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L’ABC. Tre lettere per capire Carlo Azeglio Ciampi, di Piotr

Posted on 25 settembre 2016

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Un solerte servitore di interessi finanziari anglosassoni o un grand-commis convinto che non c’era altro da fare per il bene generale dell’Italia? Non è in contraddizione

A: Antifascismo, Azione, America, Anticomunismo, Atlantismo

Carlo Azeglio Ciampi si formò politicamente nel crogiolo del Partito d’Azione al quale aderì nel 1943, all’inizio della Resistenza. Pur avendo avuto vita breve (si sciolse nel 1947) il Partito d’Azione, PdA, fu un punto cardanico della storia dell’Italia della seconda parte del Novecento.

Era una formazione politica dove convergevano linee di pensiero anche molto differenti e la cui comprensione è fondamentale per capire la situazione politica, economica e culturale odierna. Su queste connessioni manca uno studio sistematico ed esse non possono certamente essere analizzate qui. Ricorderò schematicamente solo alcuni di questi filoni. Essi si presentavano raramente in forma politicamente strutturata (un privilegio in quegli anni appannaggio solo di democristiani, socialisti e comunisti), ma più spesso erano rappresentati da singole personalità e dall’humus culturale-politico di cui esse erano eredi, a volte anche in forma contraddittoria.

Ecco allora che ritroviamo un “filone Olivetti”, portatore di idee rintracciabili in quel socialismo romantico, buonista e umanitarista à la Edmondo De Amicis, non scevro da pulsioni colonialiste. Un carattere culturale-politico di sinistra oggi in gran spolvero.

Con pochi passaggi ci si può spostare dal “filone Olivetti” a quello democratico e antifascista di origine valdese (e i genitori di Adriano Olivetti erano uno ebreo e l’altro valdese, un’unione non rara nell’Italia a predominanza cattolica).

Ad esempio troviamo Mario Alberto Rollier come punto di contatto fisico di due visioni federaliste, una concernente l’Italia, ovvero la Carta di Chivasso (o Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine) del 19 dicembre 1943, e l’altra riguardante l’Europa, espressa dal famoso Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Fu infatti nella casa milanese di Rollier che, alla presenza di Colorni, fu fondata la sezione italiana del Movimento Federalista Europeo. Non solo, in quell’occasione i federalisti europei decisero di aderire al Partito d’Azione.

In mezzo (26 luglio 1943) troviamo la stesura del Manifesto di Milano, che chiedeva il reintegro dei docenti universitari discriminati per ragioni politiche o razziali, firmato a casa di Rollier anche da Antonio Banfi e da Giorgio Peyronel, come Rollier valdese e docente di chimica, poi comandante delle brigate partigiane azioniste a Milano, uno degli estensori proprio della Carta di Chivasso, firmata a casa del notaio Edoardo Pons, anch’egli valdese. E poi liberal-democratici come Ugo La Malfa e Piero Calamandrei, liberal-socialisti come Norberto Bobbio, il socialista e federalista sardo Emilio Lussu.

Nel “crogiolo PdA” si ritrovano quindi molte coordinate dell’Italia progressista del dopoguerra: laicità, antirazzismo, antifascismo, repubblicanesimo, social-liberismo, socialismo, federalismo ed europeismo.

Ma vi ritroviamo anche altri due fattori, complementari tra loro e di fondamentale importanza, ovvero l’avversione per l’Unione Sovietica e un latente o esplicito filo-americanismo. Anche se molti dei partigiani che facevano capo al Partito d’Azione avevano simpatie sia per l’Unione Sovietica sia per il comunismo, quello era l’atteggiamento prevalente, anche se non unanime, tra i dirigenti. Per certi versi il comunismo era visto come un altro tipo di chiesa anch’essa in contrasto con la libertà di coscienza.

Quindi anticomunismo e atlantismo furono due forti tratti del PdA. Questi sentimenti, propensioni e preferenze non erano in contraddizione con la scelta di mettere come punto programmatico del partito la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali. Infatti questo punto non era in contrasto con la strategia statunitense del dopoguerra che richiedeva urgentemente la ricostruzione europea, cosa che poteva avvenire solo con l’intervento dello Stato. La ricostruzione dei Paesi europei avvenne infatti all’insegna del keynesismo, per usare in senso lato un termine molto noto, con la benedizione e gli auspici degli Stati Uniti. Cosa su cui occorre ben riflettere in un’epoca, come la nostra, in cui lo statalismo è confuso col socialismo di stampo marxista, il keynesismo con la sovranità nazionale, il progresso con l’emancipazione e via confondendo.

Nel 1947, come si è detto, il partito si sciolse. La crisi del governo di Ferruccio Parri (anch’egli azionista) e poi quella del primo governo De Gasperi sancirono la fine dell’unità antifascista nazionale, con forti ripercussioni nel Partito d’Azione.

Il crogiolo mischiava elementi e personalità troppo differenti. Ritroveremo le loro tracce dappertutto nel dopoguerra, nei posti più disparati e anche contrastanti: si pensi a Democrazia Proletaria e Vittorio Foa, al Partito Repubblicano di Giorgio La Malfa, al Partito Socialista con Riccardo Lombardi. Ognuno portava con se un impasto degli ingredienti che aveva trovato nel crogiolo [1]. E questo fu l’ambiente di idee, stili, passioni, convinzioni, personalità, conflitti in cui lo scomparso ex presidente della Repubblica si formò.

Sciolto il PdA, Carlo Azeglio Ciampi non si iscrisse più a nessun’altra organizzazione politica. Nel 1946 era entrato in Banca d’Italia e si era iscritto alla CGIL, appartenenza che terminò solo dopo che fu nominato governatore della Banca nel 1979.

 

B: Banca, Banchieri

Come ormai sanno anche i sassi, ma è stato forzatamente ficcato nel dimenticatoio mediatico, la visita del 2 giugno 1992 del panfilo della regina Elisabetta al porto di Civitavecchia ha segnato uno spartiacque epocale [2]. In termini generali successe questo: sul quel panfilo i più potenti banchieri anglosassoni ricordarono a un centinaio di pezzi grossi della politica e dell’economia italiani che l’epoca della ricostruzione industriale postbellica si era definitivamente chiusa da un bel pezzo, che da un bel pezzo era iniziata una profondissima crisi e tutto ciò unito alla recente fine dell’Unione Sovietica faceva venire a mancare ogni necessità economica, politica e geopolitica per la surrettizia sussistenza, politica ed economica, del precedente keynesismo.

Ora bisognava passare a una nuova fase, imposta dai meccanismi di accumulazione, che era data dal trinomio globalizzazione, liberalizzazione, finanziarizzazione.

L’Italia doveva procedere senza tentennamenti allo smantellamento-svendita dell’economia pubblica, ad iniziare dall’IRI, e alla liberalizzazione e deregolamentazione delle attività finanziarie, abolendo solo per iniziare la distinzione tra le attività permesse alle banche d’investimento e quelle permesse alle banche commerciali [3].

In Italia il primo segnale del nuovo corso era stata l’inchiesta “Mani Pulite” che aveva fatto fuori con un procedimento extraparlamentare tutta quella classe politica che sull’economia statale lucrava e prosperava. Ma questa era la scusa, non la causa, come ancora oggi pensano gli Italiani che si abbeverano al mainstream mediatico (a Washington per ogni evenienza avevano preparato dossier sulla corruzione di ogni capo di governo europeo, a partire dal tedesco Helmut Kohl). La ragione vera, infatti, era che quella classe politica si presentava come un ostacolo al nuovo corso.

Gli ex comunisti da decenni col consenso di Washington si stavano preparando per rimpiazzare la classe dirigente che sarà fatta fuori nelle aule di tribunale, ma grazie alla loro incapacità i loro sogni si infransero contro un outsider di nemmeno eccelsa caratura: Berlusconi [4].

 

C: Ciampi

Il nuovo corso venne impostato dal governo Amato e iniziato, nell’anno successivo, dal governo Ciampi. I due governi tecnici di trapasso dalla Prima alla Seconda Repubblica. Questa solerzia non era esclusivamente un frutto delle pressioni anglo-americane, ma anche del Trattato di Maastricht e della prospettiva di moneta unica. Nella testa dei leader europei, in particolare del socialista francese Jacques Delors, in quegli anni alla guida della Commissione Europea, l’impianto Maastricht-Euro doveva essere la risposta europea alla globalizzazione-finanziarizzazione a guida statunitense. In altre parole i decisori europei speravano di potersi contrapporre con una modalità puramente economica all’egemonia statunitense sui mezzi con cui si cercava di contrastare la crisi sistemica. Ma siccome l’egemonia, come le crisi sistemiche, è data dalla convergenza di molteplici fattori, economici, finanziari, politici, militari e culturali, il sogno europeo era votato in partenza all’insuccesso e non poteva non rivelarsi in breve tempo che come un incubo. Avrebbe avuto, capitalisticamente parlando, una qualche possibilità di parziale successo se qualche altra potenza fosse riuscita a contrastare gli USA in tutti i fattori sopra elencati. Noi Europei non potevamo farlo. E probabilmente nemmeno lo volevamo. Semplicemente speravamo di non pagare il dazio perché eravamo grandi e ci reputavamo furbi.

Per la bisogna in Italia venne rimesso alla testa dell’IRI Romano Prodi, che la Goldman Sachs considerava il proprio “senior adviser in Italy” [5]. Presidente del Comitato governativo per le Privatizzazioni sarà Mario Draghi, pronto a diventare il futuro vice-presidente per l’Europa di Goldman Sachs e poi presidente della BCE.

In quegli anni si perfezionò il cosiddetto “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”. In pratica il debito pubblico verrà messo alla mercé dei mercati finanziari. Questo divorzio era stato deciso formalmente nel 1981 tra Beniamino Andreatta, l’allora ministro del Tesoro, e Carlo Azeglio Ciampi, che ricopriva la carica di governatore della Banca d’Italia.

In termini molto sintetici, ai governanti italiani ed europei era stato chiesto di mettere sul mercato tutto ciò che poteva essere comprato da una massa enorme e famelica di capitale che aveva incominciato a sovraccumularsi alla fine dei venti anni d’oro del dopoguerra, perché non era più reinvestibile nelle intraprese che lo avevano generato se non al rischio di margini di profitto intollerabili o addirittura nulli. Ciò che è poi il nucleo della crisi sistemica. Per lo meno il nucleo economico, quello che fa sì che si inventino prodotti finanziari derivati pari al 1000% del PIL mondiale per sfamare in qualche misura questo capitale. Una cifra letteralmente ridicola, senza senso. Per lo meno i beni e i servizi pubblici sono concreti e in buona parte anche il debito pubblico è molto meno carta straccia dei derivati. Ecco perché creano appetito [6].

E i nuovi governanti italiani obbedirono. Operando sotto vari incarichi, non è per nulla improprio affermare che Carlo Azeglio Ciampi così come traghettò l’Italia dalla Prima alla Seconda Repubblica (che però della prima è persino peggiore) traghettò anche la Lira verso l’Euro.

Per gli euro-entusiasti e gli agiografi ciò salvò l’Italia dal tracollo. Per molti ciò fu l’inizio del tracollo. La pensano così anche fior fior di economisti italiani, europei e statunitensi. Cito solo una recente intervista a Theo Weigel, per dieci anni ministro della Finanza di Helmut Kohl: “L’euro conviene alla Germania, ecco perché ci restiamo dentro. Va da sé che se il marco diventasse sconveniente, la lira diventerebbe conveniente per i mercati, per gli investitori e per i consumatori. Queste cose i commentatori nazionali non ve lo dicono. Queste notizie ai telegiornali non passano. Per chi lavora la stampa italiana? Per chi lavora la politica italiana? Per l’Italia o per Berlino?”.

A noi in realtà nessuno dei due giudizi convince, perché non prendono in considerazione la natura sistemica della crisi e riducono tutto a problemi settoriali. Ne abbiamo già parlato e il precedente giudizio sulla politica di Delors riassume quanto qui possiamo dire.

C’è però un aspetto della costruzione europea, forse ancor più importante e che viene accuratamente sottaciuto, ovvero la sua natura non democratica e il suo procedere grazie a crisi che devastano la società. Alla fine di questo articolo troverete una piccola antologia di ignobili ammissioni dei padri e dei difensori della costruzione europea, quella vera non quella sognata.

Eppure anche i primi sognatori, quelli a Ventotene, non erano estranei all’idea che l’Europa Unita potesse essere costruita solo attraverso un dispotismo illuminato, come ammise poi candidamente Tommaso Padoa Schioppa [7].

Un metodo che è penetrato profondamente nella testa dei dirigenti della sinistra italiana. Si legga qui.

Eccoci allora all’ultimo punto. Possiamo traguardare ciò che succede con categorie legate al complottismo. Ovvero vedere in quanto esposto un complotto di banchieri massoni eventualmente legati a lobby sioniste, eccetera.

Ma allora il precedente periodo postbellico era il frutto di un complotto di capitani d’industria keynesiani. Perché no? Perché c’è un capitalismo complottardo e uno non complottardo? Uno cattivo con loschi fini e uno no?

In realtà le crisi sistemiche sono generate dalle contraddizioni intrinseche al processo di accumulazione capitalistico. E’ sempre stata una gran cura di Marx far piazza pulita delle personificazioni e delle personalizzazioni. E lo fece varando un’apposita categoria, quella di “Charaktermaske” (cosa che non gli impediva di denunciare singoli personaggi e di inveire contro di loro, perché la Charaktermaske non rende innocente o irresponsabile chi la porta). L’idea di complotto e di processi occulti è connessa a una fissazione sull’idea di cattiva coscienza: si fa del male sapendo di farlo e lo si fa per i propri interessi.

Ma il fatto è che gli esseri umani, anche i potenti, fanno generalmente del male convinti da una falsa coscienza che si stia facendo la cosa giusta. Ad esempio, ogni politica dei due tempi è basata sulla convinzione che adesso faccio del male (una guerra, politiche di depauperamento) perché dopo ci sia una condizione migliore (una pace giusta o una rinascita economica). Gli interessi sono nascosti da questa falsa coscienza che è il risultato inconscio del rifiuto di pensare di star agendo per cattivi propositi, di dover fare i conti con la propria cattiva coscienza. Per dirla in termini più terra-terra, è l’illusione di avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Questo processo di autoinganno si alimenta con le idee che hanno formato la persona e con la loro rielaborazione per adattarle a nuove condizioni esistenziali, a nuovi progetti, a nuovi interessi, a nuove ambizioni. Autoinganno, non inganno. I partigiani azionisti non erano antifascisti per secondi fini o per atteggiamento. A decine furono fucilati alle Fosse Ardeatine. Altri, come il ricordato professor Peyronel, furono torturati, non parlarono e scamparono per un soffio al plotone d’esecuzione o furono uccisi.

Possiamo allora vedere Carlo Azeglio Ciampi come un solerte servitore di interessi finanziari anglosassoni oppure come un grand commis che era convinto che non c’era altro da fare per il bene generale dell’Italia. E ne era convinto in base a quell’intreccio di idee, conoscenze, convinzioni e passioni che lo avevano formato e con lui si erano trasformate. Non sono due cose in contraddizione. Le continue sconfitte, teoriche e pratiche, degli economisti nella crisi ci suggeriscono che essi sono convinti che la soddisfazione di determinati interessi sia l’unica possibilità per affrontarla. Perché pensare che abbiano per forza una visione più ampia delle cose? Hanno dimostrato in quasi ogni occasione cruciale che non è vero. Allo stesso modo è legittimo e sensato pensare che Ciampi si sia sentito fondamentalmente in armonia con la serie di A che lo hanno formato da giovane, pur entrando al servizio delle B [8].

E purtroppo la falsa coscienza è molto più difficile da contrastare della cattiva coscienza, perché la falsa coscienza è una sorta di Matrix che uno si crea da solo, in sintonia con persone e gruppi sociali contigui.

* * *
Per concludere, ci piace ricordare Carlo Azeglio Ciampi nella sua veste di simpatico guascone livornese.

Come governatore della Banca d’Italia un giorno si confrontò alla televisione col politico francese Charles Pasqua, di inossidabile fede gaullista (e anche lui con un passato di giovane resistente). Si era alla vigilia dell’introduzione dell’euro e Charles Pasqua insisteva nel dire una cosa ovvia e che tutti sapevano: “Non si è mai vista una moneta senza uno stato. Prevedo cose non piacevoli“.

Il nostro futuro presidente, novello D’Artagnan, saltò a piè pari ogni argomento e tagliò corto: “La storia giudicherà“.

E infatti la storia sta giudicando.


Note
[1] Il filo atlantismo si espresse anche in forme estreme, ad esempio con la partecipazione di azionisti, socialisti e lamalfiani a Gladio, cioè l’organizzazione segreta della Nato che doveva contrastare all’interno dei Paesi aderenti le formazioni filosovietiche; un’organizzazione in cui i fascisti non erano ammessi e aveva una mission non anticomunista in senso classico ma geopolitico (cfr. Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 8 luglio 2008).
[2] Massimo Gaggi, Convegno sul Britannia, sponsor la Regina. Corriere della Sera, 2 giugno 1992.
[3] Introdotta proprio negli USA nel 1933 col famoso Glass-Steagall Act, e adottata subito dopo da tutto il mondo occidentale, questa distinzione derivava dalla constatazione che se una banca commerciale sottoscriveva, deteneva, vendeva o comprava titoli emessi da imprese private, poteva nascere un conflitto d’interessi perché queste banche potevano collocare presso i propri clienti titoli emessi da imprese loro affidate che avrebbero poi utilizzato i fondi raccolti per rimborsare i prestiti concessi proprio dalle banche collocatrici. Detto in parole povere, le potenziali sofferenze si potevano mutare in emissioni-truffa ai danni dei risparmiatori. Era proprio ciò che invece la finanziarizzazione voleva. Negli USA lo smantellamento dell’impianto del Glass-Steagall Act fu iniziato nel 1980, continuato con una legge del 1982 e completato dal Gramm-Leach-Bliley Act nel 1999, cioè in piena epoca Clinton. I Paesi europei dovevano adeguarsi, spontaneamente per non rimanere indietro, o per forza.
[4] Quasi surreale il fatto che gli ex comunisti volessero andare al governo per gestire lo smantellamento del dominio pubblico. Non so se rendo l’idea. Chissà, forse sognavano sfarzi oligarchici postsovietici. Ad ogni modo, nessun autore di fantapolitica ci sarebbe mai arrivato. Ci arrivò la realtà, che è sempre più sorprendente della finzione.
[5] Ambrose Evans-Pritchard, Italians claim country run by Goldman Sachs. Daily Telegraph, 30 maggio 2007. Prodi prese il posto dell’allora presidente in carica, Franco Nobili, che era stato messo opportunamente in galera da Mani Pulite per poi essere assolto con formula piena nel 2000.
[6] Il problema è che il debito pubblico è appetibile solo finché resta in contatto con la ricchezza accumulata e quella che viene prodotta dalla sua società. Un contatto che si cerca di mantenere con le politiche di austerità. Ma lo smantellamento del pubblico e l’austerità minano alla base la società, la sua ricchezza e le sue capacità produttive.
[7] Dal Manifesto di Ventotene: “Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro. Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni […]. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria. Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate. […] Esso [il partito NdA] attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia“. Cioè un partito ricalcato esattamente su quello bolscevico, ma non col fine di rappresentare una classe e con l’ambizione che questa classe sia universale, cioè capaci di liberare ogni uomo e ogni donna, bensì per “rappresentare le esigenze profonde della società moderna“. E che cosa sia la società moderna non è difficile capirlo.
[8] Se ne potrebbe tirare la conseguenza che è meglio disfarsi di ogni valore moderno e ritirarsi in fedeltà premoderne, ad esempio recuperando modi di pensiero e di governo medievali. E’ una forma di rifiuto esasperato della realtà che non fa altro che gettare via il bambino con l’acqua sporca.

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