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Omogeneizzati Giavazzi: chi parla male pensa male

Posted on 18 ottobre 2016

gufo

da http://goofynomics.blogspot.it/

domenica 16 ottobre 2016

L’odierno editoriale del professor Giavazzi (Distrazioni pericolose sull’Europa) contiene alcune intuizioni condivisibili: la prima è che il vero game changer degli assetti europei sarà il cambiamento al vero vertice dell’Unione Europea, cioè la scelta del successore di Draghi nel 2019; la seconda è che la costruzione europea è nei fatti affidata all’opera delle burocrazie del Nord; la terza è che l’unione monetaria non è irreversibile, in particolare perché troppo giovane.

Salutiamo con ottimismo l’ingresso della storia nel ragionamento dell’Ing. Prof. Giavazzi, una delle persone che più hanno contribuito alla de-storicizzazione (cioè alla de-umanizzazione) della scienza (sociale) economica. Questa resipiscenza, se non fosse puramente tattica, lascerebbe ben sperare.

Purtroppo la speranza è immediatamente falciata da una raffica di conclusioni affrettate e errori di analisi economica veramente spettacolare, condita con svarioni linguistici estremamente eloquenti.

Cominciamo da questi ultimi: prima il piacere e poi il dovere.

Vorrei far notare al professor Giavazzi, e alla mia professione tutta, che la traduzione corretta di domestic non è “domestico”, ma “interno”. Se la traduzione corretta fosse “domestico”, allora dovremmo dire “Prodotto domestico lordo” (Gross Domestic Product). Invece diciamo “Prodotto interno lordo”, e non per faciloneria, ma perché domestico, in italiano, vuol dire un’altra cosa, come spiega quel simpatico organo di propaganda europeista che è la Treccani (fornisco al professore una fonte cui è ideologicamente affine, sperando che almeno in essa abbia fiducia). Quindi la frase del professore “i problemi al centro dell’attenzione saranno domestici” in italiano significa che questi problemi non saranno selvatici. Ma in effetti (traduco per chi ancora l’italiano se lo ricorda) il professore vuole dire che questi problemi saranno “interni” (ai singoli stati membri).

Il secondo svarione è ancora più spettacolare, testimonia in modo ancora più profondo l’analfabetismo di ritorno di queste élite pseudo-cosmopolite che ormai pensano in americano (non in inglese: in americano) e traducono all’americana (cioè maccheronicamente) il loro pensiero a uso delle popolazioni domestiche (nel senso di serve). La frase è “Oltre alla politica vi sono questioni più mondane da affrontare”, che in italiano, come direbbe Giavazzi, non fa senso (it does not make sense). L’aggettivo “mondano” in italiano si riferisce alla vita terrena in contrapposizione a quella eterna, o alla vita delle élite, squadernata dagli appositi organi di stampa (Novella 2000, Eva 3000, ecc.).

Di primo acchito ho fatto l’errore di leggere la frase in italiano, e sono rimasto interdetto. Cosa voleva dire il professor Giavazzi? Voleva forse stabilire una contrapposizione fra la sacralità della politica e la mondanità degli altri interessi materiali? Ma da parte di una persona che ha fatto della distruzione della politica attraverso il vincolo esterno la propria missione esistenziale, sulla base dell’argomento che la politica era mondana (cioè corrotta, depravata dal contatto con le contingenze materiali), questo non avrebbe avuto (o fatto…) senso. Voleva forse dire che ci dobbiamo occupare di risistemare la marina di Porto Cervo, ormai inadeguata alle dimensioni degli yacht che è chiamata ad accogliere? Ecco, questo, magari, avrebbe più senso, valutandolo alla luce degli ambienti nei quali il professore (beato lui) si muove.

Poi ho capito! La frase andava letta in americano! Eh già, perché in americano capita che:

Quindi il professore voleva ammonirci a considerare, oltre ai grandi equilibri geopolitici, anche le questioni della vita di tutti i giorni. Saggio ammonimento: ma se veramente il professore si preoccupa per noi, dovrebbe fare lo sforzo di parlarci nella nostra lingua…

Ora voi direte: “sei un pedante (ma purtroppo non Il Pedante), alla fine con un po’ di buona volontà il messaggio si capiva, perché ti accanisci così contro un venerato maestro? Mostri solo invidia e livore!”. Questo, va da sé, siete liberi di pensarlo: basta che poi non mi accusiate di superbia, perché quest’ultima è lievemente incompatibile con l’invidia (e anche con la presunzione). Ma il fatto è che quando vi dicevo che nel secondo dopoguerra è stata detta una sola cosa di sinistra, “io non parlo di cose che non conosco“, in effetti mi sono tenuto stretto. Ne sono state dette due, e l’altra è “chi parla male pensa male e vive male“.

Segue dimostrazione.

Giavazzi sostiene che fino all’avvicendamento al vertice della Bce in Europa non succederà sostanzialmente nulla. Insomma: ci aspettano tre anni di palude. Una conclusione simile, come ricorderete, l’abbiamo sentita esprimere anche da uno studioso come Giandomenico Majone alla scorsa conferenza annuale: equilibri subottimali possono persistere indefinitamente, ci ha detto Majone (qui). Tuttavia la granitica fiducia di Giavazzi che le banche non falliranno perché si troverà il modo di salvarle, se da un lato puramente tecnico è ovviamente condivisibile, ignora totalmente la dimensione politica del problema. L’unico modo di salvare le banche (in particolare DB) è nazionalizzarle, cioè violare quelle regole la cui applicazione nel nostro paese ha fatto alcuni morti. Mi sembra evidente che ciò indebolirà la finzione politica sulla quale è costruita l’Europa, per istigazione dello stesso Giavazzi: quella che le decisioni politiche debbano essere sottratte alla mediazione politica, e affidate a regole “ottimali” (perché decise da Giavazzi e dai suoi amici) il cui scopo è proprio quello di contenere l’avidità e di sovvenire all’imperizia di una classe politica per definizione corrotta e incapace (perché non tutta laureata alla Bocconi). Giavazzi non vede che la violazione delle regole da parte del più forte rischia di portare all’attenzione di chi ancora non ci avesse riflettuto il motivo per il quale siamo passati da un’Europa della politica a un’Europa delle regole: per tutelare gli interessi del più forte.

Non capire quanto questa riflessione sia politicamente destabilizzante non è pensare molto bene.

Anche la seconda conclusione affrettata ricade in questo ambito: Giavazzi sostiene che le burocrazie del Nord, nel periodo di palude, porteranno avanti la progettazione delle istituzioni europee, e quando gli italiani saranno chiamati al tavolo delle trattative i giochi saranno già stati fatti, nel senso che le opzioni sul tavolo saranno poche e potenzialmente a nostro svantaggio, ovviamente per colpa nostra. In questa linea argomentativa c’è molto di vero. Tuttavia, sarebbe onesto corredarla con un paio di osservazioni. La prima è che questo fenomeno non è la novità della stagione autunno 2016-inverno 2019: è sempre stato così, e, per dire, la vicenda del bail-in è solo l’ultima di una lunga serie di inadeguatezze del nostro governo nel relazionarsi con istanze pseudotecniche europee. La seconda osservazione è che, per nascondere quello che queste affermazioni palesano, cioè la natura ademocratica della costruzione europea (mediata da burocrazie sostanzialmente tedesche, come a/simmetrie per prima ha messo in luce, venendo poi variamente ripresa o scopiazzata dal Fatto Quotidiano, da Linkiesta, perfino dal Sole – una prece), Giavazzi dice che sì, la costruzione è portata avanti da burocrazie in assenza di governi, ma “alla fine sarà la politica a decidere”. Questa affermazione rassicurante (et pour cause! A differenza di Scalfari, Giavazzi ci tiene a non passare per un oligarca!) è purtroppo smentita dai fatti. La politica, in definitiva, non può decidere, perché il quadro istituzionale nel quale è inserita le vieta di farlo, e perché, soprattutto in Italia, questa situazione di subalternità istituzionale è aggravata da una situazione di subalternità culturale che lo stesso Giavazzi ha fattivamente contribuito a creare, diffondendo l’idea che per un paese corrotto come il nostro la soluzione migliore fosse proprio quella di legare le proprie mani al paese della Siemens, della Volkswagen, della Deutsche Bank.

Insomma: se la politica in effetti in Italia non decide, è anche perché qualcuno (pensando male) ha diffuso il mito della superiorità ariana. Temo fosse una persona che parla male.

Ma la cosa più spettacolare, per un tecnico dell’economia che non è un ingegnere di ritorno e che non ha scoperto la storia il 16 ottobre 2016, è l’affermazione che “le cancellerie di Berlino e Parigi” non escludano, se pure non la auspichino, la limitazione dell’unione monetaria a un gruppo di paesi omogenei, Francia e Germania e i loro satelliti.

Pensate! Sull’omogeneità di Francia e Germania ho fatto proprio l’ultima lezione del mio corso di Politica economica, dove, parlando della disoccupazione, ho mostrato questa slide:

sulla quale mi sarebbe gradito (ma temo che rimarrò frustrato) avere un parere dal professor Giavazzi. La linea verticale rossa corrisponde all’anno 2008 (inizio della crisi) e la linea verticale blu corrisponde all’anno 2015 (quello dal quale il Fondo Monetario Internazionale fornisce dati previsti, per mancanza di dati consolidati: il 2016 non è ancora finito).

Cosa ci dice questo disegnino? Ma, direi che è la rappresentazione plastica di quanto un collega del professor Giavazzi, lievemente più prestigioso di lui (non me ne voglia) esprimeva su Foreign Affairs nel novembre del 1997: “l’aspirazione francese all’uguaglianza non è compatibile con le aspettative tedesche di egemonia” (ne parlammo qui). Il grafico mostra chiaramente come a partire dalla crisi Francia e Italia abbiano dovuto far schizzare verso l’alto la disoccupazione al fine di far calare i salari, cioè di realizzare quella svalutazione interna che è, per precisa scelta politica, l’unico modo di reagire a shock macroeconomici nel contesto di una unione monetaria (adottata appunto per produrre simili effetti, cioè per trasformare ogni crisi esogena in un ulteriore arretramento del lavoro rispetto al capitale). Questo naturalmente mentre, per motivi uguali e contrari, la disoccupazione tedesca divergeva verso il basso.

Siamo proprio sicuri che la Francia sia omogenea alla Germania? E allora perché, quando c’è una crisi, i suoi fondamentali divergono da quelli tedeschi e si allineano a quelli italiani? Sappiamo che la difesa dell’occupazione, per motivi esistenziali e ideologici, non è una priorità del professor Giavazzi: però i dati bisognerebbe conoscerli…

L’idea di Giavazzi che l’Italia abbia perduto punti di competitività rispetto a Francia e Germania, che quindi costituirebbero il blocco omogeneo dei paesi virtuosi, non sta né in cielo né in terra. Il grafico mostra chiaramente che la Francia è del tutto omogenea all’Italia, e attenzione: il minore incremento della disoccupazione rispetto all’Italia non si spiega con una maggiore virtù francese, ma solo con il fatto che la Francia ha nascosto sotto il tappeto la mucca nel corridoio (cit.), perché per motivi geopolitici finora se l’è potuto permettere.

Che la Francia non stia meglio di noi risulta peraltro da un dato che lo stesso professor Giavazzi cita selettivamente: il saldo delle partite correnti. Guardate come convergono Francia e Germania:

I loro saldi delle partite correnti sono su traiettorie divergenti dalla fine degli anni ’90 (crescente quello tedesco, decrescente quello francese), e anche qui si vede come la Francia sia stata del tutto omogenea all’Italia, che però ora si è riportata in surplus, mentre la Francia non lo ha fatto: è ancora in deficit, con un moderato surplus previsto per il 2016 da quello stesso FMI che prevede anche che l’immenso surplus tedesco (8 punti di PIL) comincerà a ridursi a partire dal duemilacredici ((c) Kappa). Bullshit: le previsioni, ma anche e soprattutto l’idea che ci sia una sostanziale omogeneità fra Germania e Francia: le loro traiettorie divergono ormai da decenni, e solo un economista iperuranio può ignorare questo dato. Peraltro, Feldstein aveva intuito questa dinamica un anno prima che cominciasse, quindi se Giavazzi non ne prende atto dopo venti anni che le cose vanno avanti così la colpa non è dell’economia, che come scienza offre tutti gli strumenti analitici per interpretare certe dinamiche, ma di un economista: lui. Del resto, come dice molto opportunamente Kevin Hoover, lo scopo della nuova macroeconomia classica, programma di ricerca cui Giavazzi sostanzialmente aderisce, era appunto “l’eutanasia della macroeconomia”. Questa era strumentale all’assassinio delle politiche macroeconomiche e alla loro sostituzione con regole da applicare ai deboli e interpretare per i forti. Non stupisce quindi che chi ha radicalmente negato la rilevanza dei fondamentali macroeconomici (negando la stessa possibilità di un discorso macroeconomico) si trovi così a disagio nel leggerli e interpretarli.

Il grafico precedente direbbe, prima facie, che Giavazzi sbaglia: la frase corretta sarebbe “perché alcuni paesi della periferia, fra cui la Francia, hanno perduto molti punti di competitività rispetto a Italia e Germania”. Infatti noi e la Germania siamo in surplus estero, mentre la Francia è ancora in deficit. Ma naturalmente questo non sarebbe del tutto corretto, perché noi qui sappiamo come è stato ottenuto questo risultato. Non migliorando una fantomatica “competitività” delle nostre esportazioni, ma abbattendo le nostre importazioni tramite il taglio dei redditi realizzato con politiche fiscali restrittive (la famosa austerità). E anche qui c’è il disegnino:

Noi, deboli come la Francia, ci siamo indeboliti ancora di più rispettando le assurde regole europee e rientrando immedatamente entro quel valore totalmente infondato del 3% di rapporto deficit/PIL che la Francia rispetterà forse nel duemilasettordici (nel 2014, ultimo dato consolidato, era ancora al 4%). Questa scelta politica assurda è stata dettata, fra l’altro, dagli editoriali del professor Giavazzi, il quale, come gli ho amabilmente ricordato, ha capito solo il 7 settembre 2015 quello che qui avevamo capito il 16 novembre 2011, ovvero che la crisi non dipendeva dal debito pubblico ma da quello privato, e che quindi l’attacco ideologico portato da Monti, con il beneplacito di Giavazzi, allo stato, inteso come intervento pubblico nell’economia, non ci avrebbe salvato ma affossato.

Ci vedremo il 12 novembre a Montesilvano proprio per celebrare il quinto anniversario di quella previsione tristemente corretta, riflettendo sui possibili assetti europei con economisti meno schierati ideologicamente e più disposti a venire a patti con la realtà: Francia e Germania non sono un blocco omogeneo da più di dieci secoli. Ma uno che ci ha messo cinque anni a capire che la crisi non dipendeva dallo statoladro di gianniniana memoria, può benissimo darsi che ci metta alcuni decenni a capire una cosa non meno evidente, ma più difficile da incastrare nel quadro del delirante sogno europeo.

Vale la nota citazione di Upton Sinclair, che non riporto per carità di patria…

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