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Le involuzioni degli economisti del lavoro di Amedeo di Maio e Ugo Marani

Posted on 08 maggio 2017

 

 

Come in tutte le saghe che si rispettino, è difficile precisare quando divampò l’inizio della fine, ovvero quando gli studiosi sociali del mercato del lavoro cominciarono a far danno alla comprensione dei processi macroeconomici.

L’inizio non era stato malvagio: la trattazione manualistica della determinazione del reddito e dell’occupazione risultava monca di una teoria dei prezzi. Il mercato del lavoro consentiva di sopperire a questa carenza: poiché l’andamento della disoccupazione influenzava, verosimilmente, quello dei salari e questi ultimi, in mercati oligopolistici, la fissazione del prezzo da parte delle imprese; era dunque possibile “chiudere” il modello reddito-spesa. Eravamo all’universalizzazione della Curva di Phillips, uno strumento interpretativo semplice, ma efficace.

Ancora: poiché in un’economia capitalistica, labili e mutevoli appaiono i confini tra occupati, disoccupati e inattivi, era necessario approfondire i metodi di stima e le cause di passaggio tra le diverse segmentazioni, in primis tra inattività e segmentazione. La teoria del “lavoratore scoraggiato”, in Italia ripresa da Salvatore Vinci e Giorgio La Malfa, è una buona declinazione di questo filone di indagine. Non che non ci fossero esagerazioni: la stima della Curva di Phillips beneficiava delle nuove tecniche econometriche che consentivano, tramite raffinatezze semi-logaritmiche, doppio-logaritmiche e “stiramenti della funzione”, di arrivare sempre al risultato prefisso.

Ma erano esibizioni, tutto sommato, accettabili: l’economista che si occupava dI mercato del lavoro ambiva a spiegare molto ma, di certo, non le determinanti del livello di occupazione muovendo dalle interazioni tra salariati e imprenditori. L’occupazione era la risultante ultima, fenomenica, di quanto avveniva altrove, sul mercato monetario, dei beni, degli scambi con l’estero.

Ma l’appetito vien mangiando, e una posizione di retroguardia non piace a nessuno. Comincia negli anni Ottanta un’inesorabile, non sappiamo quanto inconsapevole, cavalcata dei “lavoristi”, economisti e giuristi, verso una maggiore centralità nel firmamento dei livelli di occupazione. Per i primi, con i quali abbiamo maggiore consuetudine, una buona occasione è fornita dagli studi di un eminente economista francese, Edmond Malinvaud, negli anni Settanta presidente dell’International Economic Association che raffina, dopo alcuni studi degli anni Cinquanta che la avevano etichettata impropriamente come Curva di Beveridge, la possibile relazione tra disoccupazione e posti di lavoro vacanti. Ne sortiva una tassonomia della disoccupazione, frizionale, ciclica, strutturale, che oscurava quanto di buono Keynes ci aveva lasciato: la distinzione tra disoccupazione volontaria e involontaria, da intendersi, la seconda, come l’impossibilità di trovare un posto di lavoro al saggio di salario corrente.

Assolutizzando le relazioni comportamentali sul mercato del lavoro, l’accademia, e quella italiana provincialisticamente anzi tutte, da allora rimuove un dato che rimarrà impresso solo in sparuti studiosi, in primis al Premio Nobel Robert Solow: il mercato del lavoro è un’istituzione sociale ed in quanto tale non può rispondere a regole che non siano sociali e qualsiasi tentativo di analizzare il lavoro come merce che dipenda unicamente dai segnali di prezzo è da considerare irrealistico.

Gli economisti del lavoro, talora predicando keynesianamente bene e razzolando neo classicamente male, si incamminano su di una strada opposta ai caveat di Solow, non solo, ma abbracciando la figura dell’agente rappresentativo, secondo il quale l’individuo, che offre la propria forza lavoro, e l’imprenditore, che lo richiede, massimizzano le rispettive funzioni di utilità e di profitto, secondo i criteri dell’individualismo metodologico.

Il mercato del lavoro perde la propria connotazione di luogo ideale della genesi del conflitto distributivo tra classi sociali e diviene la sede in cui valutare il grado di razionalità degli “agenti”, l’esistenza di vincoli esogeni, il grado di flessibilità dei salari, il rispetto del principio di razionalità. Il tutto al fine di accertare il rispetto dell’eguaglianza tra salario (reale) e produttività marginale.

E muovendo da questa distorsione interpretativa i passi successivi sono ineluttabili: la raffinatezza delle indagini poco si coniuga con l’efficacia descrittiva del ciclo, della disoccupazione, della carenza di domanda effettiva.

Alcuni paradigmi significativi di questa mutazione. Il primo: la teoria della job search. Coloro che cercano un lavoro, selezionano un’offerta di lavoro alla volta e decidono di accettare o meno l’opportunità lavorativa, confrontando il salario ricevuto in offerta con il proprio salario minimo accettabile (salario di riserva). Il punto è che il salario minimo accettabile è determinato soggettivamente dal lavoratore e potrebbe deviare dai principi della produttività marginale. Ci si dimentica, come affermava Joan Robinson, che il lavoratore può solo scegliere se lavorare o “morire di fame”.

Il secondo: i modelli dei “salari di efficienza”. Alle imprese converrà fissare un livello di salari che massimizzi lo sforzo dei lavoratori, poiché la loro “adesione” al bene dell’impresa crescerà all’aumentare del salario corrisposto. Assunzione quest’ultima non particolarmente aderente alle ipotesi di contrapposizione tra classi sociali, ma, forse, veritiera di comportamenti atomistici.

E infine la terza classe di modelli, di certo la meno gratificante per l’universo dei lavoratori: il filone insider-outsider. I lavoratori occupati, gli insider, godono di un potere relativo, determinato dal costo per un’impresa di sostituirli con lavoratori esterni, gli outsider. Il vantaggio determinerebbe una vera e propria rendita di posizione in termini di salario e di potere sindacale, impedendo l’assunzione degli outsider. Modello, quest’ultimo, che rimuove definitivamente il concetto di classe a favore di quello individualistico.

Per ricapitolare: siamo partiti, logicamente e cronologicamente, dall’idea che la domanda effettiva determini il fabbisogno di lavoratori nell’economia e che sul mercato del lavoro si fissi il salario corrispondente a quel fabbisogno e il livello di prezzi cui quella domanda effettiva sarebbe soddisfatta. Arriviamo, grazie anche ad una parte della nostra professione, a modelli in cui il livello di produzione è determinato dai comportamenti sul mercato del lavoro, dalle ipotesi di efficienza, di egoismo degli insider, dalle aspettative sul salario minimo soddisfacente.

Le ipotesi di policy, nei due approcci, sono del tutto opposte: nel primo le politiche del lavoro sono politiche della domanda aggregata, dirette e indirette; nel secondo approccio è necessaria la governance di quello specifico mercato, la rimozione delle distorsioni sulla domanda e, soprattutto, sull’offerta da parte dei lavoratori. Al lettore risulterà immediatamente intuitivo quanto attraente, in termini di ideologie e di interessi, risulti comparativamente il secondo approccio rispetto al primo: la contrapposizione salario-occupazione, l’egoismo di chi lavora rispetto a chi è escluso, i bamboccioni che hanno un troppo elevato salario di riserva.

Ma vi è qualcosa di ancor più rassicurante se si imbocca la strada del mercato del lavoro quale luogo di genesi della disoccupazione. La politica economica della piena occupazione cessa di occuparsi delle cause di deficienza della domanda aggregata per occuparsi di formazione dell’offerta, di occupabilità, nel tentativo (nemmeno troppo) subliminale di convincere il giovane disoccupato che se non trova lavoro un bel po’ di colpa sarà anche sua, di matching, terribile anglicismo per indicare la funzione statale di agenzia tra disoccupazione e posti vacanti.

Le sedicenti politiche del lavoro, attive-passive-miste, si ramificano, divengono una struttura istituzionale e burocratica fornite di vita (e di rendita) propria, mentre gli economisti del lavoro aggiungono nuove fantasie a quelle già esistenti: il placement, lo skill, i jobs.

Poi arriva una crisi economica epocale e forse dovrebbe sorgere il dubbio ai nostri colleghi se non sia il momento di invertire la rotta.

 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-involuzioni-degli-economisti-del-lavoro/

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