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Il Senato delle giravolte

Posted on 18 ottobre 2016

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Poiché mantenere il Senato elettivo – sentenziò il ministro Boschi – non era possibile in quanto avrebbe comportato la titolarità del rapporto di fiducia con il governo, ora ci dicono che sarà eletto da noi. Di sprezzanti avvitamenti come pure di pericolose inversione ad U ne abbiamo visti molti dall’ascesa dei rottamatori (delle loro stesse parole), a stupire in questo caso è la doppia bubbola.

Alessandro Pace, costituzionalista e professore emerito di diritto costituzionale:

“Mentre il riconoscimento del suffragio popolare diretto rientra nella garanzia della sovranità popolare, il conferimento alla sola Camera dei deputati della titolarità del rapporto fiduciario costituisce una scelta politica del tutto libera, che non contrasta con alcuna norma o principio costituzionale, ma anzi si giustifica in considerazione della rappresentatività generale riconosciuta soltanto alla Camera dalla riforma Renzi-Boschi. Quanto alla seconda obiezione, non si vede come l’elettività del Senato sarebbe in grado di trasformarlo in una seconda Camera di confronto fra i partiti (oltretutto, se debolissima, come ammette lo stesso Onida). Del resto, le attribuzioni del Senato, elettivo o non elettivo, rimarrebbero comunque le stesse. L’elettività avrebbe invece il grande merito di sottrarre l’elezione del Senato alle «beghe esistenti nei micro-sistemi politici regionali» (Silvestri)”.

L’articolo 1 della Costituzione impone che la funzione legislativa sia esercitata da rappresentanti direttamente eletti dal popolo. Il rapporto fiduciario con il governo è disciplinato dall’articolo 94 e nessuna parte stabilisce che i parlamentari eletti devono per forza essere investiti del potere di votare la fiducia.

Quanto all’elezione diretta dei senatori, come avevo già scritto, il problema sta principalmente nella contraddittorietà della riforma (scritta da loro). Il comma 2 dell’articolo 57 stabilisce che “i Consigli regionali […] eleggono […] i senatori tra i propri componenti”; il comma 5 invece che l’elezione deve avvenire “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Nel migliore dei casi gli elettori potrebbero esprimere una preferenza (probabilmente scegliendo da un listino precompilato dai capi partito) ma i consiglieri da mandare a Roma sarebbero comunque scelti e designati in via definitiva dai consigli regionali.

Inviare in Senato una rappresentanza “in conformità alle scelte espresse dagli elettori” vuol dire solamente ratificare il voto degli elettori, il che cozza profondamente con il comma 2 proprio perché i consigli regionali non dovrebbero eleggere nessuno.

Andrea Pertici, costituzionalista e professore ordinario di diritto costituzionale:

“Naturalmente ciò è escluso dall’appena riportato secondo comma dell’art. 57, il quale prevede – con chiarezza, in questo caso – che «i Consigli regionali e i Consigli delle autonomie locali eleggono […] i senatori». D’altronde, perché tale elezione avvenga «in conformità delle scelte espresse dagli elettori» basta che sia rispettata la proporzione rispetto ai voti e ai seggi ottenuti dalle diverse liste, per cui non verrebbe aggiunto nulla rispetto a quanto già previsto allo stesso art. 57, secondo e settimo comma. Alcuni vorrebbero che la previsione fosse riempita di significato imponendo, per legge, ai Consigli regionali di eleggere al Senato i consiglieri che hanno ottenuto il maggior numero di preferenze popolari o addirittura che vi fosse una seconda scheda con cui gli elettori indicherebbero i consiglieri regionali-senatori (e non i sindaci-senatori).

Tutto questo risulta escluso dal secondo comma, come dicevamo e più in particolare pone alcuni problemi:

  1. in base all’art. 122 della Costituzione, ciascuna Regione approva la sua legge elettorale, mentre la legge statale può solo dettare i principi fondamentali della stessa;
  2. in ogni caso, sarebbe incostituzionale una legge che vanificando il comma 2, impedisca che quella dei Consigli regionali sia una vera e propria elezione (visto che si sancisce espressamente che i Consigli regionali eleggono i senatori);
  3. si creerebbe peraltro una differenza, ingiustificata e ingiustificabile, tra i senatori-consiglieri regionali e i senatori-sindaci (pari al 50% del totale nella metà delle Regioni italiane) per i quali non vi è neppure nessuna generale indicazione (altro che obbligo di “conformità”) rispetto alle indicazioni degli elettori;
  4. in ogni caso, che senso avrebbe avuto togliere la rappresentanza della nazione per assegnare quella delle istituzioni territoriali a senatori eletti dai cittadini? E poi che senso avrebbe allora stabilire che «i Consigli regionali eleggono i senatori»? Sono parole inserite così, tanto per appesantire un po’ il testo?

La discussione, assurda come spesso quelle che riguardano questa revisione costituzionale, fa perdere tempo rispetto all’esame dei reali contenuti e mostra solo una cosa: che si cerca sempre di sostenere tutto e il contrario di tutto, piegando il significato delle parole e tenendosi lontani solo dalla chiarezza, per aggiustare il senso a seconda del momento, dell’interlocutore, in un trasformismo permanente non più solo di posizioni politiche e alleanze, ma addirittura, ormai, anche di norme. Più che la riforma del cambiamento sembra la riforma del cangiamento”.

Premesso che ogni legge ordinaria che dia agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i senatori, sempre ammesso che le Regioni decidessero ognuna di cambiare la propria legge elettorale, verrebbe resa vana dalla Costituzione dove si fissa il principio secondo il quale “i Consigli regionali […] eleggono […] i senatori tra i propri componenti”, una parta consistente del Senato – quella dei 21 sindaci – resterebbe comunque nelle mani dei partiti in barba alla sovranità popolare. A questi si aggiungono altri 5 senatori scelti discrezionalmente dal capo dello Stato.

Una eventuale proposta oltre ad essere incostituzionale non risolverebbe nessuna delle incongruenze e delle criticità di un Senato di dopolavoristi che si dividono tra i loro territori e Roma in mezzo a scadenze ristrette (10 o 15 giorni a seconda della materia) per assolvere a molteplici e impegnative funzioni.

Ovviamente qualsiasi modifica (chiaramente di facciata) sarebbe possibile solo dopo il voto, quello che ci chiedono adesso è continuare a firmare cambiali in bianco con un altro smisurato atto di fede.
Trovo esemplificativo che la riforma costituzionale come l’Italicum sia magnifica ma allo stesso tempo da cambiare, e solo dopo che gli elettori si sono resi conto della fregatura.

 

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