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NON RESTARE CON LE MANI IN MANO di Leonardo Mazzei

Posted on 28 giugno 2017

[ 27 giugno 2017 ]

I ballottaggi, ovvero l’ennesima certificazione della crisi dell’intero sistema politico

Ieri ha votato il 46% degli elettori, un 13% in meno rispetto al primo turno delle amministrative. Che è come dire che il 22% di chi era andato alle urne l’11 giugno è restato a casa due settimane dopo. E i risultati, che ci dicono i risultati? Di sicuro il Pd ha perso, ma ha perso anche il centrosinistra alla Pisapia. Il Movimento Cinque Stelle, invece, aveva già pesantemente perso all’andata, ed al ritorno ha incassato solo la vittoria di Carrara. In quanto alla destra si dice abbia vinto, ma guardando alle prossime elezioni politiche si tratta della classica vittoria di Pirro.

In realtà nessun protagonista della politica nazionale di questo sciagurato periodo per il Paese può davvero cantare vittoria. Non può farlo in tutta evidenza il Pd, i cui tentativi di ridimensionare la portata della sconfitta sono semplicemente penosi. Nell’ultimo anno Renzi ha incassato prima la botta di Roma e Torino, poi quella ben più pesante del referendum del 4 dicembre, ed infine – dopo l’ennesima buffonata delle primarie – la perdita (a vantaggio della destra) di ben 12 comuni capoluogo sui 25 in cui si votava.

Una sconfitta da nord a sud, in città simbolo come Genova, o in vecchie roccaforti come Pistoia. Nel 2009, per una debacle assai meno grave alle regionali sarde, Veltroni si dimise da segretario. Renzi invece non lo farà, a meno che non venga costretto dalla sua attuale maggioranza interna.

Su M5S abbiamo già scritto quanto basta. Certo, alle politiche il dato non sarà quel 10% scarso delle amministrative, ma neppure il 30% di certi sondaggi. Dunque addio all’obiettivo della conquista del governo, ipotizzata fino a due settimane fa come se la montagna di scempiaggini accumulate negli ultimi mesi potesse restare senza prezzo. M5S paga invece le vicende romane, l’inciucio (anche se poi fallito) sulla legge elettorale, l’ambiguità sull’Europa e sull’euro. Ma paga, soprattutto, la scelta di non aver acceso il fuoco della lotta (nelle istituzioni, ma più ancora nel Paese) dopo il referendum di dicembre.

Era lì, in quel decisivo passaggio, che bisognava accelerare i tempi, chiedere le elezioni immediate, la cacciata di un parlamento illegittimo. Il tutto in nome di un progetto di attuazione della Costituzione, in linea cioè con il grande successo referendario. Invece no, si è scelto di vivacchiare, di girare l’Italia in giacca e cravatta, di rassicurare i potenti, in definitiva di mostrarsi casta al pari di quella casta contro la quale il movimento era nato. Una bella scelta non c’è che dire, ed i risultati si sono visti… E, penso, si vedranno anche alle politiche, perché la capacità di auto-correzione del gruppo dirigente effettivo dei pentastellati mi pare assai prossima allo zero.

E la destra, perché neppure la destra può cantare vittoria? Chi scrive non ha mai avuto dubbi sul fatto che, visto il marciume di un’intera legislatura, alla fine pure la destra avrebbe avuto il modo di rialzare la testa. Il che è puntualmente avvenuto. Tuttavia, non facciamoci ingannare. La destra ha vinto soprattutto al secondo turno, ma i ballottaggi sono di fatto dei referendum, nei quali si vota prevalentemente “contro” piuttosto che “per” qualcuno. E siccome l’«uomo solo al comando» Matteo Renzi è il “qualcuno” più odiato d’Italia, ed un motivo ci sarà, nulla di più facile che raccogliere consensi contro di lui.

Ora qualcuno obietterà che nei comuni non si votava per o contro Renzi, ma sui candidati sindaci. Ciò è vero fino ad un certo punto, viceversa non capiremmo la forte omogeneità di questo voto amministrativo. Ma quel che più conta è che se nei vari comuni non c’era Renzi, c’erano però i “renzini”, od anche semplicemente i piddini (non tutti i candidati del Pd erano renziani), la cui spocchia da unici abilitati a governare – dal condominio a Palazzo Chigi – viene sempre meno sopportata dalle persone normali.

In un certo senso la destra ha perciò avuto gioco facile, agevolata in questo anche dalle pittoresche disavventure dei grillini (vedi Genova, e non solo). Ma – e questo è il punto decisivo – tutto ciò è stato possibile solo grazie al meccanismo delle coalizioni e del ballottaggio. Meccanismi però inesistenti alle politiche, dove alla Camera le coalizioni non sono ammesse, mentre al Senato lo sono ma senza premio di maggioranza.

Certo, la destra tornerà a reclamare le coalizioni, e magari perfino quel ballottaggio fino a ieri osteggiato, ma di sicuro gli altri non gli concederanno un simile vantaggio. Vittoria di Pirro, dunque, anche perché alle politiche sarà comunque difficile comporre le diverse linee che attraversano il vecchio schieramento berlusconiano. Non parliamo poi della leadership, ancor meno dell’insieme di un gruppo dirigente ancor più logoro ed impresentabile di quello del Pd. In conclusione, la destra ha vinto le amministrative, ma in quanto alle politiche le chance sono davvero ridotte al lumicino.

Abituati da oltre vent’anni ai meccanismi del maggioritario, sia nella versione Mattarelum che in quella del Porcellum, qualcuno penserà che comunque tra questi perdenti alla fine un vincente dovrà pur esserci. Vero, ma solo in parte, dato che lo scenario comunque più probabile è quello di un governo di coalizione. Laddove per coalizione non deve più interdersi quella formata prima del voto, bensì quella che nascerà dopo presumibilmente tra Pd, Forza Italia e altre formazioni minori.

Questo significa allora che i ballottaggi non hanno cambiato nulla? No, ma la questione è leggermente più complessa. Lo era già prima del voto di ieri, lo è a maggior ragione adesso. La complicazione sta nel fatto che la coalizione di cui sopra non ha mai avuto la certezza di ottenere la maggioranza per governare. Tanto meno ce l’ha adesso, perché è ancora più chiaro che Renzi è ormai un leader logoro.

La crisi politica italiana è dunque ben lungi dal trovare una soluzione. Un fatto che non deve stupirci vista la sua stretta connessione con l’altrettanto irrisolta crisi economica, che porta con sé l’ancor più grave crisi sociale. E’ esattamente a tutto ciò che pensiamo quando parliamo di crisi sistemica.

Se questa è la fotografia attuale, proviamo adesso ad immaginare i possibili sviluppi. Facciamolo, prima immergendoci nel punto di vista del blocco dominante, dato che cercare di comprendere le mosse dell’avversario ha sempre la sua importanza; poi cercando di delineare la risposta da dare da parte delle forze sovraniste e costituzionali.

Se l’analisi sin qui svolta è giusta anche solo al 70%, è facile immaginare quale sia l’agitazione tra i dominanti. Del tutto intenzionati ad andare avanti con il loro disegno neoliberista, decisi a non rompere il rapporto subalterno con l’euro-Germania, vorrebbero un governo di legislatura che ne interpretasse senza scosse i loro interessi e la loro visione strategica. Problema: ad oggi, un simile governo non avrebbe una maggioranza nelle urne. Dunque, esistono solo due possibili soluzioni: 1. puntare ancora una volta ad una nuova legge elettorale truffaldina; 2. inventarsi un nuovo “salvatore”, o meglio un “Macron all’italiana”. Naturalmente una cosa non esclude l’altra.

Insomma, questa almeno è la mia ipotesi, lorsignori cercheranno di imbrogliare le carte. Del resto, come spiegare altrimenti la furia dei grandi giornali contro l’ipotesi di elezioni anticipate? Chiaro che dietro le quinte si sta preparando qualcosa. Qualcosa che richiede un po’ di tempo. Cosa esattamente chi scrive non lo sa. Ma siccome di “salvatori” in vista non ce ne sono (per lorsignori uno ci sarebbe, ma si trova momentaneamente bloccato a Francoforte), e siccome sulla legge elettorale sono sì probabili nuovi pasticci, ma difficilmente potranno avere l’organicità necessaria affinché il disegno possa completarsi senza altre mosse, è comunque probabile qualche altra trovata.

Il nodo è Renzi. Se qualcuno pensava di farne il Macron italiano, adesso sa che è troppo tardi. Il rignanese si è già fatto mille giorni di governo e gli italiani tendono a non scordarseli. Al tempo stesso è difficile pensare ad un italico “Macron” che riduca Renzi così come l’originale ha massacrato Hollande in Francia. Più probabile forse il lancio di qualche nuovo soggetto che, senza troppe pretese palingenetiche, potrebbe proporsi come forza aggiuntiva della coalizione sistemica Pd-Forza Italia-centristi vari. Ma su questo, come del resto sulla probabile riapertura della cucina della legge elettorale, inutile fare ora troppe previsioni. L’importante è fissare un punto: i dominanti faranno una mossa. Che sia anche vincente non lo possiamo sapere, ma vedrete che non staranno con le mani in mano in attesa dell’esito delle urne.

Bene, è esattamente quello che, sul lato opposto, dovremo fare anche noi: partire dalle potenzialità offerte dalla crisi politica del sistema per lanciare una proposta in grado di essere efficace, aggregativa e contundente. Non bisogna cioè restare con le mani in mano, ma chiamare a raccolta tutte le persone disponibili per portare la battaglia del sovranismo costituzionale o, se preferite, del patriottismo democratico, anche nelle urne delle prossime elezioni politiche.

Naturalmente il parallelismo va preso cum grano salis. Per i dominanti l’obiettivo è ovviamente il governo, per il nostro fronte è invece quello di non delegare più la battaglia istituzionale ad altri. Mi rendo conto che questo obiettivo potrà sembrare a molti velleitario. E’ vero infatti che le nostre forze sono più che modeste, ma è altrettanto vero che se da un lato M5S è sempre meno credibile come forza alternativa, ancor meno lo è la solita accozzaglia di una sinistra senza idee tranne quella di provare a tornare in parlamento (vedi assemblea del 18 giugno al Brancaccio).

La necessità di una presenza sulle schede elettorali di liste che si richiamino ad una Italia ribelle e sovrana è dunque fuori discussione. Si tratta semmai di discutere la sua realizzabilità. Che è esattamente quel che va fatto a partire dalle prossime settimane.

Non scordiamoci la profondità della crisi politica, non dimentichiamo il crescente distacco di massa dai partiti di questa legislatura che volge al termine (incluso M5S), non sottovalutiamo la forte domanda di cambiamento, magari confusa ma radicale, presente nella società. E non dimentichiamoci che l’Italia è il paese con la più alta percentuale (35%) di favorevoli all’uscita dall’UE. Possibile che tutto ciò non riesca a condensarsi in una proposta politica capace di misurarsi anche sul terreno elettorale?

Noi siamo convinti che l’idea di Italia ribelle e sovrana possa avere successo. Vogliamo comunque provarci, insieme a tutti quelli che non si arrendono al fosco futuro confezionato dalle èlite globaliste, antinazionali quanto antipopolari.

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