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MPS, NPL E RICAPITALIZZAZIONI SISTEMICHE: L’ECONOMIA REALE SENZA VIA D’USCITA IN NOME DELL’EURO.

Posted on 14 agosto 2016

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1. Nella confusione iperbolica che, come di prammatica, regna nell’informazione (“ufficiale”) italiana, la crisi bancaria sistemica nazionale, avente attualmente il suo epicentro in MPS, può riassumersi in due proposizioni tra loro complementari:
a) l’adesione, in preda alla follia filo-€uropeista, all’Unione bancaria, avendo previamente ignorato gli effetti sull’economia reale, e quindi, in termini di disoccupazione, deindustrializzazione e insolvenze diffuse, del fiscal compact (qui p.7). Da ciò una “policy-induced crisis” (che è poi, in soldoni, un ital-tacchino da spennare prima di infornarlo): che equivale a dire che, in assenza dell’adesione alle regole del fiscal compact e dell’Unione bancaria non staremmo a parlare di crisi;
b) l’impossibilità giuridica, in base ai trattati, di adottare tutte quelle misure che sarebbero logiche e, ancor più, costituzionalmente obbligate, per i massimi organi di governo della Repubblica, ai sensi dell’art.47 Cost – da considerare, in base ai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, norma fondamentale, di tutela del risparmio, inderogabile da qualsivoglia trattato ai sensi degli artt. 11 e 138 Cost..
2. In modo più empirico e sensibile alla logica dei mercati, aveva espresso un concetto simile a quanto ora detto al punto b), l’amico Paolo Cardena, qualche settimana fa:
Dicevamo in apertura della violenza con la quale, da  settimane (se non da mesi), i mercati stanno colpendo il settore bancario, a mio avviso, in alcuni casi, anche in maniera troppo severa.
L’idea che sto considerando è quella secondo la quale i mercati, proprio perché indotti dal dilettantismo con il quale il governo e i regolatori hanno affrontato fino questo momento la questione bancaria, diffidando della credibilità degli interlocutori,  stiano spingendo il governo (e la Ue) ad adottare misure di sistema decisamente ampie e robuste, tali da demolire ogni possibile dubbio sulle condizioni di alcune banche e, più in generale, dell’intero sistema bancario italiano“.
3. Riassumiamo i termini del cul de sac in cui è finito il governo, in quanto preso nella rete delle soluzioni demenziali €uropee, a cui non pare poter rinunciare, in assenza del minimum di risorse culturali, desertificate da decenni di €-ordoliberismo, distruttivo del senso della legalità costituzionale e del buon senso economico.
Gli stress tests EBA-vigilanza BCE hanno evidenziato la situazione di enorme difficoltà di MPS, lasciando peraltro, è bene rammentarlo, una finestra temporale di durata residua dell’operatività dell’istituto, – prima di considerare lo stato di dissesto ai sensi dell’art.32 della direttiva UE sulle “risoluzioni bancarie”-, fino al 31 dicembre 2016.
Tenuto conto di tale scadenza, si è stabilito, tra governo e vigilanza UE, di percorrere una strada “di mercato” che prevenga lo stato di dissesto eliminandone le (presunte) cause: in sostanza “qualcuno” dovrebbe rilevare i non performing loans accumulati dal Monte, che ammonterebbero a 27,7 miliardi. L’operazione, secondo la vigilanza, dovrebbe essere completata al più tardi entro il 2018.
Il prezzo di dismissione di questi crediti in sofferenza (previa loro cessione a una “newco” e mediante cartolarizzazione e successiva vendita di tali titoli) sarebbe fissato in un improbabile 35% del valore nominale, laddove attualmente figurano in bilancio con un valore, al netto delle immobilizzazioni a riserva già effettuate, di circa il 55%, avendo cioè contabilizzato e “ricoperto” una perdita pari al 45% del valore “facciale”.
4. Dunque,  si consoliderebbe un’ulteriore perdita pari a circa la differenza tra il valore della cartolarizzazione e quello di attuale indicazione in bilancio: si tratta, evidentemente, di un 20% (l’esattezza delle percentuali va presa con le pinze, allo stato)  di 27.7 miliardi: il che porta, nella situazione rilevata dagli stress test, alla conseguente esigenza di un aumento di capitale, per l’appunto, di circa 5,5 miliardi e alla simultanea esigenza di piazzare, presso “investitori” vari, i NPLs a circa 9,7 miliardi.
Chi sottoscriverebbe questo aumento di capitale?
E soprattutto, chi sarebbe disposto ad acquistare i NPLs ad un prezzo che, come abbiamo visto, non pare essere corrispondente a quello di mercato (qui p.4); e ciò anche tenendo conto della possibilità di distinguere, nelle operazioni sottostanti, (qui p.5 e 5 bis), i crediti garantiti da ipoteca o da altra efficace garanzia reale e anche scontando l’aggredibilità dei beni in garanzia mediante una (rapace) gestione del recupero e sfruttando la nuova possibilità del “patto Marciano” (qui, in relazione ai d.lgs 59 e 72/2016)?
5. Il fondo Atlante non dispone di queste cifre (avendo, pare, un residuo di “munizioni” di soli 1,7 miliardi): né per acquistare i NPLs né per coprire l’aumento di capitale.
All’acquisto dei primi, in decisivo supporto dell’insufficiente provvista di Atlante, provvederebbe un prestito-ponte di 6 miliardi da parte di JP.Morgan e Mediobanca(che comunque andrebbe poi rimborsato…ci mancherebbe!). Ma sempre mentre le varie agenzie di rating saranno occupate, nei prossimi mesi, a valutare in tre tranches diverse il sottostante, cioè la ratio presumibile di recuperabilità dei crediti in funzione delle relative garanzie.
La tranche “senior” cioè quella che risulterà di maggior valore di realizzo, avrà pure la garanzia pubblica pro-solvendo (cioè quel livello di realizzo sarà comunque assicurato dalle finanze statali).
Dunque, l’esigenza “finale” di ricapitalizzazione, strettamente conseguente alle perdite ulteriormente consolidatesi con l’operazione di cessione delle sofferenze, è destinata a precisarsi, si prevede, all’incirca nel mese di novembre: quel che è certo è che non saranno JP.Morgan e Mediobanca da sole ad effettuarla, esigendo il concorso di altri soggetti investitori istituzionali, interessati a scongiurare l’instabilità di sistema che ne deriverebbe.
6. Ma qui torniamo a quanto detto sub 1, b) e da Paolo Cardena, circa l’esigenza di intervento pubblico e di segnali forti ai mercati, senza cui, sarà altamente improbabile che qualcuno possa investire in capitale azionario MPS senza avere la prospettiva probabilissima di vedersi bruciare le “risorse” in un buco nero inarrestabile.
E questo sia perché l’operazione di cessione-sofferenze, dati prezzi e attitudine del mercato, risulta altamente incerta, sia perché, nel contempo, anche altri grandi istituti bancari italiani, in testa Unicredit, potrebbero essere impegnati a rastrellare liquidità sul mercato, per proprie autonome e concomitanti esigenze.
Che, tra l’altro, sono tutte figlie della (il)logica della metodologia seguita negli stress test, che non considerano, rispetto ad altri sistemi bancari €uropei, i ben più imponenti problemi di ricapitalizzazione che si porrebbero ove i derivati e i titoli strutturati “level 3” nella pancia degli istituti tedeschi (e francesi) fossero visti per quello che sono: praticamente valori “zero” accreditati, indisturbati, a “mark to fantasy“.
Più policy-induced crisis di così…
7. Ovviamente, in questa situazione, uno strisciante senso di realismo politico tende a preparare una soluzione tutta pubblica che, però, avrebbe tempi di intervento ristrettissimi, collocandosi tra novembre, – cioè quando si potrà constatare l’esito della “libera” ricapitalizzazione affidata al mercato (e della attendibilità-appetibilità effettive della prezzatura per tranches dei cedendi NPLs)-, e il 31 dicembre, quando MPS non sarà più considerata solvibile e si dovrebbe perciò provvedere alla piena applicazione del sistema di risoluzione mediante burden sharing di azionisti, obbligazionisti e correntisti.
E questo secondo le regole €uropee che, fin da ora, si esclude possano vedere l’autorizzazione di una deroga, quale prevista dall’art.32, par. 4, lettera d) della direttiva 2014/59/UE (4.   Ai fini del paragrafo 1, lettera a), l’ente è considerato in dissesto o a rischio di dissesto in una o più delle situazioni seguenti:..d) l’ente necessita di un sostegno finanziario pubblico straordinario, ad esclusione dei casi in cui, al fine di evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro e preservare la stabilità finanziaria, il sostegno finanziario pubblico straordinario si concretizza in una delle forme seguenti:“): almeno a sentire la Vestager e la Corte di giustizia UE, come abbiamo visto in questo recente post in argomento.
8. Dunque, in un solo anno dalla entrata in vigore del d.lgs di recepimento dell’Unione bancaria, in quanto innestata sulla fiscalità €uropea distruttiva dell’economia reale per salvare l’euro (e solo per questo), l’Italia si ritrova in una scontata, quanto ostinatamente perseguita, situazione irrisolvibile: almeno secondo ragionevoli previsioni e il buon senso.
Inutile nascondere che l’effetto del bail-in, sempre più all’orizzonte, coinvolgente il MPS, sarebbe da inserire nella interdipendenza delle molteplici situazioni di rischio intrecciato, sugli stessi debitori insolventi, tra i vari istituti di credito e gli effetti sarebbero una vera e propria “chain reaction“.
8.1. Ma anche ipotizzando una disperata volontà delle autorità italiane di intervenire con soldi pubblici, entro il 2016 e “a catena” nel 2017, il volume dell’intervento finanziario pubblico progressivamente divenuto inevitabile, e la concomitante esigenza di coprirne l’onere di bilancio, mediante misure fiscali a dir poco draconiane (già immaginabili su pensioni e sanità…e ampliamento delle basi imponibili), porterebbe l’intera economia italiana in una violentissima fase depressiva, già nel corso del 2017 e, comunque, al più, inevitabilmente, negli anni seguenti.
E questo innescherebbe una nuova ondata di inadempienze, fallimenti, disoccupazione e, quindi, di sofferenze bancarie per imprese e famiglie.
Il problema non è di investitori di soccorso (estero), interessati a impossessarsi del sistema bancario italiano a prezzi a dir poco stracciati: il problema è di economia reale e di sua possibilità di sopravvivere alle regole €uropee.
E questo problema ha un solo nome: l’euro, il volto peggiore, contemporaneo, della follia totalitaria neo-liberista.

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