I recenti fatti di repressione diretta della libertà di ricerca non ci devono far dimenticare che nella realtà quotidiana  l’attività di ricerca è sempre più sottoposta a forme di condizionamento e di indirizzo tanto più potenti quanto maggiore è la sua importanza nel processo di accumulazione e valorizzazione capitalistica e quindi nella gestione del comando sociale.

Nell’attuale capitalismo bio-cognitivo, la conoscenza svolge un ruolo nevralgico, sia nel momento della sua generazione (economie di apprendimento) che nella fase di trasmissione e diffusione (economie di rete). La conoscenza è, da questo punto di vista, sia un input che un output. E strumento di produzione (espressione del comune – al singolare –  come metodo, appunto, di produzione) e nello stesso tempo bene comune. Da questo punto di vista  il controllo della generazione della conoscenza così come il controllo della sua trasmissione/diffusione rappresentano dei cardini imprescindibili per la governance del processo produttivo e del mercato del lavoro.

Tale governance si sviluppa a più livelli, che, in questa sede, ci limitiamo semplicemente a elencare, scusandoci per la schematicità.

Il primo livello è quello della formazione (education) e inquadra il periodo che va dall’asilo all’università. E’ in questa fase che comincia a svilupparsi la fonte della divisione cognitiva del lavoro, funzionale al modello contemporaneo di valorizzazione. Le varie riforme dei cicli di studi cercano di uniformarsi alla struttura gerarchica della merce “conoscenza” sulla base della moderna organizzazione del lavoro cognitivo (e non cognitivo) in funzione della tripartizione piramidale (escludendo, per semplicità, il digital divide):

* informazione di base, accessibile meccanicamente tramite l’accesso alla rete (conoscenza base dei primi rudimenti di informatica e di inglese) e ai dataset dei social media e delle grandi corporation dell’e-commerce. La perfetta sostituibilità tra algoritmi macchinici e intervento umano costituisce l’alfabeto comunicativo su base passiva e subalterna. Si tratta a tutti gli effetti di un processo di accumulazione originaria che trae origine dalla stessa vita individuale. È forma di sussunzione formale;

* sviluppo di competenze e specifico know-how su base codificata e standardizzata, interscambiale all’interno della specializzazione degli skills (la laurea triennale e in generale la formazione di I livello coniugata con i processi di lifelong-learning al di fuori dell’università). E’ accumulazione di sapere vivo in un contesto di crescente ibridazione uomo-macchinico e quindi assume anche i connotati della sussunzione reale;

* accesso e elaborazione di conoscenze tacite ed esclusive (know that), in grado, se ad alto valore aggiunto e se non si arenano nella trappola del lock-in (ovvero una competenza che risulta inutile dal punto di vista della sua spendibilità economica), di sviluppare un processo di auto-accumulazione cognitiva (formazione di II livello e ricerca&sviluppo) e forti livelli di appropriabilità. E’ lo stadio del sapere effettivamente più libero e vivo e per questo il più monitorato e sottoposto ad uno statuto proprietario privato grazie ai diritti di proprietà intellettuale.

Tale struttura piramidale tende sempre più a corrispondere alla  moderna configurazione del mercato del lavoro, che vede nella condizione di precarietà e nella meritocrazia gli strumenti principi del ricatto e del consenso.

Il secondo livello è quello dell’arte del comando. Il percorso formativo attuale tende a favorire sempre maggiori livelli di specializzazione del sapere, nei quali il processo di formazione professionale va a scapito della capacità di comprensione critica dell’esistente.

La pervasività della conoscenza e la crescente mercificazione imposta alla conoscenza fanno sì che la differenza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale stia di fatto venendo meno. Ci sono lavori cosiddetti manuali che richiedono l’accesso ad informazioni, conoscenze e pratiche linguistiche, magari standardizzate e proceduralizzate mediante il linguaggio della macchina informatica, e quindi ripetitive, ma che comunque abbisognano di saperi, competenze, in/formazione. Così come molto lavoro intellettuale, grazie proprio alle tecnologie informatiche, si sta in un certo senso taylorizzando. Non c’è più creatività nel lavoro, creatività in senso “artistico”. Il cervello diventa fattore produttivo esattamente come il braccio. Non c’è più separazione tra braccio e cervello (quindi tra macchinico e essere umano), c’è una commistione delle due componenti principali dell’agire umano, il corpo e la mente. E ciò, oltre a essere un sintomo del ruolo della conoscenza nei processi produttivi, pone anche il problema di come controllare la prestazione lavorativa.

Finché si deve controllare il corpo, ci sono dispositivi disciplinari che consentono di raggiungere lo scopo ma controllare la mente è molto più complesso. Lo strumento principale per raggiungere questo obiettivo è il controllo e la manipolazione del processo di apprendimento e della trasmissione della conoscenza. In tal modo si possono ottenere  contemporaneamente più risultati. Da un lato, si selezionano le nozioni del sapere che possono essere diffuse su larga scala, dall’altro, si inducono processi di specializzazione delle competenze sulla base delle esigenze di profittabilità del processo di accumulazione/valorizzazione.

Per esempio, la riforma universitaria in Italia (quella dei “tre anni più due”), sul modello anglosassone, è paradigmatica.

La laurea triennale è finalizzata a insegnare una professione, cioè a fornire una specializzazione in un qualsiasi settore, in un tempo relativamente breve, considerando l’insieme di conoscenze in continuo accumulo, e quindi comporta necessariamente un processo di specializzazione e selezione tecnocratica rispetto alle finalità operative e lavorative, innescando così processi controllo, difficilmente percepibili a livello soggettivo.

La laurea magistrale è quella che, a un livello più alto, dovrebbe consentire la formazione di competenze non immediatamente diffondibili, quindi conoscenza tacita e non immediatamente codificabile.

Quando uno studente ha finito i primi tre anni di università, dovrebbe essere in grado di produrre competenze codificate all’interno dei processi lavorativi, che le macchine algoritmiche consentono di diffondere. Chi detiene tali competenze può essere “usato e gettato”, perché c’è sempre qualcun altro che può adoperare quelle stesse competenze, dato che sono competenze interscambiabili.

Chi invece va avanti col processo di selezione formativa entra in possesso di conoscenze “tacite”, cioè conoscenze che non sono immediatamente scambiabili attraverso mezzi meccanici e autostrade informatiche, e che invece per essere utilizzabili richiedono la presenza del lavoratore. Il lavoratore ha così potenzialmente un potere contrattuale, che viene tuttavia di fatto neutralizzato dalla sua adesione/partecipazione, più o meno conscia, al processo di istituzionalizzazione del sapere.

Si noti che il processo di istituzionalizzazione del sapere tacito interessa anche il sapere “alternativo e critico”, nel momento stesso in cui viene riconosciuto a livello accademico, condizione necessaria (anche se non sufficiente) perche si possa diffondere e divenire noto. Senza entrare nel merito, il recente dibattito sulla critica alla “theory” aperto dall’articolo di Barbara Carnevali sembra sollevare un nervo scoperto all’interno del pensiero critico italiano, almeno a vedere le reazioni che ha suscitato.

Abbiamo così una divisione dei saperi caratterizzato da forme di controllo differenziate sui processi di istruzione che implicano processi di controllo delle menti, dei cervelli, e quindi, in un certo senso, processi di controllo sociale. La disciplina della fabbrica viene poco a poco sostituita da meccanismi di controllo sociale che si basano sul controllo della diffusione di informazioni, sapere, conoscenze, in una parola, dei processi formativi in corso (la cd. “formazione professionale”). Il risultato è che più aumenta la formazione professionale più aumenta il livello di “ignoranza”, dove per ignoranza (α-γιγνώσκω) si intende l’incapacità di contestualizzare e di sviluppare un pensiero critico.

Il terzo livello è quello della sussunzione e dell’espropriazione del sapere, come primaria fonte di valorizzazione.

Lo sviluppo e la diffusione dei vari livelli di conoscenza avviene oggi tramite quelli sono chiamati i processi di apprendimento e di rete (relazione). La conoscenza, qualunque sia il livello di intensità, si valorizza nel momento stesso in cui si scambia. Ciò avviene quando una conoscenza personale (ovvero detenuta in modo esclusivo da un solo individuo), si socializza, ovvero diventa conoscenza sociale. Ciò è possibile nel momento stesso in cui si regista una cooperazione sociale, dove, con questo termine, si intende l’esistenza di un habitat territoriale, un humus culturale-sociale, in cui lo scambio di conoscenza genera a sua volta, cumulativamente, un processo continuo di apprendimento e di scambio. Il termine cooperazione non deve però essere frainteso. Non sempre si tratta di un mutuo accordo di solidarietà; più spesso si tratta dell’esito di una struttura organizzativa d’impresa di tipo reticolare, per flussi, che genera al suo interno pesanti gerarchie e nuove forme di sfruttamento. Esse dipendono sempre più non solo dalla divisione per mansioni del lavoro (operaio, impiegato, dirigente, come avveniva e avviene tuttora nelle produzioni materiali), ma piuttosto da una divisione cognitiva del lavoro, basata sulle possibilità di accesso ai diversi livelli di conoscenza. È da questa cooperazione sociale, ovvero dallo sfruttamento dei processi di apprendimento e di rete, grazie a diversi dispositivi di controllo sociale e giuridico (tra i quali, ricordiamo i diritti di proprietà intellettuale, la precarietà, gli strumenti meritocratici, la privatizzazione dell’istruzione) che si genera l’estrazione di valore e di ricchezza. Ci muoviamo, così, in un processo di sussunzione che interessa l’intera vita soggettiva de gli individui.

http://effimera.org/la-sussunzione-del-sapere-vivo-ovvero-la-governance-del-lavoro-cognitivo-andrea-fumagalli/