pari tempo deve attuare una trasformazione profonda di carattere economico, sociale e politico, secondo l’aspirazione della grande maggioranza della popolazione italiana”. Una Costituzione che deve contenere anche “norme che illuminano la strada del legislatore”. E, in polemica serena con Calamandrei, sostiene che se anche qualche formulazione dovesse suonare come “proclamazione di idealità o enunciazione di finalità etico- politiche” ebbene tanto più efficace sarà detto orientamento per il legislatore se venisse “formulato in articoli”77.

Sempre preoccupato da giurista della compilazione dei testi normativi  da iscrivere in Costituzione, propone che invece di svolgere un lavoro di redazione articolo per articolo, la Commissione plenaria debba “inserirlo in un quadro fondamentale per poi portarlo alla discussione nell’Assemblea Costituente ove verrà discusso articolo per articolo”. Ispira così la decisione di istituire il Comitato di coordinamento” che poi provvederà a redigere il testo degli articoli, Comitato che deve però sottoporre alla Commissione plenaria la soluzione di problemi che dovessero risultare fondamentali78. Ritiene necessario per interessare maggiormente il Paese che la Commissione renda pubbliche le sue sedute e pubblichi l’ordine del giorno79. Dichiara che voterà a favore del testo della Sottocommissione secondo cui “la famiglia è una società naturale e come tale lo Stato le riconosce i diritti e le tutele allo scopo di assicurare l’adempimento della sua missione ed insieme la saldezza morale e la prosperità della Nazione” al quale testo vota contro Grieco e si astengono Ravagnan e Terracini80. Propone che “i genitori abbiano verso i figli nati fuori del matrimonio gli stessi doveri che verso i figli  nati nel matrimonio”, e che” la legge garantirà ai figli nati fuori del matrimonio uno stato giuridico che escluda inferiorità civili e sociali” formula che la Commissione approva ma che sarà modificata dall’Assemblea81.

Ebbe poi occasione di intervenire su temi propri dell’ordinamento dello stato.   Lucidissima,   di   grande   importanza   e   profondità   è  infatti l’intervento sul progetto di istituzione delle Regioni. Da giurista, quale si è andato dimostrando, contesta la regolazione proposta perché contraddittoria nell’affastellare disposizioni ispirate ad ambedue e contrapposti principi che presiedono alla possibile disciplina della materia, quello federativo e quello del decentramento amministrativo senza giungere ad un compromesso di principi e sostituendolo con un compromesso di formule. Esemplifica le contraddizioni, le carenze, le confusioni, denunzia il senso antimeridionalista della proposta, ne sottolinea i pericoli che ne deriverebbero eccitando gli egoismi regionali, cristallizzando lo sviluppo al punto in cui è arrivato, precludendo l’elevazione del sud e la costruzione di quei vasi comunicanti che può essere data da una comunità economica indivisibile. Condanna il progetto Ambrosini perché non realizza il decentramento amministrativo, crea un’altra istanza, senza sopprimere nessuna di quelle esistenti, istituisce una vastissima legislazione subordinata, crea un vero staterello federale. Afferma la necessità di difendere l’unità nazionale che è una conquista, ma non una conquista concreta, come dovrebbe essere, e soprattutto non è così solida82. In proposito presentò un o. d. g. volto a vincolare la revisione degli articoli in esame in senso favorevole ad un ampio decentramento amministrativo ed al più ampio sviluppo delle autonomie locali, a riconoscere ampia autonomia alla Sicilia, alla Sardegna ed alle zone mistilingue escludendo però che venissero introdotti in Costituzione “elementi anche indiretti ed attenuati di federalismo”83, o. d.g. respinto.

A proposito della figura del Presidente della Repubblica, visto che per essere chiamato a tale carica occorrono qualità particolari, ritiene troppo restrittiva l’esclusione della rielezione84. Ha poi modo di ricordare, a proposito della definizione della Repubblica, che in prima Sottocommissione, respinta la sua proposta di qualificare la Repubblica come “dei lavoratori” si decise però di stabilire che a fondamento della Repubblica si ponesse “il lavoro”85. Quanto all’incorporazione delle  norme di diritto internazionale nell’ordinamento della Repubblica opta per una formula elastica tale cioè da lasciare aperta la possibilità di un atto interno di volontà sovrana86. Accetta poi l’ipotesi che per l’elezione del Senato si possa adottare il collegio uninominale (il che non significava tuttavia che si scegliesse il sistema maggioritario)87.

Interessante fu la difesa che svolse a favore dell’istituto dell’amnistia. Al costituente Leone secondo il quale l’amnistia sarebbe un attributo della regalità chiarisce che non di regalità si è sempre trattato e si tratta   ma di sovranità. Appunto perciò non può l’istituto dell’ amnistia non essere riconosciuto alla Repubblica. Alle altre argomentazioni di Leone oppone che non si è di fronte ad un sistema nel quale la pena sia adeguata al reato e che abbia carattere educativo e non afflittivo, che l’applicazione del codice penale risponda agli stessi criteri in ogni parte della penisola, che per una quantità di reati le pene previste sono altissime e certo non educative come per esempio l’ergastolo. La constatazione di tutte questa carenze, contraddizioni, evenienze inducono realisticamente a prevedere la necessità sia dell’indulto che dell’amnistia88.

Di pari rilevanza fu poi l’intervento che dedicò al tema dell’ordinamento giudiziario. Ricordò che la legge sulle guarentigie della Magistratura che portava il suo nome aveva due obbiettivi, quello di “riparazione e restaurazione” attraverso l’abrogazione delle norme fasciste di sottoposizione brutale della Magistratura all’arbitrio del potere esecutivo e quello di avviare la riorganizzazione della Magistratura che avrebbe dovuto sfociare nella Costituzione. Notava che quella legge “andava sino al limite estremo delle garanzie dell’indipendenza e dell’autonomia ma non faceva della Magistratura un potere autonomo dallo Stato che è  cosa diversa da un potere che si governa esclusivamente da sé”. Riconosce alle proposte in esame concordanza su tale principio anche se talvolta vanno oltre e si ripromette di richiamare l’attenzione su qualche formulazione che andrebbe modificata come quella della inamovibilità  dei magistrati che va concepita come garanzia della funzione ma anche ad un certo grado di maturità”. Sul ruolo del C.S.M. avverte che non si tratta “di organo giudicante di tipo puro” perché “è organo in parte investito di poteri disciplinari di carattere amministrativo e in parte giudicante i magistrati secondo il loro valore ed agli effetti delle promozioni e di assegnazioni alle differenti sedi”. Quanto alla composizione sottolinea l’indiscutibilità della Presidenza del Presidente della Repubblica, per il Ministro di grazia e giustizia raccomanda che non gli si attribuisca una funzione di procuratore generale o di pubblico ministero e di attribuire un ruolo preminente al primo Presidente della Corte di Cassazione.

 

Nella discussione sul sistema elettorale per il Senato dopo essersi dichiarato proporzionalista accetta che venga adottato il sistema elettorale maggioritario per escludere l’elezione di secondo grado direttamente o indirettamente implicita negli altri sistemi in discussione orientati a fare del Senato un organo rappresentativo delle categorie professionali89. Netta è poi la sua posizione favorevole alla giuria popolare perché strettamente strumentale per l’esercizio del diritto fondamentale del cittadino ad essere giudicato dai suoi concittadini quando si tratta di un reato o politico o che comporti la privazione  della libertà personale per un certo numero di anni90. Non condivide la proposta di vietare l’iscrizione ai partiti politici dei magistrati perché divieto ormai superato di fatto e formalmente soppresso da un ministro liberale, Arangio Ruiz, sulla cui linea si sono poi collocati i ministri che  gli sono succeduti, il democristiano Tupini, ed egli stesso. Ricorda che durante la sua gestione ministeriale vi fu un solo caso che lo indusse a richiamare un magistrato che non si era attenuto alla norma, contenuta nella circolare che autorizzava l’iscrizione, di astenersi dal partecipare a manifestazioni o a compiere atti contraddittori con le loro funzioni91.

Ebbe poi modo di confermare la necessità dell’avocazione allo Stato dei beni di Casa Savoia92. Dettò infine la formula del disconoscimento dei titoli nobiliari, da inserire nelle disposizioni finali della Costituzione93.

 

 

Togliatti nell’Assemblea.

 

Non furono molti gli interventi di Togliatti in Assemblea sui testi specifici del progetto. Certo, è in questa sede che pronunziò il più importante discorso sulla Costituzione e sulla democrazia in Italia oltre che quello sulla questione che ha tormentato la storia della penisola dai tempi di una fraudolente “Donazione” a tutt’oggi, la questione dei rapporti tra Chiesa cattolica e stati italiani. Se ne tratterà a conclusione. Saranno tralasciati gli interventi sulle questioni procedurali, interessanti ma per gli studiosi delle tecniche di determinazione degli enunciati normativi e, nel nostro caso, per constatare la sensibilità e l’acume giuridico di Togliatti.

 

Per la terza volta interviene sulla definizione della Costituzione. Ricorda che fu respinta la formula proposta dalla sinistra di qualificare la repubblica come democratica “dei lavoratori” e che si optò per quella proposta da Fanfani e che suona “fondata sul lavoro”. Visto che si poneva quest’ultima formula in alternativa a quella proposta da La Malfa e volta ad aggettivare la Repubblica come “democratica fondata sui diritti di libertà e sui diritti del lavoro”. Precisa che i comunisti avrebbero votato per la formula Fanfani perché più vicina a quella da essi proposta originariamente, e perché dal significato sociale più profondo, rispetto a quella di La Malfa che peccava di eccessivo tecnicismo, suonava poco chiara con le parole . sui diritti “di lavoro” e non abbracciava l’intero testo della Costituzione94.

Nella discussione sul sistema elettorale per il Senato, in relazione alla cifra degli abitanti per la determinazione dei collegi, dichiarò che il gruppo comunista avrebbe votato a favore della cifra più bassa perché quella troppo alta distacca eccessivamente l’eletto dall’elettore e perché l’eletto, distaccandosi dall’elettore, acquista la sola figura di rappresentante di un partito e non più di una massa vivente che egli deve conoscere e con la quale deve avere rapporti personali e diretti95.

Trovò anche modo di usare qualche battuta pungente. Quella ad esempio di ricordare che in determinati casi, “il che preceduto dal verbo potere regge sempre il congiuntivo” e di sperare che il Gruppo parlamentare democristiano non pretendesse col peso dei suoi 207 voti, di far “cambiare la grammatica italiana”96.

Molto rilevante per la costruzione del sistema dei diritti costituzionali elaborata successivamente dalla dottrina costituzionalista, fu la precisazione che volle pronunziare rilevando che la successione dei primi51 articoli della Costituzione non esaurisce l’intero catalogo dei diritti fondamentali. Perché diritti dello stesso rango sono infatti riconosciuti anche nei successivi Titoli e articoli. Cita, ad esempio, il Titolo IV della Seconda Parte della Carta dedicato alla Magistratura ove vengono sanciti, tra altri, i diritto alla inamovibilità del giudice a garanzia del cittadino. E come, sempre a garanzia del cittadino, è garantita la giuria popolare per determinati reati97. E proprio sull’istituto della giuria torna a pronunziarsi in Assemblea difendendolo e considerandolo diritto fondamentale del cittadino moderno che di fronte “alla vecchia autorità dello Stato assoluto afferma la dignità della propria persona  rivendicando il diritto, nei casi di delitti politici e di condanne ad una lunga detenzione, di essere giudicato dai propri concittadini”. Lo definisce poi “principio fondamentale della concezione liberale borghese” che non si può rinnegare ma si deve riaffermare nella nostra Costituzione98.

Di grande rilievo politico e morale fu poi, nell’ultima seduta dell’Assemblea costituente, l’invito a desistere dalla proposta di chiudere il discorso normativo iscritto in Costituzione con l’invocazione a Dio, invito motivato dall’esigenza di concludere i lavori nel clima di unità e concordia che si stava vivendo99.

 

Togliatti, il Costituente. A mo’ di conclusione

 

Giunta a questo punto la ricostruzione dell’intera serie dei suoi contributi alla scrittura della nostra Carta costituzionale si perviene a riferire sui due discorsi, forse i più impegnativi, di Togliatti costituente. L’uno sui rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica, problema secolare della Nazione mai definitivamente risolto, l’altro sul dover essere della Costituzione, cioè sul destino della democrazia in Italia.

 

Già quello concernente il voto del gruppo comunista sull’inserimento dei Patti Lateranensi in Costituzione si staglia per peculiarità dell’avvio, per chiarezza d’impostazione, per argomentazione serrata e per suggestione della scelta operata. Comincia col riferire sul significato del primo  comma dell’articolo in discussione, fa notare che a proporlo, nella Prima Sottocommissione, fu lui stesso. E che nel formularlo si ispirò al  pensiero di un illustre giurista liberale del quale aveva frequentato il corso di lezioni, studiato le dispense e col quale aveva sostenuto  l’esame di diritto ecclesiastico nell’Università di Torino,  Francesco Ruffini. Ricorda che alle lezioni di quel corso era presente un “grande scomparso” che definisce suo “amico e maestro”, Antonio Gramsci. Quel Gramsci che gli diceva che il giorno in cui dovesse formarsi un governo socialista, in cui fosse sorto un regime socialista, uno dei principali compiti di questo governo sarebbe stato quello di liquidare completamente la questione romana, garantendo piena libertà alla Chiesa cattolica100. Cita poi la posizione assunta dal V Congresso del   P.I. del 1946 di prestare la massima attenzione ad evitare conflitti con la Chiesa cattolica per non turbare la coscienza dei cittadini e per assicurare la pace religiosa in Italia. Impegno che implicava: a) che la Costituzione riconoscesse la libertà di coscienza, di fede e di culto, di propaganda e di organizzazione religiosa; b) che con i Patti Lateranensi si fosse definitivamente chiusa la “questione romana”; c) che il Concordato fosse riconosciuto come strumento bilaterale e che solo bilateralmente potesse essere rivisto.

 

Volle poi far notare che già nella Prima Sottocommissione e poi nella Commissione plenaria i comunisti avevano posto la questione degli articoli che, sia del Trattato sia del concordato, contraddicevano  le norme che, insieme, le diverse parti politiche della Costituente avevano voluto introdurre nella Costituzione. A questa questione si aggiungeva quella della firma dei Patti lateranensi che il fascismo aveva propagandato come sua opera. Dalla rilevanza di tutte e due le questioni derivava la difficoltà di assumere i Patti lateranensi nel testo della Carta. Difficoltà che si era provato a superare con varie formule e strumenti di deliberazione parlamentare, le une e gli altri respinti. Respinti perché l’interlocuzione era falsata. Il dibattito non era con il  gruppo democratico cristiano  della Costituente ma tra“l’Assemblea  costituente italiana e un’altra parte, l’altra parte contraente e firmataria dei Patti lateranensi”101.

 

Togliatti vibra così un colpo duro, e meritato, alla Democrazia cristiana, ne rivela la subalternità al Vaticano. Ma un altro colpo lo indirizza a De Gasperi, dicendogli che era quella l’occasione perché il Governo assumesse il compito di legittimo rappresentante dell’opinione democratica e repubblicana che unanimemente si era espressa,  ponendo il problema reale nei suoi termini veri102. I termini veri che ricavò poi lui leggendo dall’Osservatore romano cinque articoli con l’affermazione che il diniego di includere i Patti lateranensi nella Costituzione sarebbe stato considerato (dall’altra parte contraente, la Santa Sede) “non una lacuna ma una minaccia, un pericolo. La minaccia alla pace religiosa, il pericolo di vederla turbata per la possibilità che lo sia”, come testualmente asserito dal quotidiano del Vaticano il13 marzo e ripetuto il 19, il 20, il 21 e il 22 dello stesso mese103 Togliatti dimostra così l’esistenza reale del pericolo di una guerra di religione e, contestualmente, da quale parte proviene questo pericolo, indica esattamente chi preannuncia tale guerra. L’operazione di Togliatti è politicamente abilissima. Rovescia radicalmente la propagandata ostilità dei comunisti alla religione, il pericolo per la fede cristiana e per ogni fede da parte dei cosiddetti “senzadio”. Assume quindi per il suo partito la difesa della pace religiosa come imperativo ineludibile dettato dalla “classe operaia che non vuole una scissione per motivi religiosi”104. Sacrificherà le riserve già dichiarate e motivate a nome del partito che rappresenta i cui deputati voteranno a favore della  costituzionalizzazione dei Patti Lateranensi per assicurare, nelle condizioni storiche date, la pace religiosa. Pace che, ciò non ostante, fu rotta poi due anni dopo dal papa Pacelli con vari anatemi e (Sant’Uffizio, 1 luglio 1949) con la scomunica dei marxisti, dei loro giornali, libri, dattiloscritti, manoscritti e quant’altro.

A completare la ricostruzione dell’opera di ideazione, elaborazione e definizione della Costituzione nelle tre sedi nelle quali fu prodotta, mediante una silloge di passi degli interventi, si riferiscono ora le parti più significative del discorso che Togliatti tenne nella discussione generale sul progetto di Costituzione elaborato dal Comitato di  redazione della Commissione dei 75.

 

Si era alle ultime battute della discussione generale del procedimento di formazione della Carta, era il pomeriggio dell’11 marzo del 1947, Togliatti parla tra l’intervento di La Pira e quello di Benedetto Croce. Inizia dando atto ai colleghi che lo hanno preceduto di essersi elevati ad un’altezza degna del tema in discussione e del compito che i costituenti si erano posto. Ma appena dopo aver espresso tale riconoscimento confessa di non riuscire “a sfuggire a un senso di perplessità” e si domanda, se non come singoli ma come Assemblea – la prima eletta su scala nazionale con quel potere e quella funzione – si sia riusciti realmente a porre nel necessario rilievo la prima e principale questione: quella di quale costituzione andava data all’Italia, di quale costituzione avesse bisogno l’Italia in quel determinato, concreto momento della sua storia105. Approfondisce la questione domandandosi quali siano le ragioni di una costituzione nuova. Riconosce che sia vera, in parte, la tesi – la aveva sostenuta Francesco Saverio Nitti – che “i popoli vinti sono costretti quasi per una legge della storia a darsi Costituzioni nuove”. E vinto era, infatti, il popolo italiano. Aggiunge però che questo principio si è andato affermando insieme e in ragione di un altro principio, il principio democratico dal quale consegue direttamente il corollario “della responsabilità dei popoli per la loro storia e per il loro destino”106.

Dalla responsabilità per il destino delle generazioni successive deduce la necessità di prendere coscienza delle cause della catastrofe dalla quale è emersa la necessità della Costituzione nuova. Cause da ascrivere tutte alla politica della classe dirigente prefascista, quella classe che fece prevalere sull’interesse generale i suoi interessi egoistici di conservazione di determinate strutture politiche, economiche, sociali, perdendo definitivamente il suo carattere nazionale. Pone quindi il problema della responsabilità che grava sulla classe politica prefascista di aver tollerato e forse anche consentito l’instaurazione del regime fascista. Perciò la necessità di una nuova Costituzione come base di un nuovo ordinamento complessivo per l’avvento di una nuova classe dirigente alla testa di tutta la vita nazionale. Non quindi una  Costituzione a-fascista ma una Costituzione antifascista. Una nuova Costituzione che deve garantire per l’avvenire “per il suo contenuto generale e per le sue norme concrete …. che ciò che è accaduto una volta non possa più accadere, che gli ideali di libertà non possano più essere calpestati, che non possa più essere distrutto l’ordinamento giuridico e costituzionale democratico” di cui si stanno gettate le basi. Sapendo che la sola garanzia reale è che “alla testa dello stato avanzino e si affermino forze nuove che siano democratiche e rinnovatrici per la loro stessa natura” e una nuova classe dirigente, quella delle forze del lavoro107.

È questa impostazione sola, concreta e possibile, che crede si debba  dare alla costruzione della Costituzione. Una impostazione che lascia da parte le ideologie. Precisa infatti che l’ideologia non è dello stato, é dei singoli e dei partiti. Afferma così che non un’impostazione ideologica deve avere la Costituzione ma un’impostazione politica, concreta, derivante da una visione esatta della situazione in cui si trova oggi l’Italia. Perciò dichiara che i comunisti non rivendicano una costituzione socialista perché non è questo il compito che la storia pone alla Nazione italiana. Indica quindi quali crede che siano i beni sostanziali che la Costituzione deve assicurare agli italiani. Ne vede tre, la libertà ed il rispetto della sovranità popolare, l’unità politica e morale della Nazione, il progresso sociale, legato all’avvento di una nuova classe dirigente. Aggiunse che, assicurando questi tre beni alla Nazione, la Costituzione si sarebbe collocata “accanto all’arca del patto” e avrebbe illuminato e guidato il popolo italiano per un lungo periodo della sua storia108.

Passa poi a rispondere alle critiche mosse al lavoro compiuto ed al tipo di costituzione che si sta delineando. Conferma che c’era stata “una confluenza di due grandi correnti: del solidarismo umano e sociale” da parte della sinistra e del solidarismo di altra origine (cristiano-sociale) che arrivava “nell’impostazione e soluzione concreta di diversi aspetti  del problema costituzionale a risultati analoghi” a quelli della sua parte politica. Dall’affermazione dei diritti del lavoro e dei diritti sociali, alla “concezione del mondo economico, non individualistica né atomistica, ma fondata sul principio della solidarietà e del prevalere delle forze del lavoro, all’affermazione della dignità della persona umana come fondamento dei diritti dell’uomo e del cittadino, affermazione sulla quale soprattutto confluivano la corrente socialista e comunista e quella solidaristica cristiana. Definire col termine compromesso, questa confluenza, equivale a non comprendere che si sia trattato di qualcosa di molto più nobile ed elevato e cioè della ricerca di quella unità che è necessaria per poter fare la Costituzione non dell’una o dell’altra ideologia ma la Costituzione di tutti i lavoratori italiani e, quindi, di tutta la Nazione109.

Non esclude certo che alcune formulazioni siano il risultato di un compromesso deteriore e ne cita alcune, lamenta poi che i giuristi non abbiano dato contributi considerevoli alla redazione del progetto e ne spiega la ragione. La attribuisce, correttamente, al loro distacco,  durante i trenta-quarant’anni precedenti, dai principi della vecchia  scuola costituzionale (ed è evidente il riferimento alla dottrina pre- orlandiana dei Compagnoni, Palma, Miceli, Brunialti, Arcoleo). Erano i principi del diritto romano, erano quelli delle Costituzioni borghesi elaborati dall’esperienza costituzionale dell’Ottocento. Principi rifiutati dalla dottrina della sovranità dello stato e dei diritti riflessi. Per la qualcosa i costituzionalisti a lui contemporanei, pur interpellati, non avevano dato risposte adeguate. Perché per darle “occorreva ch’essi cancellassero o dimenticassero qualcosa … che ritornassero a   qualcosabche avessero dimenticato e non erano sempre in grado di farlo”. Attribuiva a questa carenza la debolezza e il carattere equivoco di molte formulazioni del progetto da esaminare110.

Dichiara di non condividere la sostanza delle critiche di V. E. Orlando.  Ne accetta alcune e gli assicura che se ne dovrà tener conto, correggendo le formulazioni, precisando i poteri dell’uno e dell’altro istituto, le funzioni dell’uno e dell’altro potere. Quanto però alla definizione del regime parlamentare da cui è partito Orlando, nota innanzitutto “che di definizioni del regime parlamentare se ne possono dare parecchie perché le caratteristiche del regime parlamentare possono essere variamente definite a seconda delle diverse dottrine e gli orientamenti diversi della teoria e della prassi”. Ma in riferimento alla frase “qui manca qualche cosa” che Orlando ha pronunziato, nell’esaminare gli articoli del progetto, Togliatti dice che non sa che cosa cercasse Orlando: “colui che mantiene l’equilibrio, colui che ha l’iniziativa, colui che sancisce” ma ha avuto “impressione che cercasse qualcosa” che non “si è voluto mettere nella Costituzione, cercasse il re”111. Ribadisce che si è voluto affermare il principio della sovranità popolare in tutta la sua pienezza perché si manifesti in tutta la vita dello stato.

Ed è proprio per la proiezione di questo principio in tutta la vita dello Stato che è stato posto, insieme ai diritti, come il primo dei beni da assicurare dalla Costituzione alla Nazione, che esamina il progetto in discussione per la parte relativa all’ordinamento dello stato. E lo critica. Ad iniziare dal procedimento legislativo che giudica farraginoso stante il bicameralismo. In riferimento al quale ricorda l’ostilità di principio più volte espressa ma sulla quale non insiste e dichiara di accettare il bicameralismo a condizione però che le due camere siano entrambe espresse dal corpo elettorale e che non si limiti l’elettorato passivo per il Senato (come previsto nel progetto) disegnandolo in modo da  restaurare il sistema censitario. Ritiene discutibilissimo il meccanismo attraverso cui si mira a risolvere “l’annosa questione della stabilità del governo” per cui, ad esempio, si pone un quorum per la validità della mozione di sfiducia. Attribuisce, come già rilevato da Nenni, alla volontà di bloccare una futura maggioranza delle classi lavoratrici che volesse innovare profondamente la struttura economica, sociale e politica del Paese l’insieme di misure, remore, limiti che trattengono l’espansione  del potere parlamentare. E tra tali misure, remore e garanzie include la “bizzarria” della Corte costituzionale112. Riteneva, infatti, che tutte “le trasformazioni sociali e tutte le questioni che saranno poste in   relazioni a queste trasformazioni” potessero essere “dibattute e risolte nell’Assemblea e dall’Assemblea”, non altrove, non da altro potere113.

 

Su questo punto l’impazienza del rivoluzionario faceva aggio sulla diffidenza del costituzionalista nei confronti di ogni potere e “l’ottimismo della volontà sul pessimismo della ragione”. Non faceva i conti sulla discontinuità del processo storico e sulla costante successione del  proprio termidoro per ogni rivoluzione.

 

Proseguendo sul tema dell’ordinamento della Repubblica critica la mancanza di audacia in tema di Magistratura e degli organi di controllo. Quanto alla Magistratura, constatato che “a stento si è riuscito a far prevalere il ritorno alla giuria” riafferma il valore autenticamente democratico del diritto di essere giudicato dai propri pari nei processi  che vertano su delitti politici o per reati che gli tolgano venti e più anni della loro esistenza. Ritiene però che andava affermata con maggiore energia “la tendenza alla elettività dei magistrati” e motiva questa convinzione con l’esigenza di “togliere il magistrato dalla situazione penosa in cui si trova di essere un sovrano senza corona e senza autorità” ritenendo che da tale situazione potesse uscirne se si stabilisse un “un contatto diretto tra il magistrato e il depositario della sovranità”.

 

Anche su questo tema è evidente l’eccesso di fiducia nelle dirette potenzialità della sovranità popolare non mediata dalla specificità dell’ermeneutica giuridica e neppure con la divisione in classi del titolare della sovranità e del potere del capitale di manipolazione delle coscienze popolari. Sulla questione dei controlli dissente dalla decisione di rinviare la materia alla legislazione ordinaria afferma anzi la necessità di attrarla nella Costituzione stante anche le gravissime carenze dimostrate dalla disciplina vigente sulla Corte dei conti, disciplina ispirata alla autoreferenzialità assoluta e che consente controlli inefficienti, ingiustificati nel riconoscere diritti dei cittadini, inidoneità complessiva a rispondere alle esigenze della democrazia moderna114.

Passa poi a valutare il progetto dal punto di vista dell’unità politica e morale della Nazione, la seconda delle esigenze che ritiene come fondamentali per una Costituzione democratica e progressiva. Cita due questioni, quella dei rapporti tra Stato e Chiesa, e quella del federalismo. Sui Rapporti Stato e Chiesa anticipa quanto ad impostazione, argomentazione e valutazione la tesi che sosterrà nella seduta del 25 marzo successivo e su cui si è già riferito, salva, ovviamente, la diversità delle conclusioni.

 

Sul regionalismo, inizia col dire che il testo degli articoli, come risulta  dal  progetto,  suscita  nella  sua  parte  politica  molti  dubbi  e    rende problematica la possibilità di votarlo integralmente. Non cambia la posizione assunta nella Commissione dei 75 in sede plenaria perché non è mutato granché il testo in esame. Aggiunge però ulteriori argomentazioni a motivo delle perplessità espresse in quella sede. Riconosce la necessità di prendere in seria considerazione le rivendicazioni dei due partiti regionalisti, quello repubblicano e quello democristiano. Ritiene che vada riconosciuto però che, con tutte i limiti  e le malformazioni del centralismo che lo aveva caratterizzato, lo stato unitario aveva raggiunto e mantenuto l’obiettivo per il quale era stato costruito, quello, appunto, dell’unità nazionale. “Bene prezioso specie per un paese che la possiede da poco tempo”115.

Insiste sul valore e l’interesse unitario della Nazione. Rivendica alla classe operaia lo spirito unitario ben maggiore di quello della borghesia. Ricorda che Bruno Buozzi, organizzatore dei metallurgici torinesi  fu eletto deputato in una grande città meridionale. Cita “i metallurgici di Torino che davano la prova di camminare sul solco aperto dal Conte di Cavour facendo proprie e portando avanti quelle conquiste che non devono essere toccate, ma conservate e consolidate dalle nuove generazioni”116. Concorda, certo, sulla concessione di larghe autonomie alla Sicilia, alla Sardegna e alle zone di lingue e nazionalità miste. Riconosce che nelle grandi isole italiane del Mediterraneo si sono creati “una situazione particolare economica e politica e un clima psicologico che impongono questa soluzione”.Ma “quando però si tratta di tutto il resto del territorio nazionale” invita a riflettere insieme. Nessun dubbio, anzi il massimo favore per il decentramento amministrativo e per l’istituzione di “enti regionali che permettano, perché in più stretto contatto col popolo, un più ampio sviluppo democratico e la formazione di nuovi dirigenti della Nazione su scala locale”.

 

Quel che invece combatte, oltre che una parte delle norme, quelle ad esempio sulla potestà legislativa delle regioni, è lo spirito del progetto. Insiste sul diseguale sviluppo del territorio nazionale, di cui una parte sarebbe già matura per “trasformazioni di tipo socialista, mentre l’altra no, l’altra non ha ancora compiuto la rivoluzione antifeudale”. Da qui la necessità di fare avanzare tutto il fronte insieme “per non correre il rischio di perdere un bene che è prezioso per tutti …. l’unità politica e morale della Nazione”. Denunzia poi la grave carenza di una disciplina della finanza regionale, disciplina che costituisce la base di organizzazione di ogni autonomia. Lamenta che si è discusso, invece, di mercati regionali, di sbocchi al mare, di hinterland, di porti regionali e si domanda  se  si  vuol  fare  dell’Italia  uno  stato  federale  creando tanti piccioli staterelli che lotterebbero l’un l’altro per dividersi le scarse risorse del Paese117.

 

Si è già riferito che, secondo Togliatti, il terzo dei beni da garantire alla Nazione era il progresso sociale e il rinnovamento delle classi dirigenti. La prima censura al progetto predisposto dal comitato dei 16, è che il tipo di compromesso raggiunto in quella sede sia stato anche del tipo deteriore, quando si è operato sostituendo una parola all’altra, attenuando questa o quella affermazione in modo da far sparire profili originali del testo predisposto dalla Prima Sottocommissione. C’è poi la denunzia della formazione di un fronte quasi generale contro l’inserimento in Costituzione dei diritti sociali, essendosi, tanti oratori, scoperti …. staliniani. Motiva quindi la volontà di riconoscere costituzionalmente tali diritti con l’esigenza di far in modo che la Costituzione possa corrispondere “alla situazione reale del Paese, situazione di transizione nella quale tali diritti” non si è “riusciti ancora a tradurre in atto”, ma forse lo si sarebbe potuto “se la situazione internazionale non fosse stata così grave e dolorosa”. Tiene poi a ribadire che “venga fatta una affermazione precisa circa  il carattere della Repubblica. Riproporrà che la Repubblica venga denominata Repubblica italiana democratica di lavoratori. Per affermare, “senza escludere nessuno dall’esercizio dei diritti civili e politici, che la classe dirigente della Repubblica deve essere una nuova classe dirigente direttamente legata alle classi lavoratrici” 118. Alla richiesta che venga inserito “in modo preciso l’affermazione dei diritti sociali come elencati” aggiunge la necessità di dare una risposta chiara alla grave questione delle garanzie “per l’attuazione e la realizzazione di questi diritti”119. A questo punto richiama la relazione che tenne nella Prima sottocommissione e che indicava gli strumenti necessari per garantire l’effettività del catalogo dei diritti sociali e le linee generali della riforma e dello sviluppo dell’economia italiana. E cioè: piano economico come base per l’intervento dello stato nella direzione del’attività produttiva della Nazione; riconoscimento costituzionale di forme di proprietà di mezzi di produzione diverse da quella privata; nazionalizzazione delle imprese con carattere di servizio pubblico o monopolistico; consigli di azienda; limiti al diritto alla proprietà privata a garanzia della funzione sociale del suo godimento; riforma del regime giuridico della proprietà terriera e tutela di quella piccola e media e, particolarmente, di quella direttamente coltivata120. Si trattava, come concludendo ebbe a dire, “di gettare le fondamenta di un nuovo ordinamento sociale, di una società nazionale rinnovata, governata dal lavoro, secondo i propri interessi e secondo la propria profonda moralità, secondo quei principi di libertà, di uguaglianza, di giustizia sociale che sono l’essenza degli ideali delle classi lavoratrici in tutte le forme in cui può manifestarsi”121.

 

Ho creduto che a riferire su Togliatti alla Costituente dovesse essere Togliatti stesso. È perciò che ho annodato uno ad uno i testi più significativi dei suoi interventi per dedurne il senso che ora appare evidente. Fu quello di imprimere nel tessuto normativo che si stava deliberando il disegno di una democrazia che superasse i limiti storici che ne comprimevano le potenzialità e progredisse nel realizzare i fini della Costituzione come condizione e in funzione della rivoluzione in Occidente.


1 Almeno con la Critica alla filosofia del diritto pubblico di Hegel, con La Questione ebraica, con Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.
2 Certamente con Stato e Rivoluzione.
3 Cfr. A. d’Orsi, Un primo della classe. La formazione torinese di Palmiro Togliatti, in R. Gualtieri, C. Spagnolo, E. Taviani, (a cura di) Il Pensiero dei Padri Costituenti, Palmiro Togliatti, ed. speciale per Il Sole 24 Ore, 2013, 25 e ss.
4 Cfr. Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Prima Sottocommissione, (20 luglio 1946), 3,
d’ora in poi Prima S.
5 Prima S. 8.
6 Prima S. 10.
7Prima S. 17.
8 Prima S. 18
9 Prima S. 20.
10 Prima S. 21
11 Ibidem.
12 Ibidem.
13 Prima S. 34 e ss.
14 Prima S. 43 e s.
15 Prima S.,53.
16 Prima S. 55.
17 Prima S. 84.
18 Prima S. 84 e s.
19 Prima S.94.
20 Prima S. 146.
21 Prima S. 152.
22 Prima S. 153.
23 Prima S. 160.
24 Prima S. 167.
25 Prima S. 165.
26 Prima S. 177.
27 Commissione per la Costituzione I Sottocommissione Relazione del deputato Togliatti sui Principi dei rapporti sociali (economici), 64.
28 Op. loc. cit.
29 Op. cit., 65.
30 Op loc. ult. cit.
31 Op. cit. 65-66.
32 Citazione dalla Relazione, cit. 66.
33 Relazione,cit. 66.
34Op. loc.cit.
35 Op. loc. cit
36 Prima S. 181 e s.
37 Prima S. 202.
38 Prima S.205.
39 Prima S. 220.
40 Prima S. 222
41 Prima S. 223 e s.
42 Prima S. 248.
43 Prima S. 251.
44 Prima S. 254.
45 Prima S. ivi.
46 Prima S.,270.
47 Prima S.,283.
48 Prima S.,310.
49 Prima S.,324.
50 Prima S.,332.
51 Prima S.,374.
52 Prima S.,360.
53 Prima S., 364.
54 Prima S.,366.
55 Prima S., 379.
56 Prima S, 382.
57 Prima S.,387.
58 Prima S., 388.
59 Prima S.,393.
60 Prima S.,395.
61 Prima S., 403.
62 Prima, S., 403,404,405,406.
63 Prima S.,410 e s.,412,414.
64 Prima S., 430.
65 Prima S., 433.
66 Prima S., 437,438,441-443.
67 Prima S., 443.
68 Prima S.,444.
69 Prima S.,445.
70 Prima .S., 476.
71 Prima S., 474.
72 Prima S., 482.
73 Prima S., 487.
74 Prima S., 493.
75 Prima S., 500.
76 Comm.,39.
77 Comm., 71-72.
78 Comm., 79.
79 Comm.,83.
80 Comm., 104 e 105.
81 Comm.,115.
82 Comm.,123.
83 Comm., 128.
84 Comm.,136.
85 Comm.,164.
86 165.
87 Comm.,229.
88 Comm.,234.
89 Comm.,248.
90 Comm., 254.
91 Comm.,256.
92 Comm.,295.
93 Comm.,297.
94 Assemblea Costituente, Seduta del 22 marzo 1947, 2380 d’ora in poi A. C. data seduta, pagina.
95 A.C., 23, 9, 1947,437.
96 A. C., 8, 9, 1947, 1024.
97 A. C. 24.11.1947, 2409.
98 A. C., 24.11. 1947, 2423.
99 A. C.,22 !2. 1947, 3578.
100 A. C., 25.3.1947,2459.
101 ivi, 2461.
102 ivi 2462.
103 ivi, 2462.
104 ivi, 2463.
105 A. C. 11.3. 1947, 1992.
106 ibidem, 1993.
107 ivi, 1994-1995.
108 Ibidem.
109 ivi, 1996.
110 ivi, 1997.
111 ivi, 1997.
112 ivi, 1998.
113 Ibidem.
114 ivi, 1999.
115 ivi,2001.
116 Ibidem.
117 ivi, 2003.
118 Ibidem.
119 ivi, 2004.
120 Ibidem.
121 ivi, 2005.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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