Crea sito

Categorized | Politica, Testi

La guerra dei contadini in Germania di Friedrich Engels (1850)

Posted on 22 marzo 2016

 

La guerra dei contadini in Germania

di Friedrich Engels (1850)

 

guerra-dei-contadini

 

 Prefazione

 

Il presente lavoro fu scritto a Londra nell’estate del 1850, ancora sotto l’impressione diretta della controrivoluzione che aveva appena compiuto il suo ciclo; e apparve nel 5° e nel 6° fascicolo della Neue Rheinische Zeitung, Politisch-okonomische Revue[1]’ diretta da Carlo Marx, Amburgo, 1850. I miei amici politici in Germania desiderano che sia ristampato e io appago il loro desiderio, perché, con mio dolore, questo scritto è anche oggi di attualità.

 

Esso non ha nessuna pretesa di fornire del materiale inedito, frutto di personali ricerche. Tutto il materiale documentario sulle sollevazioni dei contadini e su Tommaso Münzer è tratto dall’opera dello Zimmermann. Il suo libro, benché qua e là lacunoso, rimane ancora la miglior raccolta documentaria. Inoltre, il vecchio Zimmermann trovava motivi di godimento nel suo soggetto. Quell’istinto rivoluzionario che qui affiora dappertutto a favore della classe oppressa, più tardi fece di lui uno degli uomini migliori dell’estrema sinistra di Francoforte. Certo, da allora dev’essere un po’ invecchiato.

 

Se poi l’esposizione dello Zimmerrnann difetta di un intrinseco nesso unitario; se non riesce a mostrare. nelle controversie politico-religiose di quell’epoca, il riflesso delle lotte delle classi che venivano svolgendosi; se in queste lotte delle classi vede solamente oppressori ed oppressi, malvagi e buoni, e la vittoria finale dei malvagi; se il suo esame delle condizioni sociali che determinarono tanto l’esplosione che l’esito della lotta, è assolutamente insufficiente, l’errore è dell’epoca in cui il libro fu composto. Anzi si deve dire che esso è condotto molto realisticamente per il suo tempo: lodevole eccezione nella congerie delle opere storiche tedesche idealistiche.

 

La mia esposizione, pur dando solo uno schizzo del corso storico della lotta, ha cercato di spiegare l’origine della guerra dei contadini, la posizione dei diversi partiti che scesero in lotta, le teorie politiche e religiose con le quali questi partiti cercarono di chiarire la loro posizione, e, finalmente il risultato della lotta stessa, come fatti derivanti, necessariamente dalle condizioni sociali storicamente determinate dalle condizioni in cui vivevano queste classi. Con ciò la mia esposizione ha cercato di mostrare che la costituzione politica tedesca di allora, le sollevazioni contro di essa, le teorie politiche e religiose dell’epoca, non sono le cause, ma il risultato del grado di sviluppo in cui si trovavano in Germania l’agricoltura, l’industria, le vie di comunicazione terrestri, marittime e fluviali, il commercio delle merci e del denaro. Questa è l’unica concezione materialistica della storia, non è opera mia, ma di Marx e si trova nelle sue opere sulla rivoluzione francese del 1848-49, pubblicate nella stessa rivista e nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte.

 

Il parallelo tra la rivoluzione tedesca del 1525 e quella del 1848-’49 era troppo evidente perché, allora, io lo respingessi. Ma, accanto all’uniformità nello svolgimento degli avvenimenti, per cui nei due casi si ha sempre che l’esercito del sovrano reprime una dopo l’altra diverse sollevazioni locali, accanto all’analogia, spesso così spinta da provocare le risa, del comportamento della borghesia cittadina nelle due occasioni, emerge anche, chiara ed evidente, una differenza.

 

«Chi trasse profitto dalla rivoluzione del 1525? I principi. Chi trasse profitto dalla rivoluzione del 1848? I grandi principi, l’Austria e la Prussia. Dietro ai piccoli principi del 1525 stavano i piccoli borghesi che li tenevano legati a sé con il pagamento delle imposte, dietro ai grandi principi del 1850, dietro all’Austria e alla Prussia, stanno i grossi borghesi moderni che li sottomettono ben presto al loro giogo con il debito pubblico. E dietro ai grossi borghesi stanno i proletari».

 

Mi duole dirlo, ma con quest’ultima frase si fa troppo onore alla borghesia tedesca. In Austria come in Prussia, hanno avuto l’occasione di sottomettere ben presto al loro giogo, con il debito pubblico, la monarchia, e pure, mai e in nessun luogo, essi hanno sfruttato questa occasione.

 

Con la guerra del 1866[2], l’Austria è caduta come un dono tra le braccia della borghesia. Ma questa non è capace di esercitare il potere; essa è assolutamente impotente e incapace di fare qualsiasi cosa. Una sola cosa sa fare: infuriare contro i lavoratori, non appena questi si muovono. Resta ancora al timone, ma solo perché gli ungheresi ne hanno bisogno.

 

E in Prussia? Certo, il debito pubblico è aumentato in modo veramente spaventoso, il bilancio è in permanenza deficitario, le spese pubbliche si accrescono di anno in anno, i borghesi hanno la maggioranza nella Camera, senza di loro non si possono né inasprire le imposte, né ottenere nuovi prestiti. Ma quale forza essi hanno sullo stato? Ancora un paio di mesi fa, quando si presentò un nuovo deficit, essi avevano la posizione migliore. Soltanto con un po’ di fermezza essi avrebbero potuto strappare delle concessioni molto buone. Che cosa fanno invece? Vedono come una concessione sufficiente che il governo permetta loro di deporre ai suoi piedi circa 9 milioni e non per un anno, ma ogni anno e in perpetuo.

 

Io non voglio biasimare i poveri “nazional-liberali” della Camera più di quanto meritino. So bene che sono stati piantati in asso da quelli che stanno dietro a loro, dalla massa della borghesia. Questa massa non vuole il potere; essa sente sempre sin nel midollo il 1848.

 

Illustrerò più avanti perché la borghesia dimostri una così notevole dose di viltà.

 

Per la classe operaia tedesca in tutti questi capitali avvenimenti di stato di notevole non c’è che questo:

 

In primo luogo, col suffragio universale, gli operai hanno raggiunto la possibilità di farsi rappresentare direttamente nell’assemblea legislativa.

 

In secondo luogo, la Prussia ha dato il buon esempio e ha ingoiato altre tre corone per grazia di Dio. Che, dopo questo modo di procedere, essa possieda ancora la stessa corona immacolata, per grazia di Dio, che si era attribuita prima, è cosa cui non credono neanche i nazional-liberali.

 

In terzo luogo, in Germania non c’è più che un solo avversario serio della rivoluzione: il governo prussiano.

 

E in quarto luogo, gli austro-tedeschi ora sì debbono domandare, una buona volta, che cosa vogliono essere: tedeschi o austriaci? Da che parte vogliono stare? Dalla parte della Germania o dalla parte delle sue appendici transleitane, specificatamente non tedesche? Che essi debbano abbandonare l’uno o l’altro, si intendeva da sé già da lungo tempo, ma è stato sempre nascosto dalla democrazia piccolo-borghese.

 

Per ciò che concerne le altre importanti controversie sul 1866, che da allora sono state agitate fino alla sazietà tra i nazional-liberali da una parte e il partito popolare dall’altra, la storia dei prossimi anni dimostrerà probabilmente che questi due punti di vista si combattono così accanitamente solo perché sono i due poli opposti di una sola e medesima angustia di vedute.

 

Il 1866 non ha modificato quasi per niente le condizioni sociali della Germania. Le poche riforme borghesi — unificazione del sistema dei pesi e delle misure, libertà di domicilio, libertà d’intrapresa ecc., e tutto questo entro limiti burocratici — non raggiungono neppure lontanamente ciò che la borghesia degli altri paesi dell’Europa occidentale possiede già da lungo tempo, e lasciano intatto l’obbrobrio principale: il sistema delle concessioni burocratiche. Per il proletariato, anche indipendentemente da tutto ciò, tutte le leggi sulla libertà di domicilio, sulla povertà, sull’abolizione dei passaporti ed altre ancora, sono rese del tutto illusorie dalla comune prassi poliziesca.

 

Ciò che è molto più importante dei capitali avvenimenti di stato del 1866 è l’incremento, verificatosi in Germania dal 1848, dell’industria, del commercio, delle strade ferrate, dei telegrafi e della navigazione a vapore transoceanica. Per quanto questo progresso sia molto meno avanzato di quello che si è realizzato nello stesso tempo in Inghilterra e persino in Francia, è cosa inaudita per la Germania e, in 20 anni, ha fatto più di quanto in altre epoche abbia fatto un secolo intero. Solo ora la Germania è stata immessa in modo serio ed irrevocabile nel commercio mondiale. I capitali degli industriali hanno avuto un rapido accrescimento e la posizione sociale della borghesia si è elevata corrispondentemente. Il sintomo più sicuro del fiorire dell’industria, la truffa, è in pieno fervore ed ha aggiogato al suo carro di trionfo conti e duchi. Oggi il capitale tedesco – gli sia lieve la terra – costruisce le strade ferrate russe e rumene, mentre, non più di 15 anni fa, le ferrovie tedesche andavano mendicando aiuti dagli imprenditori inglesi. Come è possibile, allora, che la borghesia non abbia conquistato anche politicamente il potere e si comporti verso il governo con tanta viltà?

 

La borghesia tedesca ha la disgrazia di arrivare troppo tardi, proprio alla maniera che i tedeschi prediligono. E così fiorisce in un periodo in cui la borghesia degli altri paesi dell’Europa occidentale è ormai politicamente al tramonto. In Inghilterra la borghesia non ha potuto portare al governo il proprio rappresentante Bright altrimenti che con un allargamento del suffragio elettorale, che come sua conseguenza, dovrà porre fine a tutto il potere della borghesia. In Francia, dove la borghesia, come tale, come classe nel suo complesso, ha avuto il potere sotto la repubblica solo per due anni, nel 1849 e nel 1850, essa ha potuto prolungare la sua esistenza sociale, solo cedendo il suo potere politico a Luigi Bonaparte e all’esercito. Oggi, con un’influenza reciproca così smisuratamente accresciuta dei tre paesi più progrediti dell’Europa non è più assolutamente possibile che la borghesia instauri tranquillamente il suo potere politico in Germania, mentre esso in Inghilterra e in Francia non è più che una sopravvivenza.

 

C’è una particolarità che distingue specificatamente la borghesia da tutte le precedenti classi dominanti: nel suo sviluppo c’è un punto critico oltre il quale ogni ulteriore accrescimento dei mezzi della sua potenza, e perciò anzitutto dei suoi capitali, contribuisce solo a renderla sempre più incapace di esercitare il potere politico. «Dietro ai grossi borghesi stanno i proletari». Proprio nella misura in cui la borghesia sviluppa la sua industria, il suo commercio, i suoi mezzi di comunicazione, nella stessa misura produce il proletariato. E ad un certo punto — che non è detto che debba presentarsi dappertutto nel medesimo momento o al medesimo grado di sviluppo — essa comincia ad accorgersi che questo suo proletario compagno di viaggio è andato più avanti di lei. Da questo momento, la borghesia perde la capacità di esercitare egemonicamente il proprio potere politico, e cerca degli alleati, con i quali dividere il potere o ai quali cederlo interamente, a seconda delle circostanze.

 

Per la borghesia tedesca questo punto critico sopraggiunse già nel 1848; e in quel momento essa si spaventò non tanto del proletariato francese, quanto del proletariato tedesco. La battaglia di Parigi del giugno 1848 le fece vedere che cosa essa doveva aspettarsi, e il proletariato tedesco era proprio abbastanza agitato per mostrarle che anche qui si era già seminato per lo stesso raccolto. Da quel giorno all’azione politica della borghesia tedesca fu mozzata la punta. Essa si diede a cercare alleati, si offerse a qualsiasi prezzo, e ancor oggi non è andata avanti di un passo.

 

Questi alleati sono tutti di natura reazionaria. Essi sono la monarchia col suo esercito e la sua burocrazia, la grande nobiltà feudale, i piccoli nobilotti di campagna e perfino i preti. Con tutti costoro la borghesia è venuta a patti ha tenuto conciliaboli, soltanto per salvare la sua pelle diletta finché, alla fine, non le è rimasto proprio più nulla da trafficare. Quanto più il proletariato si sviluppa, quanto più comincia ad avere coscienza di classe, ad agire come classe, tanto più pusillanimi diventano i borghesi. Allorché a Sadowa la strategia dei prussiani, mirabilmente infelice, riportò la vittoria su quella degli austriaci, mirabilmente ancor più infelice, era difficile dire chi respirasse a polmoni più pieni, se il borghese prussiano, che, anche lui, era stato battuto a Sadowa o l’austriaco.

 

I nostri grandi borghesi continuano ad agire nel 1870 proprio come agirono i borghesi medi del 1525. Quanto ai piccoli borghesi artigiani e mercanti, essi resteranno sempre gli stessi. Sperano di arrampicarsi all’alta borghesia, temono di precipitare nel proletariato. E così tra la speranza e il timore, durante la lotta salveranno la loro preziosa pelle, e dopo la lotta, si accoderanno al vincitore. E’ la loro natura.

 

Dal 1849 l’azione sociale e pratica del proletariato ha tenuto il passo con lo slancio dell’industria. Il ruolo che gli operai tedeschi, con i loro sindacati, con le loro cooperative, con le loro unioni ed assemblee politiche, hanno nelle elezioni, e nel cosiddetto Reìchstag dimostra da solo quale rivolgimento abbia subito inosservatamente la Germania negli ultimi 20 anni. Ridonda a massimo onore degli operai tedeschi il fatto che essi da soli sono riusciti a mandare in parlamento operai e rappresentanti di operai, mentre a questo non sono ancora arrivati né francesi né inglesi.

 

Ma anche il proletariato non si sottrae ancora al parallelo con il 1525. La classe che trae i mezzi di sostentamento esclusivamente e per tutta la vita dal salario è pur sempre ben lontana dal costituire la maggioranza del popolo tedesco. Perciò anche il proletariato è alla ricerca di alleati e non li può cercare che tra i piccoli borghesi, nel sottoproletariato delle città, tra i piccoli agricoltori e salariati agricoli.

 

Dei piccoli borghesi abbiamo già parlato. Di loro non ci si può assolutamente fidare, tranne che quando si è vinto. Allora se ne vanno per le birrerie gridando in modo da assordare. Tuttavia tra loro ci sono degli elementi molto buoni, i quali si uniscono spontaneamente agli operai.

 

Il sottoproletariato, questo mazzo di elementi squalificati di tutte le classi, che pianta il suo quartiere generale nelle grandi città, è il peggiore di tutti i possibili alleati. E’ una plebaglia assolutamente venale e assolutamente impudente. Se gli operai francesi, nel corso di ogni rivoluzione, scrivevano sui muri delle case: «Mort aux voleurs!». (Morte ai ladri!), e ne fucilavano anche alcuni, questo non accadeva perché fossero pieni d’entusiasmo per la proprietà ma perché, giustamente, erano consapevoli che bisognava anzitutto tenersi alla larga da questa banda. Ogni dirigente della classe operaia che usa questi straccioni come guardia, o che si basa su di loro, solo per questo dimostra già di essere un traditore del movimento.

 

I piccoli contadini – infatti i grandi fanno parte della borghesia – sono di specie diversa. O sono contadini feudali e in questo caso sono ancora tenuti alle corvées per i loro graziosi signori. Dopo che la borghesia, venendo meno a quello che era il proprio compito, ha omesso di affrancare costoro dal servaggio feudale, non sarà difficile convincerli che solo dalla classe operaia essi devono aspettare la propria redenzione.

 

O sono fittavoli. In questo caso si presenta quasi sempre una situazione uguale a quella che esiste in Irlanda. Il fitto è talmente salato, che il contadino con la sua famiglia può a stento tirare avanti la vita quando il raccolto è normale e, quando il raccolto e cattivo, è ridotto quasi alla fame, non può pagare il fitto e, per questo, cade completamente alla mercé della buona grazia del padrone. Per costoro la borghesia fa qualche cosa solo se vi è proprio costretta. Da chi possono dunque sperare salvezza se non dagli operai?

 

Restano i contadini che coltivano il loro piccolo appezzamento. Questi, per lo più, sono così oppressi dalle ipoteche che dipendono dall’usuraio proprio come i fittavoli dal padrone. Anche a loro rimane una remunerazione del lavoro molto esigua e, per giunta, straordinariamente incerta, in dipendenza delle buone e delle cattive annate. Meno di tutti possono aspettarsi qualcosa dalla borghesia poiché sono spremuti proprio dai borghesi, dai capitalisti usurai. Ma essi sono enormemente attaccati alla loro proprietà, per quanto, in realtà, essa appartenga all’usuraio e non a loro. Tuttavia, bisogna portarli a capire che potranno svincolarsi dall’usuraio, solo quando un governo, che sia veramente emanazione del popolo, converta tutti quanti i debiti ipotecari in un solo debito verso lo stato e riduca con ciò il tasso di interesse. Ma questo può imporlo solo la classe operaia.

 

Dappertutto dove domina la media e la grande proprietà fondiaria, i salariati agricoli costituiscono la classe più numerosa nella campagna. Questo è il caso che si verifica in tutta la Germania settentrionale ed orientale, e qui gli operai dell’industria delle città trovano i loro più numerosi e più naturali alleati. La posizione del capitalista di fronte all’operaio dell’industria non differisce dalla posizione del grande proprietario fondiario o del grande affittuario di fronte ai salariati agricoli. Perciò le misure che giovano all’uno devono giovare anche all’altro. Gli operai dell’industria si possono liberare solo se trasformano in proprietà della società, cioè in loro proprietà, sfruttata da loro stessi in comune, il capitale dei borghesi, cioè le materie prime, le macchine, gli utensili, i viveri necessari alla produzione. Parimenti gli operai agricoli possono essere redenti dalla loro spaventosa miseria, solo se sottraggono alla proprietà privata dei grossi contadini e dei feudatari, ancora più grandi, la terra, oggetto principale del loro lavoro, e la trasformano in proprietà sociale, coltivata da cooperative agricole, in vista del loro utile comune. E qui veniamo alla famosa risoluzione del Congresso operaio internazionale di Basilea’[3], la quale dice che la società ha interesse alla trasformazione della proprietà fondiaria in proprietà comune della nazione. Questa risoluzione è stata formulata specialmente per i paesi in cui esiste la grande proprietà fondiaria e, connessa con questa, la conduzione di grandi fondi con un solo padrone e molti giornalieri agricoli. Ma in Germania queste condizioni sono sempre ancora prevalenti, e perciò la risoluzione aveva proprio per la Germania un’attualità grandissima, seconda soltanto a quella che aveva per l’Inghilterra. Il proletariato agricolo, i salariati agricoli: ecco la classe da cui vengono reclutati in gran massa gli eserciti dei principi; ecco la classe che ora, grazie al suffragio universale, manda in parlamento questa grande quantità di feudatari e di Junker! Ma ecco anche la classe più vicina agli operai dell’industria delle città, che divide con loro le medesime condizioni di vita, che langue in una miseria perfino maggiore della loro. Questa classe è impotente perché è sparpagliata e dispersa, ma il governo e l’aristocrazia a tal punto ne conoscono l’occulta potenza, che lasciano in abbandono le scuole col preciso proposito di fare che essa resti nella più assoluta ignoranza. Risvegliare questa classe, immetterla nel proprio movimento: questo è il compito più immediato e più urgente del movimento operaio tedesco. Dal giorno in cui la massa dei salariati agricoli avrà compreso quali sono i suoi interessi autentici, da quel giorno in Germania non sarà più possibile un governo reazionario, feudale, burocratico o borghese.

 

***

 

Le righe precedenti sono state scritte più di quattro anni fa. Ma anche oggi esse conservano la loro validità. Ciò che era giusto dopo Sadowa e la divisione della Germania è confermato dopo Sedan e dopo la fondazione del Sacro impero tedesco di nazione prussiana. Tanto poco i capitali avvenimenti di stato della cosiddetta politica «che scuotono il mondo», possono alterare il corso del movimento storico.

 

Una cosa questi capitali avvenimenti di stato possono fare: accelerare la velocità di questo movimento. E, a questo proposito, gli autori di questi «avvenimenti che scuotono il mondo» hanno conseguito successi involontari, successi che certamente erano ben lontani dal desiderare, ma a cui, vogliano o non vogliano, devono rassegnarsi.

 

Già la guerra del 1866 scosse la vecchia Prussia sin dalle sue fondamenta. Era costato già molta fatica, dopo il 1848, ricondurre alla vecchia disciplina gli elementi ribelli dell’industria — borghesi e proletari — appartenenti alle province occidentali, ma ci si era riusciti e l’interesse dei Junker delle province orientali, accanto a quello dell’esercito, era ritornato ad essere l’interesse dominante dello stato. Col 1866 diventò prussiana quasi tutta la Germania nord occidentale e, a prescindere dall’incurabile danno morale che la corona prussiana per grazia di Dio trasse dall’avere inghiottito tre altre corone per grazia di Dio, il centro di gravità della monarchia si spostò considerevolmente verso occidente. E così i 5 milioni di renani e vestfaliani furono rafforzati, con l’Unione germanica del Nord, in un primo tempo e direttamente da 4 milioni, e in un secondo tempo indirettamente da 6 milioni di tedeschi che venivano annessi. Nel 1870[4] , poi, si aggiunsero gli 8 milioni di tedeschi sud occidentali; cosicché, nel nuovo Reich ai 14 milioni e mezzo di vecchi prussiani (delle 6 province dell’Elba orientale tra i quali per giunta vi erano 2 milioni di polacchi) stavano di fronte circa 25 milioni che da gran tempo avevano superato il vecchio feudalesimo prussiano dei Junker. Così proprio le vittorie dell’esercito prussiano vennero a spostare completamente la base dell’edificio dello stato prussiano, e il potere dominante dei Junker divenne sempre più insopportabile perfino al governo. Ma contemporaneamente lo sviluppo industriale spaventosamente rapido aveva messo, al posto della lotta tra i Junker e i borghesi, la lotta tra i borghesi e gli operai, cosicché le basi sociali del vecchio stato avevano subito, anche nel loro intimo, una trasformazione completa. La monarchia, che dopo il 1840 si andava lentamente putrefacendo, aveva avuto come sua condizione fondamentale la lotta tra nobiltà e borghesia, nella quale essa manteneva l’equilibrio. Dall’istante in cui non si trattava più di difendere la nobiltà dalla pressione della borghesia, ma di difendere tutte le classi possidenti dalla pressione della classe operaia, la monarchia assoluta fu costretta a trapassare completamente in quella forma di stato che era stata elaborata proprio per questo fine: la monarchia bonapartista. Questo passaggio della Prussia al bonapartismo è stato spiegato da me altrove (Questione delle abitazioni, 2° fasc., p. 26 e sgg.). Ciò che io non dovevo mettere in rilievo in quello scritto e che qui invece è essenzialissimo si è che questo passaggio fu il più grande progresso fatto dalla Prussia dopo il 1848: tale era lo stato di arretratezza in cui era rimasta la Prussia rispetto al moderno processo di sviluppo! Essa era tuttora uno stato semifeudale, mentre il bonapartismo è, in ogni caso, una forma moderna di stato che ha come suo presupposto la soppressione del feudalesimo. La Prussia deve dunque decidersi a farla finita con i suoi numerosi residui feudali, e a sacrificare la sua nobiltà campagnola di tipo feudale. Naturalmente questo si compie nella forma più dolce e secondo l’amato ritornello: chi va piano va sano. Prendiamo come esempio il famosissimo ordinamento distrettuale. Esso sopprime i privilegi feudali del singolo Junker sul suo fondo, ma solo per ristabilirli nella forma di privilegi della comunità dei grandi proprietari terrieri per tutto quanto il distretto. La cosa rimane, solo viene tradotta dal linguaggio feudale nel linguaggio borghese. Si costringe il vecchio Junker prussiano a diventare qualcosa come uno squire inglese; ed egli non ha proprio niente da opporre, perché l’uno è stupido quanto l’altro.

 

Cosicché la Prussia ha il singolare destino di compiere alla fine di questo secolo e nella gradevole forma del bonapartismo la sua rivoluzione borghese, iniziata nel periodo dal 1808 al 1813 e spinta avanti per un certo tratto nel 1848. E se tutto andrà bene, se il mondo avrà la compiacenza di restare tranquillo, e se noi tutti vivremo abbastanza, forse nell’anno 1900 potremo vedere che il governo prussiano ha abbandonato tutte le istituzioni feudali e che la Prussia finalmente giunge al punto in cui la Francia si trovava nel 1792.

 

Abolizione del feudalesimo vuol dire, esprimendoci positivamente, instaurazione dei regime borghese. Nella misura in cui i privilegi nobiliari cadono, la legislazione diventa borghese. E qui tocchiamo il punto centrale del rapporto tra la borghesia tedesca e il governo. Noi abbiamo visto che il governo è costretto ad introdurre queste lente e meschine riforme. Ma esso presenta alla borghesia ognuna di queste piccole concessioni come un sacrificio fatto per i borghesi, come una concessione strappata con fatica e con forza alla corona, per cui anch’essi, i borghesi, dovrebbero, a loro volta, fare delle concessioni al governo. E la borghesia, quantunque veda abbastanza chiaramente il reale stato delle cose, si presta a lasciarsi ingannare. Da ciò ha avuto origine quel tacito accordo che costituisce la base sottintesa di tutti i dibattiti del Reichstag e della Camera a Berlino: da una parte il governo, a galoppo di lumaca, riforma le leggi nell’interesse della borghesia, elimina gli ostacoli che provengono all’industria dalla feudalità e dall’esistenza di una congerie di piccoli stati, stabilisce l’unità di moneta, di pesi e di misure, introduce la libertà di esercizio professionale ecc. e, con la libertà di domicilio, mette la forza di lavoro tedesca ad illimitata disposizione del capitale, favorisce il commercio e la truffa; dall’altra parte, la borghesia abbandona al governo ogni effettivo potere politico, vota imposte, prestiti e soldati, e aiuta a redigere tutte le nuove leggi sulle riforme in modo tale che il vecchio potere della polizia sulle persone non gradite resti in piena efficienza. La borghesia compra la sua graduale emancipazione sociale con la pronta rinunzia al proprio potere politico. Naturalmente il motivo principale che rende un tale contratto accettabile dalla borghesia non è la paura del governo, ma la paura del proletariato.

 

Per quanto la nostra borghesia sul piano politico proceda miserevolmente, non si deve negare che per quello che riguarda l’industria e il commercio, essa finalmente assolve il proprio compito. Lo slancio industriale e commerciale che abbiamo messo in rilievo nell’introduzione alla seconda edizione, da allora si è sviluppato con un’energia ancora molto maggiore. Sotto questo rapporto quello che è avvenuto dopo il 1869 nel distretto industriale renano-vestfalico è assolutamente inaudito per la Germania e ricorda lo slancio che si è avuto nei distretti industriali inglesi al principio di questo secolo. E sarà così anche in Sassonia e nell’Alta Slesia, a Berlino, ad Hannover e nelle città marittime. Finalmente abbiamo un commercio mondiale, una vera grande industria, una borghesia veramente moderna, e perciò abbiamo anche subìto una vera crisi, e parimente abbiamo un autentico e forte proletariato.

 

Per lo storico futuro il fragore delle battaglie di Spichern, di Mars-la-Tour e di Sedan e le conseguenze che ne sortirono avranno minor valore per la storia della Germania, dal 1869 al 1874, dello sviluppo senza pretese, tranquillo ma ininterrotto, del proletariato tedesco. Pure, nel 1870 gli operai tedeschi subirono una dura prova: la provocazione di guerra di Luigi Bonaparte e il suo effetto naturale, cioè il generale entusiasmo nazionale in Germania. Ma gli operai tedeschi non si lasciarono sviare neanche per un istante: in loro non apparve il più piccolo moto di sciovinismo nazionale. In mezzo alla più folle ebbrezza per la vittoria essi si mantennero freddi e richiesero «condizioni eque di pace con la repubblica francese e nessuna annessione». Neppure lo stato d’assedio li poté ridurre al silenzio. Né la gloria dei combattimenti né l’evocazione della «magnificenza del Reich tedesco» ebbero presa su loro. Il loro unico fine rimase la liberazione di tutto il proletariato europeo. Si può ben dirlo: in nessun altro paese gli operai sono stati sinora sottoposti ad una prova così dura né l’hanno superata così brillante. mente.

 

Allo stato d’assedio del tempo di guerra, seguirono i processi di alto tradimento, di lesa maestà, di offese a pubblici funzionari, nonché le angherie sempre crescenti della polizia: cose, queste, proprie del tempo di pace. Il Volksstaat[5] aveva regolarmente da tre a quattro redattori in carcere nello stesso tempo, e gli altri giornali in proporzione. Ogni oratore del partito che fosse appena noto era processato almeno una volta all’anno e regolarmente condannato. Bandi, confische, scioglimenti di assemblee si seguivano fitti come la grandine. Ma tutto invano: al posto di chi veniva arrestato o bandito subentrava subito un altro; per ogni assemblea che veniva sciolta ne indicevano altre due e dappertutto si aveva ragione dell’arbitrio della polizia, con la fermezza e con la precisa osservanza della legge. Tutte le persecuzioni ottenevano un effetto contrario al previsto: anziché spezzare il partito operaio o anche solamente piegarlo, facevano accorrere tra le sue file sempre nuove reclute e ne rafforzavano l’organizzazione.

 

Nella loro lotta contro le autorità così come contro i singoli borghesi, gli operai si mostravano dappertutto intellettualmente e moralmente superiori, e nei loro conflitti con i così detti datori di lavoro, mostravano che ora essi, gli operai, erano gli uomini colti e che i capitalisti, invece, erano degli uomini rozzi. Inoltre essi conducevano la lotta per lo più con un senso di umorismo che è la prova migliore di quanto fossero sicuri della loro causa e consapevoli della loro superiorità.

 

Una lotta condotta così, su un terreno già storicamente preparato, deve dare grandi risultati. I successi ottenuti nelle elezioni del gennaio restano sino ad ora un esempio unico nella storia del movimento operaio moderno, e lo stupore che essi hanno suscitato in tutta l’Europa era perfettamente giustificato.

 

Gli operai tedeschi hanno due vantaggi essenziali sugli operai del resto dell’Europa. In primo luogo essi appartengono al popolo più portato alla teoria dell’Europa ed hanno conservato il senso teorico, così totalmente perduto nei così detti «uomini colti» della Germania. Senza il precedente della filosofia tedesca e precisamente della filosofia di Hegel, il socialismo scientifico tedesco — l’unico socialismo scientifico che sia mai esistito — non sarebbe mai nato. Se tra gli operai non ci fosse stato questo senso teorico, il socialismo scientifico non si sarebbe mai cambiato in sangue e carne in così grande misura come è effettivamente accaduto. E quale incommensurabile vantaggio sia questo, si rivela da una parte se si tenga presente l’indifferenza verso tutte le teorie, che è una delle cause principali per cui il movimento operaio inglese, malgrado tutta la notevole organizzazione dei singoli sindacati, avanza così lentamente, e, dall’altra parte, se si tengano presenti la confusione e le storture che il proudhonismo ha provocato, nella sua forma originaria nei francesi e nei belgi, e, più tardi, nella caricatura che ne fece Bakunin, negli spagnoli e negli italiani.

 

Il secondo vantaggio è costituito dal fatto che i tedeschi sono arrivati quasi ultimi nel movimento operaio dell’epoca. Come il socialismo tedesco non dimenticherà mai che esso, diremo, poggia sulle spalle di Saint-Simon. Fourier e Owen, tre uomini che, con tutta la loro fantasticheria e tutto il loro utopismo, sono tra le teste più fini di tutti i tempi e hanno anticipate infinite cose che noi oggi dimostriamo scientificamente, così il movimento operaio pratico tedesco non può mai dimenticare che esso si è sviluppato sulle spalle del movimento inglese e francese, che può con tutta semplicità trarre profitto dalle loro esperienze acquistate a così caro prezzo, ed evitare ora i loro errori che erano allora inevitabili. Senza il gigantesco impulso dato specialmente dalla Comune di Parigi, dallo sviluppo precedente delle trade unions inglesi e dalle lotte politiche degli operai francesi, a che punto saremmo noi ora?

 

Si deve riconoscere che gli operai tedeschi hanno sfruttato con rara intelligenza la loro posizione vantaggiosa. Infatti, per la prima volta dacché esiste il movimento operaio, la lotta viene condotta unitariamente, coerentemente e secondo un piano che si svolge su tre linee: teorica, politica e pratico-economica (resistenza ai capitalisti). La forza e l’invincibilità del movimento tedesco sta precisamente in questo attacco che potremmo dire concentrico.

 

Da una parte per questa loro privilegiata posizione, dall’altra per le particolarità insulari del movimento inglese la violenta repressione del movimento francese, gli operai tedeschi sono per il momento all’avanguardia della lotta proletaria. Per quanto tempo gli avvenimenti lasceranno loro questo posto d’onore non si può dire. Ma sino a quando lo occuperanno, è sperabile che essi eseguiranno il loro compito come si conviene. Per questo occorre che gli sforzi siano raddoppiati in ogni campo della lotta e dell’agitazione. Precisamente sarà dovere di tutti i dirigenti chiarire sempre più tutte le questioni teoriche, liberarsi sempre più completamente dall’influsso delle frasi fatte proprie della vecchia concezione del mondo, e tenere sempre presente che il socialismo, da quando è diventato una scienza, va trattato come una scienza, cioè va studiato. Ma l’importante sarà poi diffondere tra le masse, con zelo accresciuto, la concezione che così si è acquisita e che sempre più si è chiarita, e rinsaldare sempre più fermamente l’organizzazione del partito e dei sindacati. Per quanto i voti socialisti espressi in gennaio rappresentino già un buon esercito[6], esso è ancora molto lontano dal costituire la maggioranza della classe operaia; per quanto incoraggianti siano i successi raggiunti dalla propaganda tra la popolazione rurale, proprio qui resta ancora infinitamente da fare.

 

Non c’è da accusare stanchezza nella lotta: c’è invece da strappare al nemico una città dopo l’altra, una circoscrizione elettorale dopo l’altra. E soprattutto c’è da mantenere puro il senso puramente internazionalistico, che non lascia adito a nessuno sciovinismo patriottico e che saluta con gioia ogni nuovo passo in avanti del movimento proletario, senza nessuna differenza, quale che sia la nazione da cui esso provenga. Se gli operai tedeschi così andranno avanti, non perciò marceranno alla testa del movimento — anzi non è affatto nell’interesse del movimento che gli operai di una singola nazione, quale che essa sia, marcino alla testa del movimento — ma tuttavia occuperanno un posto degno di onore nella linea del combattimento; e saranno pronti in armi, se o dure prove inattese o grandi avvenimenti esigeranno maggiore coraggio, maggiore decisione ed energia.

 

Londra, 1. luglio 1874.

Friedrich Engels

 

 

***

 

Anche il popolo tedesco ha la sua tradizione rivoluzionaria. Ci fu un tempo in cui la Germania produsse personalità che possono stare al livello dei rivoluzionari degli altri paesi, in cui il popolo tedesco diede prova di una costanza, di un’energia che, in una nazione centralizzata, avrebbero dato i risultati più grandiosi, in cui i contadini e i plebei tedeschi concepirono idee e piani di fronte ai quali i loro discendenti indietreggiano spaventati.

 

E’ venuto il momento, di fronte al temporaneo rilassamento che dopo due anni di lotta appare un po’ dappertutto, di presentare ancora una volta al popolo tedesco i profili rudi, ma forti e tenaci, della grande guerra dei contadini. Tre secoli sono passati da allora e qualcosa è cambiata: eppure la guerra dei contadini non è tanto remota dalle lotte che noi conduciamo al presente, e gli avversari contro cui dobbiamo combattere, sono in massima parte sempre gli stessi. Le classi e le frazioni delle classi che dappertutto nel 1848 e 1849 hanno tradito, le ritroveremo traditrici già nel 1525, per quanto esse fossero a un grado più basso di sviluppo. E se il vigoroso vandalismo della guerra dei contadini, nel movimento degli ultimi anni, si è affermato solo localmente, nell’Odenwald, nella Selva Nera e nella Slesia, questo non è certo in nessun caso un privilegio di cui goda l’insurrezione moderna.

 

 

Nel luglio 1870 provocata da Bismarck, scoppiò la guerra tra la Francia e la Prussia. La campagna si concluse in sei settimane con la sconfitta della Francia. Risultato del conflitto tu la costituzione dell’impero tedesco di cui, pur riluttanti, fecero parte anche Il Baden, Il Württemberg e la Baviera, la quale fu costretta a riconoscere il titolo di Imperatore al re di Prussia, pur conservando alcune prerogative sovrane

 

Friedrich Engels: La guerra dei contadini in Germania 

 

Capitolo I

 

Rifacciamoci, anzitutto, alla situazione della Germania al principio del secolo decimosesto.

 

Nei secoli decimoquarto e decimoquinto l’industria tedesca aveva preso uno slancio considerevole. Al posto dell’industria locale rurale del periodo feudale era subentrata l’attività industriale delle corporazioni cittadine, che produceva per zone più vaste e perfino per mercati lontani.

 

La tessitura di grossolane stoffe di lane e di tela era allora un’industria stabile e diffusa; e già ad Augusta si manifatturavano perfino tessuti fini di lana e di tela e seterie. Accanto alla tessitura si era sviluppata in modo particolare quell’industria artistica che trovava alimento nel lusso dei laici e degli ecclesiastici del basso Medioevo: l’industria degli orafi e degli argentieri, degli statuari e degli intagliatori, degli incisori su rame e su legno, degli armaioli, dei medaglisti, dei tornitori ecc. ecc. Allo sviluppo dell’industria aveva contribuito in modo essenziale una serie di invenzioni più meno importanti, il cui apogeo fu rappresentato da quelle della polvere da sparo e della stampa. Il commercio progrediva di pari passo con l’industria. L’Ansa[1] aveva assicurato, con il suo monopolio del mare, il risorgimento della Germania dalla barbarie medioevale, e se anche, dopo la fine del secolo decimoquinto, la Germania cominciò a soggiacere di fronte alla concorrenza degli inglesi e degli olandesi, pure, nonostante le scoperte di Vasco di Gama, la grande via commerciale dalle Indie al Nord continuava a passare per la Germania e Augusta rimaneva sempre il grande scalo per le seterie italiane, le spezie delle Indie e tutti i prodotti del Levante. Le città della Germania settentrionale, specialmente Augusta e Norimberga, erano il centro di una ricchezza e di un lusso considerevoli per quel tempo. Ma anche la produzione delle materie prime si era sviluppata in modo considerevole. Nel secolo decimoquinto i minatori tedeschi erano i più abili del mondo, e il fiorire delle città aveva tratto fuori dalla rozzezza del primo Medioevo anche l’agricoltura. Non solo, infatti, furono dissodate vaste estensioni di terreno, ma si coltivarono erbe tintorie e altre varietà importate, la cui coltura, che richiedeva particolari cure, ebbe un effetto favorevole sull’agricoltura in generale.

 

Tuttavia, lo sviluppo della produzione nazionale della Germania non aveva tenuto il passo con la produzione degli altri paesi. L’agricoltura era molto arretrata rispetto a quella inglese e olandese, arretrata l’industria rispetto a quella italiana, fiamminga e inglese, e sul mare gli inglesi e particolarmente gli olandesi cominciavano già ad eliminare i tedeschi. La popolazione rimaneva ancora molto disseminata.

 

In Germania la vita culturale esisteva solo qua e là, raggruppata intorno a singoli centri industriali e commerciali, e gli interessi di questi centri erano molto divergenti, e a stento qua e là avevano qualche punto di contatto. Il Sud aveva vie di traffico e mercati di sbocco assolutamente diversi da quelli del Nord, mentre l’Est e l’Ovest erano quasi tagliati fuori da ogni traffico. Nessuna singola città era poi in condizione di diventare il centro industriale e commerciale di tutto il paese, come per esempio era già Londra per l’Inghilterra. Tutte le comunicazioni interne si limitavano esclusivamente alla navigazione costiera e fluviale e a poche grandi vie di comunicazione commerciali, che portavano da Augusta e Norimberga ai Paesi Bassi passando per Colonia e, al Nord, passando per Erfurt. Lontano dai fiumi e dalle strade commerciali c’era un certo numero di città minori, che. escluse dalle grandi vie di traffico, continuavano indisturbate a vegetare nelle condizioni di vita del tardo Medioevo, consumando poche merci importate e poco producendo per l’esportazione. Della popolazione rurale, solo la nobiltà veniva in contatto con circoli più vasti e con nuovi bisogni, mentre la massa dei contadini non oltrepassava mai i limiti delle relazioni locali più prossime e l’angusto orizzonte che aprivano.

 

Mentre in Inghilterra e in Francia lo sviluppo del commercio e dell’industria ebbe come conseguenza il concatenamento degli interessi in tutto il paese e quindi l’accentramento politico, la Germania non arrivò che al raggruppamento degli interessi sul piano delle provincie e di centri puramente locali, e con ciò al frazionamento politico: frazionamento che ben presto si consolidò stabilmente con l’esclusione della Germania dal commercio mondiale. Nella misura in cui l’Impero schiettamente feudale si dissolveva, il vincolo che teneva legate le varie parti dell’impero si scioglieva; i grandi feudatari imperiali si trasformavano in principi quasi indipendenti, mentre, da una parte le città imperiali, dall’altra i cavalieri dell’Impero stringevano leghe, ora per combattersi vicendevolmente, ora per combattere contro i principi o contro l’imperatore. Il potere imperiale, dubitando perfino della propria posizione, oscillava incerto tra i diversi elementi che costituivano l’Impero e perciò perdeva sempre più di autorità. I suoi tentativi di centralizzazione nella forma usata da Luigi XI, malgrado tutti gli intrighi e tutte le violenze, non andarono al di là di un raggruppamento dei paesi ereditari austriaci. In questa confusione, in questi conflitti che si intrecciavano all’infinito, quelli che esclusivamente guadagnavano, e dovevano guadagnare, furono i rappresentanti dell’accentramento sul piano del frazionamento, i rappresentanti dell’accentramento locale e provinciale, i principi, accanto ai quali lo stesso imperatore divenne sempre più un principe come gli altri.

 

In queste condizioni, la posizione delle classi tramandate dal Medioevo si cambiò in modo essenziale, e accanto alle vecchie classi ne sorsero delle nuove.

 

Dall’alta nobiltà erano sorti i principi. Essi erano già quasi interamente indipendenti dall’imperatore ed erano in possesso della maggior parte dei diritti sovrani: facevano guerra o pace di loro iniziativa, tenevano eserciti permanenti, indicevano diete e imponevano balzelli. Inoltre, avevano già sottomesso al loro potere una gran parte della piccola nobiltà e delle città e continuavano ad usare qualsiasi mezzo per incorporare ai loro territori anche le altre città e gli altri domini feudali che dipendevano direttamente dall’Impero. Così, la loro azione, mentre verso questi elementi era rivolta ad accentrare, nei confronti dell’autorità imperiale era rivolta a decentrare. All’interno il loro governo era già assolutistico. Non convocavano gli stati[2] se non quando non avrebbero potuto aiutarsi in altra maniera; imponevano tributi e prendevano denaro a loro arbitrio; il diritto di approvare i tributi, che apparteneva agli stati, raramente fu riconosciuto e ancora più raramente applicato. Ma anche in questo caso, il principe aveva abitualmente la maggioranza attraverso i due stati che erano esenti dal pagamento delle imposte mentre partecipavano al loro godimento: i cavalieri e i prelati. Il bisogno di denaro del principe cresceva con l’estendersi del lusso e delle spese per il mantenimento della corte con la costituzione degli eserciti permanenti, col costo crescente del governo. La pressione fiscale diventò quindi sempre più aspra. Ma le città erano al riparo da essa per via dei loro privilegi. Cosicché tutto il peso fiscale ricadeva sulle spalle dei contadini, tanto di quelli che appartenevano ai domini del principe, quanto dei servi della gleba, degli emancipati[3] e dei censuari appartenenti ai vassalli. Quando l’imposizione fiscale diretta non era sufficiente, interveniva l’indiretta, e lo manovre più raffinate della tecnica finanziaria furono usate per tappare i buchi del fisco. Quando tutto questo non giovava, quando non c’era più niente da dare in pegno e nessuna città libera voleva più concedere dei crediti, allora si ricorreva ad operazioni monetarie della specie più sporca, sì coniava oro di bassa lega, si imponeva il corso forzoso, alto o basso a seconda che convenisse al fisco. Il traffico dei privilegi delle città o di altri privilegi, che poi venivano ritolti con la violenza per venderli a più caro prezzo, lo sfruttamento di ogni tentativo di opposizione per saccheggi e depredazioni di tutte le specie, ecc., rappresentavano fonti di denaro lucrose e giornaliere per i principi di quel tempo. Anche la giustizia per i principi era un articolo commerciale permanente e tutt’altro che insignificante. In breve, ai sudditi di quell’epoca, i quali avevano inoltre da soddisfare alle bramosie personali dei sovrintendenti e degli ufficiali del principe, fu dato di gustare, in modo sovrabbondante, tutte le delizie del sistema «paterno» di governo.

 

Dalla gerarchia feudale del Medioevo era quasi totalmente scomparsa la nobiltà media. Essa, o si era elevata alla posizione di indipendenza dei piccoli principi o era caduta nella schiera dei piccoli nobili. La piccola nobiltà, la cavalleria, andava incontro rapidamente alla sua dissoluzione. Una gran parte di essa era già caduta in piena miseria e viveva semplicemente, servendo i principi in uffici militari o civili. Un’altra parte stava in una posizione di vassallaggio alle dipendenze dei principi. La parte minore era la nobiltà dell’impero. Lo sviluppo dell’arte della guerra, il crescente valore che assumeva la fanteria, il perfezionamento delle armi da fuoco andavano eliminando l’importanza delle sue prestazioni militari come cavalleria pesante e contemporaneamente non assicurava più l’inespugnabilità dei suoi castelli. Proprio come gli artigiani di Norimberga, i cavalieri diventavano inutili con il progresso dell’industria. Il bisogno che essi avevano di denaro contribuì in modo rilevante alla rovina totale dei cavalieri. Il lusso dei castelli, l’emulazione nello splendore dei tornei e delle feste, il prezzo delle armi e dei cavalli aumentavano con il progredire dello sviluppo sociale, mentre le fonti dei redditi dei cavalieri e dei baroni si accrescevano poco o niente addirittura. Piccole guerre coi relativi saccheggi e spoliazioni, grassazioni e altre analoghe nobili occupazioni erano diventate col tempo troppo pericolose. Il gettito delle imposte e le prestazioni dei sudditi dei signori rendevano poco più di prima. Per sopperire ai loro bisogni in aumento, i graziosi signori dovettero perciò ricorrere agli stessi mezzi dei principi. E così la nobiltà perfezionò ogni anno maggiormente lo scorticamento dei contadini: ai servi della gleba fu succhiata sino all’ultima goccia di sangue, gli emancipati furono aggravati di contribuzioni e di prestazioni sotto pretesti e titoli di ogni sorta. Le corvées, gli interessi, i censi, i laudemi[4], i tributi per il caso di morte, i tributi di protettorato ecc, furono arbitrariamente inaspriti a dispetto di tutti i vecchi contratti. Ci si rifiutava di rendere giustizia o se ne faceva oggetto di traffico. E finalmente, se il cavaliere non aveva proprio nessun altro modo per arraffare il denaro del contadino, lo gettava in catene sulla torre del castello e lo costringeva a ricomprarsi la libertà.

 

Neanche con gli altri stati la piccola nobiltà viveva in rapporti amichevoli. La nobiltà feudale vassalla cercava di diventare nobiltà dell’Impero, mentre la nobiltà dell’Impero cercava di conservare la propria indipendenza: da qui conflitti continui con i principi.

 

Al clero, che nella sua forma pomposa di allora, gli appariva come uno stato assolutamente superfluo, il cavaliere invidiava i grandi beni e le grandi ricchezze accumulate per via del celibato e della costituzione della chiesa. Con le città il cavaliere era sempre ai ferri corti: era indebitato verso di esse, viveva del saccheggio dei loro territori, delle grassazioni che compiva sui loro mercanti, del denaro estorto per il riscatto dei prigionieri fatti durante le sue imprese guerresche contro di loro. E la lotta dei cavalieri contro tutti questi stati, tanto più incrudiva quanto più la questione del denaro diventava per loro una questione vitale.

 

Il clero, rappresentante dell’ideologia feudale, sentiva in misura non minore l’influsso del repentino cambiamento storico. Con l’invenzione della stampa e con le esigenze del commercio esercitato su scala più larga veniva ad essere soppresso non solo il suo monopolio dei primi rudimenti del sapere, ma anche quello dell’alta cultura. La divisione del lavoro si affermava anche nel campo intellettuale! La nuova classe che si veniva costituendo, la classe dei giuristi, lo eliminò da una serie di uffici che conferivano una grande influenza. Quindi anche il clero cominciò in gran parte a diventare superfluo, e del resto esso stesso dimostrava la verità di questo fatto con la sua crescente pigrizia ed ignoranza. Ma quanto più diventava superfluo, tanto più diventava numeroso, grazie alle sue enormi ricchezze che accresceva di continuo usando ogni mezzo possibile.

 

Nel clero si distinguevano due classi diverse. Le gerarchie ecclesiastiche feudali costituivano la classe aristocratica: i vescovi e gli arcivescovi, gli abati, i priori e gli altri prelati. Questi alti dignitari della chiesa o erano dei principi dell’impero essi stessi o, come signori feudali, sotto la sovranità di altri principi, dominavano su vasti territori con un numero infinito di servi della gleba e di affrancati. Essi non soltanto sfruttavano i loro sottoposti senza nessun ritegno, come facevano nobiltà e principi, ma procedevano in modo ancora più spudorato. Oltre alla violenza brutale, misero in moto tutti i soprusi della religione, oltre agli orrori della tortura, gli orrori della scomunica e del rifiuto dell’assoluzione, e tutti gli intrighi del confessionale, pur di estorcere al contadino sino all’ultimo soldo e accrescere il patrimonio ereditario della chiesa. Falsificare documenti rappresentava per queste degne persone un mezzo abituale e prediletto di truffa. Ma, sebbene oltre alle prestazioni feudali ed ai tributi consueti riscuotessero anche le decime, tutte queste entrate non erano ancora sufficienti. Per estorcere al popolo maggiori contributi, si ricorse alla fabbricazione di immagini sacre e di reliquie miracolose, all’organizzazione di luoghi sacri, al traffico delle indulgenze. E tutto ciò durò a lungo e col più felice successo.

 

Questi prelati e la loro sterminata gendarmeria di monaci che si accresceva di continuo con l’estendersi delle persecuzioni politiche e religiose, costituivano l’oggetto su cui si concentrava l’odio per il pretume non solo del popolo, ma anche della nobiltà. Dipendevano direttamente dall’impero e perciò erano di ostacolo ai principi. L’allegra vita di questi ben pasciuti vescovi ed abati e del loro esercito di monaci, tanto più eccitava l’invidia della nobiltà e l’indignazione del popolo che doveva pagarne le spese quanto più colpiva il contrasto tra questo tenore di vita e i loro sermoni.

 

La frazione plebea del clero era costituita dai predicatori di campagna e di città. Essi erano fuori della gerarchia feudale della chiesa e non avevano parte alcuna nelle sue ricchezze. Il loro lavoro era meno controllato, e per quanto esso fosse importante per la chiesa, al momento era molto meno indispensabile dei servizi di polizia dei monaci incasermati. Perciò erano pagati molto peggio e le loro prebende, per lo più, erano molto esigue. Borghesi o plebei per la loro origine, erano abbastanza vicini alle condizioni materiali di vita della massa, per nutrire, malgrado la loro qualità di preti, simpatie borghesi e plebee. La partecipazione ai movimenti dell’epoca era per i monaci solo l’eccezione, per loro la regola. Essi fornirono gli ideologi e i teorici del movimento, e perciò, molti di loro, rappresentanti dei plebei e dei contadini, morirono sul patibolo. Quindi, l’odio popolare contro i preti solo in casi sporadici si volse contro costoro.

 

Come al di sopra dei principi e della nobiltà stava l’imperatore, così al di sopra dell’alto e del basso clero stava il papa. Come all’imperatore si pagavano le imposte dell’Impero, il «soldo comune», così si pagavano al papa le imposte ecclesiastiche generali, con le quali egli faceva fronte al lusso della corte romana. In nessun paese queste imposte ecclesiastiche venivano riscosse — grazie alla potenza e al numero dei preti — con maggiore coscienziosità e con maggiore rigore che in Germania. Così, ad esempio, particolarmente rigorosa era l’esazione delle annate per l’insediamento nei vescovati vacanti. Con l’accrescersi dei bisogni furono escogitati nuovi mezzi per far denaro: commercio di reliquie, indulgenze, giubilei. Così ogni anno grandi somme di denaro partivano dalla Germania per Roma, e la pressione inasprita, non solamente dava impulso all’odio per i preti, ma eccitava anche il sentimento nazionale, particolarmente della nobiltà che era allora la casta più nazionale.

 

Dagli originari piccoli borghesi delle città medioevali si erano sviluppate, col fiorire del commercio e dell’industria, tre frazioni rigidamente separate.

 

Al vertice della popolazione urbana stavano le casate patrizie, la cosiddetta «onorabilità». Erano le famiglie più ricche; solo esse sedevano nel consiglio e in tutti gli uffici cittadini, e perciò non solo amministravano le entrate della città, ma anche le consumavano. Forti della loro ricchezza e della loro posizione aristocratica tradizionale riconosciuta dall’imperatore e dall’impero, sfruttavano in tutte le maniere tanto la comunità cittadina quanto i contadini sudditi della città: praticavano speculazioni usurale sul grano e sul denaro, concedevano monopoli di ogni specie, toglievano alla comunità, uno dopo l’altro, tutti i diritti all’uso comune dei boschi e dei prati, che sfruttavano direttamente per il loro personale tornaconto, imponevano arbitrariamente pedaggi sulle strade, sui ponti e sulle porte, ed altri gravami, trafficavano con i privilegi corporativi, con i diritti di maestranza e di cittadinanza e con la giustizia. Né maggiori riguardi usavano verso i contadini della periferia di quanti ne usassero la nobiltà o i preti. Al contrario i sovrintendenti e i funzionari della città preposti ai villaggi, tutti fior di patrizi, aggiungevano alle durezze e all’avidità degli aristocratici una certa dose di pedanteria burocratica nelle esazioni. Le entrate della città, così raccolte, erano amministrate con il più completo arbitrio; nei registri cittadini la contabilità, pura formalità, era trascurata ed imbrogliata al massimo grado possibile: peculati e ammanchi di cassa erano all’ordine del giorno. Quanto fosse facile allora ad una casta, circondata da ogni lato di privilegi, poco numerosa, tenuta strettamente unita dalla parentela e dall’interesse, arricchirsi con le entrate della città, si comprende quando si pensi al numero di peculati e di frodi che il 1848 ha messo in luce in tante amministrazioni comunali.

 

I patrizi s’erano preso cura di lasciare che i diritti delle comunità cittadine, specie in materia finanziaria, cadessero nel più profondo letargo. Solo più tardi quando le trufferie di questi signori divennero troppo gravi, le comunità cittadine si rimisero in movimento per avocare a sé almeno il controllo sull’amministrazione cittadina; e nella maggior parte delle città esse riconquistarono effettivamente i loro diritti. Ma, con le lotte continue delle corporazioni tra di loro, con la tenacia dei patrizi e con la protezione che trovavano nell’Impero e nei governi delle città legate a loro, ben presto i consiglieri appartenenti al patriziato ristabilirono la loro egemonia effettiva, sia con l’astuzia, sia con la violenza. Difatti al principio del secolo decimosesto in tutte le città la comunità si trovava nuovamente all’opposizione.

 

Nelle città l’opposizione contro il patriziato si divideva in due frazioni che apparvero molto distinte durante la guerra dei contadini.

 

L’opposizione borghese, l’antenata dei nostri liberali di oggi, comprendeva i borghesi ricchi e medi, nonché una parte dei piccoli borghesi, grande o piccola a seconda delle circostanze locali. Le loro rivendicazioni si mantenevano su un terreno puramente costituzionale: essi esigevano il controllo sull’amministrazione cittadina e la partecipazione al potere legislativo, o attraverso la stessa assemblea della comunità cittadina o attraverso una rappresentanza della comunità (maggior consiglio, municipalità); inoltre, la limitazione del nepotismo dei patrizi e dell’oligarchia di poche famiglie che anche in seno al patriziato si manifestava in modo sempre più aperto. Al massimo richiedevano che alcuni seggi del consiglio fossero occupati da borghesi della loro cerchia. Questo partito, che qua e là abbracciava anche la frazione degli scontenti e dei declassati del patriziato, aveva la grande maggioranza nelle assemblee cittadine e nelle corporazioni. I partigiani del consiglio e l’opposizione più radicale messi insieme rappresentano la più ristretta minoranza dei cittadini.

 

Vedremo come, nel corso del movimento del secolo decimoquinto, questa opposizione «moderata», «legale» , «benestante», «intelligente» ebbe lo stesso ruolo e il medesimo successo che ha avuto il suo erede, il partito costituzionale, nel movimento del 1848 e 1849.

 

Del resto, l’opposizione borghese si accaniva ancor più contro i preti, la cui vita allegra, i cui costumi rilassati, suscitavano la sua più profonda riprovazione. Essa esigeva perciò delle misure contro lo scandaloso tenore di vita di queste degne persone, l’abolizione del foro ecclesiastico e della immunità dalle tasse di cui godevano i preti e, infine, la limitazione del numero dei monaci.

 

L’opposizione plebea era costituita dai borghesi declassati e dalla massa degli abitanti delle città esclusi dal godimento dei diritti civici: gli apprendisti delle botteghe artigiane, i salariati, e i numerosi polloni del sottoproletariato nascente che già si riscontrano negli stadi meno evoluti dello sviluppo della città. In generale il sottoproletariato è un fenomeno che, più o meno sviluppato, si presenta in quasi tutte le fasi della società che si sono avute sino ad ora. La moltitudine di gente senza un mestiere e senza fissa dimora in quell’epoca si accrebbe in modo particolare per la decomposizione del feudalesimo in una società in cui ogni mestiere, ogni sfera della vita si trincerava dietro una quantità di privilegi. In nessun paese evoluto c’era mai stato un numero di vagabondi quale si ebbe nella prima metà del secolo decimosesto. Una parte di questi vagabondi, in tempo di guerra, si arruolava nell’esercito, un’altra andava questuando per il paese e, infine, la terza cercava nelle città, con il lavoro salariato a giornata o con ogni altra attività che non fosse soggetta ai vincoli delle corporazioni, di campare la sua vita miserabile. Ora, tutte e tre queste parti ebbero una loro funzione nella guerra dei contadini: la prima negli eserciti dei principi, davanti ai quali i contadini restarono soccombenti, la seconda nelle cospirazioni e nelle bande dei contadini, nelle quali si manifesta ad ogni piè sospinto il suo influsso demoralizzante, la terza nelle lotte dei partiti cittadini. Del resto, non si deve dimenticare che una gran parte di questa classe, precisamente quella che viveva in città, possedeva ancora in notevole misura un nucleo di sana natura contadinesca ed era ancora molto lontana dalla venalità e dalla depravazione proprie del sottoproletariato incivilito dei nostri giorni.

 

Si vede da ciò che l’opposizione plebea nelle città di quel tempo era costituita da elementi molto eterogenei. Essa univa gli elementi declassati della vecchia società feudale e corporativa con l’elemento proletario non ancora sviluppato e, anzi, appena emergente della società borghese moderna in germe. Da una parte artigiani impoveriti delle corporazioni, che erano ancora legati per via dei loro privilegi all’ordinamento della loro classe tuttora in vigore, dall’altra contadini cacciati dalla loro terra, persone di servizio licenziate, che ancora non potevano dirsi proletari. Tra questi due elementi, gli apprendisti delle botteghe artigiane. Essi erano momentaneamente fuori della società ufficiale e per la condizione della loro vita si avvicinavano al proletariato, per quel tanto che questo poteva esistere, tenuti presenti lo stato dell’industria di allora e i privilegi corporativi, ma nello stesso tempo, in virtù di questo privilegio corporativo, erano all’incirca dei futuri maestri veri e propri e appartenevano alla borghesia. Il modo con cui questo miscuglio di elementi si sarebbe inserito nei partiti era estremamente incerto e variabile a seconda delle varie località. Prima della guerra dei contadini, l’opposizione plebea non scese nella lotta politica come partito, ma solo come un’appendice dell’opposizione borghese, appendice turbolenta, avida di saccheggio, capace di vendersi per qualche botte di vino. Solo la sollevazione dei contadini ne fece un partito, ma anche allora, quasi dappertutto, nelle sue rivendicazioni e nella sua azione fu sempre in un rapporto di dipendenza dai contadini; ciò che costituisce una magnifica prova di quanto, allora, la città dipendesse ancora dalla campagna. Nella misura in cui l’opposizione plebea esplica un’azione indipendente, esige l’instaurazione nella campagna dei monopoli dell’industria cittadina e non vuol saperne di una riduzione delle entrate della città determinata dalla abolizione dei gravami feudali che pesavano sui contadini dei dintorni. In breve, nella misura in cui è reazionaria, si subordina ai suoi propri elementi piccolo-borghesi, dando con ciò un esempio caratteristico della tragicommedia che la piccola borghesia moderna rappresenta da tre anni, sotto l’insegna della democrazia.

 

Solo in Turingia, sotto l’influsso diretto di Münzer, e in alcune altre località, sotto l’influenza dei suoi discepoli, la frazione plebea delle città fu trascinata tanto avanti dalla tempesta generale, che l’embrionale elemento proletario prese il sopravvento su tutte le altre frazioni del movimento. Questo episodio che costituisce il punto culminante di tutta quanta la guerra dei contadini, e si raccoglie intorno alla sua figura più grandiosa, Tommaso Münzer, è ad un tempo il più breve. Si comprende facilmente come questa opposizione dovesse nel tempo più breve andare incontro al fallimento, come in essa ci dovesse essere un’impronta alquanto fantastica, e come quindi l’espressione delle sue rivendicazioni dovesse rimanere assolutamente indeterminata. Nelle condizioni di quell’epoca essa trovò appunto il terreno meno propizio.

 

Al di sotto di tutte queste classi, ad eccezione dell’ultima, stava la grande massa degli sfruttati della nazione: i contadini. Sul contadino gravavano tutti gli strati dell’edifico sociale: principi, funzionari, nobiltà, preti, patrizi e borghesi. Appartenesse ad un principe, a un nobile dell’Impero, a un vescovo, a un monastero, a una città, dappertutto era trattato come una cosa, come una bestia da soma e anche peggio. Se era un servo, era alla mercé della buona o cattiva grazia del suo padrone. Se era un emancipato, le sue prestazioni legali, contrattuali erano sufficienti a schiacciarlo, e queste prestazioni venivano accresciute ogni giorno. La massima parte del suo tempo egli la doveva impiegare a lavorare sui beni del suo signore, su quello che guadagnava nelle poche ore libere dovevano essere pagate decime, interesse, censo, dogana, tassa per l’esenzione (imposta militare), imposta regionale, imposta imperiale. Non poteva sposarsi né morire senza pagare un’imposta al padrone. Oltre alle prestazioni feudali ordinarie doveva rendere al suo padrone altri servizi: raccogliere la paglia, raccogliere le fragole, raccogliere i mirtilli, raccogliere le lumache, scovare la selvaggina per la caccia, spaccare la legna ecc. Il diritto di pesca e di caccia apparteneva al signore: se la selvaggina danneggiava il suo raccolto, il contadino doveva starsene tranquillo a guardare. Quasi dappertutto i pascoli e i boschi comunali erano stati dai signori tolti ai contadini con la violenza. E, allo stesso modo che della proprietà, il signore disponeva a suo arbitrio della persona del contadino, nonché di quelle della moglie e delle figlie di lui, Egli aveva infatti il diritto della prima notte. E se poi ciò gli aggradava, gettava il contadino nella torre del castello, dove con la stessa sicurezza con cui oggi lo aspetta il giudice istruttore, allora lo aspettava la tortura. Se invece lo preferiva, lo uccideva, lo faceva decapitare. Di quegli edificanti capitoli della Carolina[5] che trattano «del taglio delle orecchie», «del taglio del naso», «dell’enucleazione degli occhi», «dello stroncamento delle dita e delle mani», «della decapitazione», «del supplizio della ruota», «del supplizio del fuoco», «dell’attanagliare con tenaglie roventi», «dello squartamento», ecc., non ce n’è neanche uno solo che il grazioso padrone o protettore non abbia applicato ai suoi contadini. Chi avrebbe dovuto difenderli? Nei tribunali sedevano baroni, preti, patrizi, oppure giudici che sapevano bene per che cosa erano pagati. Tutte queste classi sociali dell’impero vivevano della spoliazione dei contadini.

 

Malgrado gemessero sotto il terrore dell’oppressione, tuttavia non era facile portare i contadini all’insurrezione. La loro dispersione rendeva estremamente difficile ogni intesa comune. La lunga abitudine alla sottomissione, tramandata di generazione in generazione, in molti luoghi la desuetudine all’uso delle armi, la durezza dello sfruttamento che aumentava o diminuiva a seconda della persona del signore, contribuivano a mantenere i contadini in uno stato di tranquillità. Perciò, almeno in Germania, noi troviamo nel Medioevo un gran numero di insurrezioni locali di contadini, ma non troviamo, prima della guerra dei contadini, neanche una sola sollevazione generale dei contadini su scala nazionale. Inoltre, i contadini, da soli non erano in condizione di fare una rivoluzione sino a quando stava di fronte a loro la forza organizzata dei principi, della nobiltà e delle città stretti in alleanza. Solo mediante una alleanza con altre classi sociali essi potevano avere una chance di vittoria, ma come avrebbero dovuto allearsi con altre classi, se erano sfruttati da tutti in eguale misura?

 

Noi vediamo quindi, che sul principio del sedicesimo secolo le diverse classi sociali dell’impero — principi, nobiltà, prelati, patrizi, borghesi, plebei e contadini — costituivano una massa straordinariamente aggrovigliata, con i bisogni più diversi, e si intrecciavano in tutte le direzioni. Ogni classe sociale era di ostacolo all’altra ed era in uno stato di lotta continua, ora latente ora nascosta, con tutte le altre. Quella divisione di tutta la nazione in due grandi campi, quale sussisteva in Francia precedentemente allo scoppio della prima rivoluzione, e che in un più alto grido di sviluppo esiste oggi nei paesi più progrediti, era in quelle circostanze assolutamente impossibile. Essa poté effettuarsi e solo approssimativamente allorquando lo strato infimo della nazione, sfruttato da tutte le altre classi, i contadini e i plebei, si sollevò. Si può comprendere l’intreccio di interessi, vedute e aspirazioni di quell’epoca, quando ci si ricordi quale confusione abbia generato negli ultimi due anni la composizione attuale, pure molto meno complessa, della nazione tedesca, risultante da nobiltà feudale, borghesia, piccola borghesia, contadini e proletariato.

 

 

Capitolo II

 

Il raggruppamento delle classi, allora così varie, in unità più comprensive era già reso quasi impossibile dal decentramento, dalle autonomie locali e provinciali, dalla reciproca estraneità industriale e commerciale delle provincie e, finalmente, dalla difficoltà delle comunicazioni. Questo raggruppamento si costituì solo con la diffusione delle idee rivoluzionarie politico-religiose durante la riforma. Diversi ceti che aderirono o si opposero a queste idee, raggrupparono, sia pure molto faticosamente e approssimativamente, la nazione in tre grandi campi: il cattolico o reazionario, il luterano riformista borghese e il rivoluzionario. Se in questa divisione della nazione scopriamo poca consequenziarietà, se nei primi due campi troviamo in parte i medesimi elementi, questo si spiega con lo stato di dissolvimento in cui si trovavano la maggior parte degli strati sociali ufficiali residuati dal Medioevo e col decentramento esistente, che avviava i medesimi strati sociali nei diversi luoghi in direzione momentaneamente opposte. Negli ultimi anni abbiamo avuto così spesso l’occasione di vedere in Germania fatti assolutamente analoghi, che un tale intreccio apparente di strati e di classi nelle condizioni molto ingarbugliate del secolo decimosesto non può meravigliarci.

 

L’ideologia tedesca, malgrado le recenti esperienze, continua sempre a vedere nelle lotte a cui soggiacque il Medioevo, solo accanite dispute teologiche.

 

Secondo i nostri patri storiografi e statisti, se la gente di quell’epoca avesse potuto intendersi sulle cose celesti, non ci sarebbe stata nessuna ragione di litigare sulle cose di questo mondo. Questi ideologi sono abbastanza creduloni per prendere per moneta sonante tutte le illusioni che un’epoca si fa su se stessa, o che gli ideologi di un’epoca si fanno su quell’epoca. Questa stessa categoria di persone vede, per esempio, nella rivoluzione francese del 1789, un acceso dibattito intorno ai vantaggi della monarchia costituzionale sulla monarchia assoluta, una controversia pratica sulla insostenibilità del diritto «per grazia di Dio»; nella rivoluzione di febbraio, il tentativo di soluzione della questione «repubblica o monarchia? », ecc. Delle lotte delle classi, che effettivamente si combattono in questi sovvolgimenti, e delle quali la frase politica scritta di volta in volta sulle bandiere, è solo una semplice espressione, di queste lotte delle classi, perfino oggi, i nostri ideologi hanno appena un lontano sentore, malgrado la voce ne risuoni abbastanza percettibile e non soltanto venga dall’estero, ma si elevi anche dal brontolio, simile a tuono, che prorompe dal petto di molte migliaia di proletari del nostro paese.

 

Anche nelle cosiddette guerre di religione del secolo decimosesto si trattò, anzitutto, di interessi di classi, molto concreti, molto materiali, e queste guerre furono lotte di classi precisamente come le successive collisioni interne in Inghilterra e in Francia. Se queste lotte di classi portarono allora parole di ordine religiose, se gli interessi, i bisogni, le aspirazioni delle singole classi si nascosero sotto una maschera religiosa, questo non altera per niente la sostanza della cosa e si spiega facilmente con le condizioni dell’epoca.

 

Il Medioevo si era completamente svincolato dalla rozzezza; aveva fatto piazza pulita della civiltà, della filosofia, della politica e della giurisprudenza del mondo antico, per poter così ricominciare in tutto da principio. L’unica cosa che dal mondo antico ormai tramontato il Medioevo aveva ereditato era il cristianesimo e un certo numero di città semidistrutte e spogliate di tutta la loro civiltà. La conseguenza di questo fatto fu che, come in tutte le tappe primitive dello sviluppo storico, anche qui i preti acquisirono il monopolio della cultura, e con ciò la cultura stessa prese un carattere essenzialmente teologico. Tra le mani dei preti, la politica e la giurisprudenza, come tutte le altre scienze, rimasero semplici rami della teologia e furono trattate secondo gli stessi principi che avevano validità nella teologia. I dogmi della chiesa furono ad un tempo assiomi politici, e in ogni corte di giustizia passi della Bibbia ebbero forza di legge. Anche allorché si costituì una particolare classe di giuristi, la giurisprudenza rimase per lungo tempo ancora sotto la tutela della teologia. Questo sovrano potere della teologia in tutto il dominio dell’attività intellettuale fu ad un tempo la necessaria conseguenza della posizione della chiesa come sintesi universalissima e sanzione del dominio feudale.

 

E’ evidente, dunque, che tutti gli attacchi a carattere dichiaratamente generale mossi contro il feudalesimo dovevano rappresentare anzitutto attacchi contro la chiesa; tutte le dottrine sociali e politiche rivoluzionarie dovevano rappresentare anzitutto e squisitamente eresie teologiche. Quindi per poter toccare la struttura sociale esistente, bisognava togliere l’apparenza di cosa sacra.

 

L’opposizione rivoluzionaria contro la feudalità si svolge lungo tutto il Medioevo. Essa si presenta, a seconda delle circostanze, come mistica, come eresia apertamente dichiarata, come insurrezione armata. Per quanto riguarda la mistica, si sa quanto i riformatori del XVI secolo dipendessero da essa, ed anche Münzer vi attinse largamente. Le eresie furono in parte l’espressione della reazione dei patriarcali pastori delle Alpi contro la feudalità che li incalzava (i valdesi[1]); in parte, l’espressione dell’opposizione al feudalesimo da parte delle città che si erano sottratte al suo dominio (gli albigesi[2], Arnaldo da Brescia); in parte l’espressione di insurrezioni dirette dei contadini (Giovanni Bali, il maestro ungaro di Piccardia ecc.). L’eresia patriarcale dei valdesi, analogamente all’insurrezione degli svizzeri, possiamo lasciarla da parte, poiché per forma e contenuto rappresenta un tentativo reazionario di opporsi al corso della storia, ed ebbe solamente valore locale. Del resto nelle altre due forme di eresie medioevali, troviamo già nel secolo decimosecondo i prodromi del grande antagonismo tra l’opposizione borghese e quella plebeo-contadina, causa del fallimento della guerra dei contadini. Questo antagonismo dura per tutto il tardo Medioevo.

 

L’eresia delle città — e questa è l’eresia specificamente ufficiale del Medioevo — si volse specialmente contro i preti, di cui attaccava le ricchezze e la posizione politica. Come ora la borghesia esige un gouvernement à bon marché, un governo a buon mercato, così la borghesia medioevale esigeva anzitutto une église à bon marché, una chiesa a buon mercato. Reazionaria nella forma come ogni eresia che nello sviluppo progressivo della chiesa e dei dogmi vede solo una degenerazione, l’eresia borghese esigeva il ristabilimento della costituzione della chiesa cristiana delle origini e la soppressione del clero come casta esclusiva. Questo ordinamento a buon mercato eliminava i monaci, i prelati, la corte romana, in breve tutto ciò che nella chiesa era costoso. Le città, repubbliche, se anche erano sotto la protezione di sovrani, con i loro attacchi contro il papato, dichiaravano per la prima volta in forma generale, che per la borghesia la forma normale della sovranità è la repubblica. La loro ostilità contro una serie di dogmi e dileggi della chiesa si spiega, in parte con quello che si è detto, in parte con le condizioni di vita loro proprie. Ad esempio perché lottassero tanto accanitamente contro il celibato, nessuno lo ha illustrato meglio di Boccaccio. Arnaldo da Brescia in Italia e in Germania, gli albigesi nella Francia meridionale, Giovanni Wycliffe in Inghilterra, Huss e i calistini[3] in Boemia furono i più autorevoli rappresentanti di questo indirizzo. Che l’opposizione contro il feudalesimo si presenti qui come opposizione diretta contro la feudalità ecclesiastica, si spiega molto semplicemente col fatto che le città costituivano dappertutto un ceto ormai riconosciuto, e quindi avevano nei loro privilegi, nelle armi e nelle loro assemblee mezzi sufficienti per combattere la feudalità laica.

 

Anche qui vediamo già, tanto nella Francia meridionale che in Inghilterra e in Boemia, che la massima parte della piccola nobiltà, nella lotta contro i preti e nell’eresia, si allea alle città, fenomeno, questo, che si spiega con la dipendenza della piccola nobiltà dalle città e con la comunione di interessi di entrambe contro i principi e i prelati: lo ritroveremo nella guerra dei contadini.

 

Un carattere completamente diverso aveva l’eresia che esprimeva direttamente i bisogni dei contadini e dei plebei e fu quasi sempre legata ad un’insurrezione. Certo essa condivideva tutte le esigenze dell’eresia borghese riguardo ai preti, al papato e alla restaurazione della costituzione della chiesa cristiana primitiva, ma nello stesso tempo andava infinitamente più lontano. Essa esigeva che fosse restaurata l’eguaglianza tra i membri della comunità, propria del cristianesimo primitivo, e che il riconoscimento di questa eguaglianza fosse una norma generale anche per la società. Dall’«eguaglianza dei figli di Dio» essa faceva discendere l’eguaglianza civile e, in parte, perfino già l’eguaglianza sociale. Eguaglianza della nobiltà con i contadini, dei patrizi e dei cittadini privilegiati con i plebei, abolizione delle prestazioni feudali, dei censi fondiari, delle imposte, e dei privilegi, almeno, delle diseguaglianze sociali più stridenti erano le aspirazioni che, con maggiore o minore previsione, venivano avanzate ed affermate come conseguenze della originaria dottrina cristiana. Questa eresia plebeo-contadina, che nel periodo dell’apogeo del feudalesimo, per esempio negli albigesi, non è possibile che a fatica distinguere dall’eresia borghese, nei secoli XIV e XV si sviluppa in un programma di partito nettamente individuato. In questo periodo essa si presenta in una posizione di assoluta indipendenza dall’eresia borghese. Così vediamo: in Inghilterra John Ball, il predicatore dell’insurrezione di Wat Tyler accanto al movimento di Wycliffe, in Boemia i taboriti, accanto ai calistini. Nei taboriti la tendenza repubblicana si presenta già con un’incorniciatura teocratica, che in Germania tra la fine del XV e il principio del XVI secolo fu ulteriormente sviluppata dai rappresentanti dei plebei.

 

A questa forma di eresia si legò il fanatismo delle sette misticizzanti dei flagellanti[4], dei lollardi[5] ecc. che, nei periodi di repressione, propagarono la tradizione rivoluzionaria.

 

I plebei erano allora l’unica classe completamente esclusa dalla società ufficiale: essi erano fuori tanto del mondo feudale quanto dal mondo borghese, non avevano né privilegi né proprietà, e neppure, come i contadini e i piccoli borghesi, un pezzo di terreno, sia pure gravato di pesi oppressivi. Quindi, sotto tutti i rapporti, essi erano senza beni e senza diritti. Le loro condizioni di vita non li mettevano mai in contatto diretto con le istituzioni vigenti, dalle quali erano completamente ignorati. Essi erano il simbolo vivente della dissoluzione della società feudale e borghese corporativa, e, nello stesso tempo, i primi precursori della società borghese moderna.

 

Con questa posizione si spiega perché la frazione plebea, già allora, non si fermava alla semplice lotta contro il feudalesimo e la borghesia privilegiata, e perché essa, almeno nella fantasia, oltrepassava perfino la nascente società borghese moderna. Si spiega anche perché essa, la frazione completamente priva di beni, dovette mettere in discussione istituzioni, concezioni e idee che sono comuni a tutte le forme di società fondate su antagonismi di classi. Le esaltazioni chiliastiche[6] del primo cristianesimo ci offrono inoltre un agevole addentellato. Ma questa azione, intesa ad oltrepassare non solo il presente ma perfino il futuro, non poteva essere che violenta, fantastica e, al primo tentativo di pratica attuazione, doveva ricadere nei limiti ristretti che le condizioni dell’epoca permettevano. L’attacco alla proprietà privata e l’aspirazione alla comunanza dei beni doveva risolversi in una comune organizzazione di beneficenza; la vaga eguaglianza cristiana poteva, tutto al più, condurre alla «eguaglianza giuridica» borghese; la soppressione di ogni autorità si trasformava, in conclusione, nell’instaurazione di governi repubblicani eletti dal popolo. L’anticipazione del comunismo, nella fantasia, diventava, nella realtà, un’anticipazione della moderna organizzazione borghese. Questa anticipazione della storia futura, che si presenta con un carattere violento, ma che è facilmente spiegabile con la reale posizione sociale della frazione plebea, noi la troviamo per la prima volta in Germania in Tommaso Münzer e nel suo partito. C’era stata, è vero, nei taboriti una specie di chiliastica comunità dei beni, ma solo come una misura di ordine puramente militare. Solo con Münzer queste reminiscenze comunistiche diventano espressione di aspirazioni di una frazione reale della società, solo da lui esse vengono formulate con una certa precisione; e solo dopo di lui le ritroviamo in ogni grande sovvolgimento popolare, sino a che esse si fondono a poco a poco col movimento proletario moderno. In modo perfettamente analogo, nel Medioevo le lotte dei liberi contadini contro il dominio feudale che sempre più li irretiva si fondeva con le lotte dei servi della gleba e degli affrancati per il totale abbattimento del dominio feudale

 

Mentre nel primo dei tre grandi campi, nel cattolico-conservatore si trovavano riuniti tutti gli elementi che erano interessati al mantenimento dell’ordine esistente, e quindi il potere imperiale, i principi ecclesiastici, una parte dei principi laici, la nobiltà più ricca, i prelati e il patriziato cittadino; intorno alla bandiera della riforma luterana borghese moderata si raccoglievano gli elementi possidenti dell’opposizione, la massa della piccola nobiltà, la borghesia e perfino una parte dei principi laici che sperava di arricchirsi con la confisca dei beni ecclesiastici e voleva inoltre sfruttare l’occasione per conquistare una maggiore indipendenza dall’impero. Finalmente, i contadini e i plebei si univano insieme al partito rivoluzionario, le cui aspirazioni e le cui dottrine furono formulate nel modo più netto da Münzer.

 

Lutero e Münzer rappresentavano, nel modo più perfetto, sia per la loro dottrina che per il loro carattere e la loro azione, i due partiti che ciascuno singolarmente dirigeva.

 

Lutero percorse, negli anni che vanno dal 1517 al 1525, lo stesso cammino che hanno percorso i moderni costituzionali tedeschi dal 1846 al 1849, e che in generale percorre ogni partito borghese, che, dopo essere stato per un momento alla testa del movimento, è sorpassato da quel partito plebeo o proletario che sino a quel punto lo aveva spalleggiato.

 

Quando Lutero, nel 1517, scese per la prima volta in campo contro i dogmi e la costituzione della chiesa cattolica, la sua opposizione non aveva ancora un carattere ben determinato. Pur senza oltrepassare le aspirazioni delle precedenti eresie borghesi, essa non escludeva e non avrebbe potuto escludere nessun indirizzo più avanzato. Nel primo momento, tutti gli elementi dell’opposizione dovevano essere riuniti, doveva essere impiegata la più decisa energia rivoluzionaria, e tutte le eresie che sino allora erano apparse dovevano essere difese contro l’ortodossia cattolica. In questa maniera precisa erano rivoluzionari i nostri liberali borghesi dopo il 1847: si dicevano socialisti e comunisti e si entusiasmavano per l’emancipazione della classe operaia.

 

La forte natura contadinesca di Lutero si manifestò nel modo più irruento in questo primo periodo della sua attività.

 

Ecco ad esempio, che cosa dice parlando dei preti romani: «Se la loro furia pazzesca dovesse andare avanti, mi sembra che il miglior consiglio e la migliore medicina per frenarla sarebbe che i re e i principi facessero ricorso alla forza e attaccassero questa gente malefica che ammorba tutto il mondo, e una buona volta mettessero fine al giuoco, con le armi e non con le parole. Se puniamo i ladri con la spada, gli assassini con la corda, gli eretici col fuoco, perché allora non attacchiamo specialmente questi perniciosi maestri di corruzione che sono papi, cardinali, vescovi e l’orda della romana Sodoma, con tutte le armi, e non ci laviamo le mani nel loro sangue?»

 

Ma questo primo infocato fervore rivoluzionario non durò a lungo. Il fulmine che Lutero aveva scagliato scoppiò; tutto il popolo tedesco si mise in movimento. Da una parte i contadini e i plebei videro nei suoi appelli contro i preti, nella sua predicazione sulla libertà cristiana, il segnale dell’insurrezione; dall’altra parte i borghesi, che pure erano più moderati, e una gran parte della piccola nobiltà si unirono a lui, e perfino i principi furono trascinati dalla corrente. Ma mentre gli uni credevano che fosse venuto il giorno di regolare i conti con i loro oppressori, gli altri volevano solamente spezzare la potenza dei preti ed arricchirsi con la confisca dei beni della chiesa. Così i partiti si divisero e trovarono i loro esponenti. Lutero dovette scegliere tra di essi. Egli, il protetto del grande elettore di Sassonia, lo stimato professore di Wittenberg, che ad un tratto era diventato potente e famoso, circondato da una folla di sue creature e di adulatori, non esitò un solo istante: abbandonò gli elementi popolari del movimento e si alleò con la parte dei borghesi, dei nobili e dei principi. Gli appelli alla guerra di sterminio contro Roma tacquero. Lutero ora predicava il pacifico sviluppo e la resistenza passiva (cfr., ad esempio: Alla nobiltà della nazione tedesca, 1520, ecc.). All’invito di Hutten di recarsi da lui e da Sickingen ad Ebernburg, centro della congiura della nobiltà contro preti e principi, Lutero rispose: «Io non posso approvare che il Vangelo si propugni con la violenza e lo spargimento di sangue. Il mondo è stato vinto dalla parola, con la parola la chiesa si è mantenuta e con la parola sarà ricostituita, e l’Anticristo, come ha acquistato il suo regno senza violenza, così senza violenza cadrà».

 

Da questa svolta o piuttosto da questo più deciso consolidamento dell’orientamento di Lutero ebbe inizio quel mercanteggiamento, quel patteggiamento sulle istituzioni e sui dogmi che si sarebbero dovuti mantenere o riformare, quel ripugnante giuoco di diplomazia, di concessioni, di intrighi, di accordi, il cui risultato fu la Confessione di Augusta, la costituzione della chiesa borghese riformata, che finalmente fu pattuita. E’ lo stesso traffico che nei nostri giorni si è ripetuto sino alla nausea in forma politica, nelle assemblee nazionali tedesche, nelle assemblee d’intesa, nelle camere di revisione e nei parlamenti di Erfurt. Il carattere piccolo-borghese in questi mercanteggiamenti emerse nel modo più aperto.

 

Se Lutero, rappresentante ormai dichiarato della riforma borghese, predicava il progresso nella legalità, aveva le sue buone ragioni. Il complesso delle città era favorevole alla riforma moderata, la piccola nobiltà vi si legava sempre più, una parte dei principi l’approvava, un’altra parte era esitante. Così il suo successo sarebbe stato assicurato almeno in una grande parte della Germania. Mantenendosi sul piano di un pacifico sviluppo progressivo, anche gli altri circoli non avrebbero potuto, alla lunga, contrastare alla spinta dell’opposizione moderata. Mentre ogni sovvolgimento violento avrebbe messo sicuramente il partito moderato in conflitto con il partito più avanzato dei plebei e dei contadini, avrebbe certamente allontanato dal movimento i principi, la nobiltà e un certo numero di città e, finalmente, avrebbe limitato la chance a questa alternativa: o avanzata del partito dei plebei e dei contadini con lo scavalcamento del partito borghese, o repressione di tutto il movimento di opposizione con la restaurazione cattolica. Ora, negli ultimi anni noi abbiamo avuto sufficienti esempi del fatto che i partiti borghesi, non appena hanno conseguito una vittoria della più stretta misura, cercano sempre di barcamenarsi con la formula del progresso nella legalità, tra Scilla e Cariddi, tra la rivoluzione e la restaurazione.

 

Poiché nella situazione politica e sociale di allora i risultati di ogni mutamento dovevano necessariamente tornare a vantaggio dei principi ed accrescere la loro potenza, la riforma borghese, nella misura in cui si distaccava dagli elementi borghesi e contadini, doveva cadere sempre più sotto il controllo dei principi riformati. Lo stesso Lutero divenne sempre più il loro servo, e il popolo sapeva bene che cosa faceva, quando diceva che Lutero era diventato servitore dei principi e quando ad Orlamünde lo prese a sassate.

 

Quando scoppiò la guerra dei contadini, e specialmente nelle regioni in cui i principi e la nobiltà erano in maggioranza cattolici, Lutero cercò di prendere una posizione mediatrice. Egli attaccò decisamente i governi accusandoli di essere responsabili, con la loro politica oppressiva, della sollevazione; non erano i contadini ad opporsi, ma Dio stesso. Dall’altra parte si diceva che la sollevazione non era certo voluta da Dio ed era contro il Vangelo. Infine, consigliava i due partiti di cedere e di mettersi d’accordo.

 

Ma la sollevazione, malgrado queste bene intenzionate proposte di mediazione, si estese rapidamente, commosse persino paesi protestanti, dominati da principi, signori e città che seguivano Lutero e rapidamente sorpassò la «ragionevole» riforma borghese. Proprio nella regione più vicina a Lutero, nella Turingia, installò il suo quartiere generale la frazione più decisa degli insorti, guidata da Münzer. Ancora pochi successi e tutta la Germania sarebbe stata in fiamme, Lutero accerchiato e forse cacciato a colpi di picche come traditore, e la riforma borghese spazzata via dalla mareggiata della rivoluzione dei contadini e dei plebei. Non c’era più da riflettere. Di fronte alla rivoluzione tutte le vecchie ostilità furono dimenticate; paragonati alla masnada dei contadini, i servi dalla romana Sodoma erano degli agnelli innocenti, dei miti figli di Dio. Borghesi e principi, nobili e preti, Lutero e il papa si unirono contro la masnada assassina e brigantesca dei contadini. «Si devono sterminare, strangolare, pugnalare, occultamente e palesemente, appena possibile, come si uccide un cane rabbioso!», grida Lutero. «Perciò, miei cari signori, partite, accorrete! Appena puoi, pugnala, colpisci, sgozza e se cadrai, gloria a te! Morte più santa non potresti mai incontrare!». Nessuna falsa compassione per i contadini. Coloro che hanno pietà di quelli dei quali Dio non ha pietà, e che anzi punisce e stermina, sono alleati dei rivoltosi. Poi i contadini stessi ringrazieranno Dio se hanno dovuto sacrificare una vacca per poter tranquillamente godere dell’altra; e i principi attraverso la sedizione riconosceranno quale sia lo spirito del popolo che solo con la forza si deve governare. «Il saggio dice: cibus, onus et virga asino, i contadini hanno poco sale nella zucca. Non ascoltano le parole, sono insensati, ma devono ascoltare la verga e l’archibugio e sarà un bene per loro. Preghiamo perché ascoltino; e se no, nessuna pietà! Fate fischiare su loro solo le palle dell’archibugio, se no faranno infinitamente peggio».

 

Proprio così parlavano i nostri borghesi già socialisti e filantropi, quando il proletariato, doto le giornate di marzo, reclamava la sua parte dei frutti della vittoria.

 

Lutero aveva messo un’arma potente tra le mani del movimento plebeo, con la sua traduzione della Bibbia. Nella Bibbia egli aveva contrapposto al cristianesimo feudale dell’epoca il modesto cristianesimo dei primi secoli, alla società feudale in dissolvimento l’immagine di una società che ignorava la macchinosa ed artificiosa gerarchia feudale. E i contadini avevano usato di quest’arme in tutte le direzioni, contro principi, nobiltà, preti. Ma ora Lutero la rivolse contro di loro e dalla Bibbia trasse un ditirambo sull’autorità stabilita da Dio, come nessun leccapiatti della monarchia assoluta aveva fatto sino allora. La sovranità per grazia di Dio, l’obbedienza passiva, e perfino la schiavitù fu sanzionata dalla Bibbia. Non solo la sollevazione dei contadini, ma perfino la ribellione di Lutero stesso contro l’autorità ecclesiastica e laica fu rinnegata; non solo il movimento popolare, ma anche il movimento borghese fu tradito a vantaggio dei principi.

 

Dobbiamo richiamarci ai borghesi che di recente ci hanno dato ancora una volta degli esempi di questo rinnegamento del loro passato?

 

Opponiamo ora al riformatore borghese Lutero il rivoluzionario plebeo Münzer.

 

Tommaso Münzer nacque a Stolberg nello Harz verso l’anno 1498. Suo padre forse morì sul patibolo, vittima degli arbitri del conte di Stolberg. Aveva quindici anni, quando nella scuola di Halle fondò una lega segreta contro l’arcivescovo di Magdeburgo e la chiesa romana in genere. La sua conoscenza della teologia di allora lo condusse presto ad ottenere il grado di dottore e un posto di cappellano in un convento di monache di Halle. Qui egli trattava già i dogmi e i riti della chiesa col più grande disprezzo; nella messa tralasciava le parole della transustanziazione e, secondo ciò che dice di lui Lutero, si comunicava con le ostie non consacrate. Oggetto principale di studio erano per lui i mistici medioevali e particolarmente gli scritti chiliastici del calabrese Goacchino. Il regno millenario, il giudizio finale sulla chiesa degenerata e sul mondo corrotto che Gioacchino aveva annunziato e dipinto, sembrava a Münzer che si fossero molto avvicinati con la riforma e con la sollevazione generale di quell’epoca. Münzer predicava nella regione con molto successo. Nel 1520 andò, primo predicatore evangelico, a Zwickau. Qui egli incontrò una di quelle sette fanatiche di chiliasti che in molte regioni continuavano silenziosamente ad esistere e nascondevano dietro la loro momentanea modestia e riservatezza l’opposizione sempre più fiorente dei più bassi strati sociali contro la situazione esistente. Queste sette ora, con l’agitazione che cresceva, venivano alla luce sempre più apertamente e tenacemente. La setta che Münzer incontrò era quella degli anabattisti, alla cui testa stava Nicola Storch. Essi predicavano l’avvicinarsi del giudizio universale e del regno millenario e avevano «sembianti, estasi e lo spirito della profezia». Ben presto vennero in conflitto con il consiglio di Zwickau, e Münzer li difese, pur non alleandosi incondizionatamente con loro, ché anzi riuscì ad attrarli sotto la sua influenza. Il consiglio, però, procedette energicamente contro di loro ed essi dovettero abbandonare la città e Münzer con loro. Era la fine del 1521.

 

Münzer andò allora a Praga e qui cercò di guadagnare terreno legandosi ai resti del movimento hussita. Ma la sua professione di fede ebbe come conseguenza che egli dovette fuggire anche dalla Boemia. Nel 1522 diventò predicatore ad Allstedt in Turingia. Qui egli cominciò col riformare il culto. Ancora prima che Lutero osasse andare tanto avanti, egli abolì completamente il latino e lesse tutta quanta la Bibbia e non solamente secondo le prescrizioni, i vangeli e le epistole domenicali. Nello stesso tempo organizzò la propaganda nei dintorni. Da ogni parte il popolo accorreva a lui e presto Allstedt diventò il centro del movimento popolare anticlericale di tutta la Turingia.

 

In quel tempo Münzer era ancora anzitutto teologo e dirigeva i suoi attacchi quasi esclusivamente contro i preti. Ma invece di predicare, come già allora faceva Lutero, le calme discussioni e il pacifico progresso, continuava le vecchie prediche violente di Lutero e chiamava i principi e il popolo della Sassonia alla lotta armata contro i preti di Roma. «Dice Cristo, io non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Ma per che cosa dovete voi (i principi della Sassonia) fare uso della spada? Nient’altro che per sopprimere ed annientare i malvagi che sono di ostacolo al Vangelo, se veramente volete essere servi di Dio, Cristo ha ordinato con grande energia (Luc. 19, 27): “Prendete i miei nemici e strangolateli davanti ai miei occhi…”. Non dateci ad intendere le scipite buffonate secondo cui la potenza di Dio può fare questo senza l’aiuto della vostra spada; altrimenti essa vi si arrugginirà nella guaina. Coloro che si ergono contro la rivelazione di Dio, bisogna toglierli dalla vita senza pietà, come Isaia, Ciro, Giosia, Daniele ed Elia hanno sterminato i sacerdoti di Baal. Se no la chiesa cristiana non potrà ritornare alle sue origini. Le erbacce vanno eliminate dalla vigna di Dio all’epoca del raccolto. Dio ha detto a Mosè (5, 7): “Non dovete avere pietà degli idolatri, spezzate i loro altari, infrangete i loro idoli e bruciateli perché la mia ira non si abbatta su voi”».

 

Ma questi appelli ai principi non avevano seguito, mentre il fermento rivoluzionario nel popolo cresceva di giorno in giorno. Münzer, le cui idee diventavano sempre più nette, sempre più ardite, si separò decisamente dalla riforma borghese e da allora si mise sul piano dell’agitazione politica.

 

La sua dottrina filosofico-teologica abbracciava tutti i punti centrali, non solo del cattolicesimo, ma del cristianesimo in generale. Sotto le forme cristiane, egli insegnava un panteismo che presenta sorprendenti analogie con le concezioni speculative moderne ed in parte rasenta persino l’ateismo. Infatti egli rigettava la Bibbia come rivelazione esclusiva quanto infallibile. L’unica rivelazione, la rivelazione vivente, era per lui la ragione. E’ questa una rivelazione che è sempre esistita in tutti i popoli ed esiste ancora oggi. Contrapporre la Bibbia alla ragione, significa uccidere lo spirito con la lettera. Infatti lo spirito santo di cui parla la Bibbia, non è qualche cosa di esistente fuori di noi, lo spirito santo è propriamente la ragione. La fede non è altro che la ragione che nell’uomo diventa vita, e perciò anche i pagani poterono avere la fede. Con la fede, con la ragione l’uomo diventa vivente, l’uomo si trasforma in una creatura divina e santa. Perciò il cielo non si deve cercare nell’al di là, ma in questa vita, e il compito del fedele è quello di instaurare questo cielo, il regno di Dio, qui sulla terra. Come non c’è il cielo nell’al di là, così non c’è l’inferno, la dannazione. Quindi il diavolo non è altro che i cattivi istinti e i cattivi desideri degli uomini. Cristo è stato un uomo come noi, un profeta e un maestro, e la sua cena è semplicemente una cena commemorativa nella quale si gusta il pane e il vino senza nessuna mistica aggiunta.

 

Münzer insegnava queste dottrine per la massima parte celandole dietro quella stessa fraseologia cristiana dietro alla quale per lungo tempo si è dovuta nascondere la filosofia moderna. Ma il suo pensiero fondamentalmente eretico fa capolino qua e là dai suoi scritti ed è chiaro che egli prendeva molto meno sul serio la mascheratura biblica di quanto non facciano ai nostri tempi alcuni scolari di Hegel. Eppure tra Münzer e la filosofia moderna ci sono di mezzo tre secoli.

 

La sua dottrina politica era perfettamente aderente a questa concezione religiosa rivoluzionaria e sorpassava le condizioni sociali e politiche in cui si viveva, di tanto di quanto la sua teologia sorpassava le rappresentazioni religiose in voga nel suo tempo. Come la filosofia della religione di Münzer rasentava l’ateismo, così il suo programma politico rasentava il comunismo. Tanto che più di una setta comunista moderna, anche alla vigilia della rivoluzione di febbraio, non poteva disporre di un arsenale teorico più ricco di quello di «Münzer» che è del secolo XIV. Questo programma, che più che una sintesi delle aspirazioni dei plebei di allora, era una geniale anticipazione delle condizioni per l’emancipazione degli elementi proletari che cominciavano appena a svilupparsi tra questi plebei, questo programma esigeva: l’immediata instaurazione sulla terra del regno di Dio, del regno di Dio delle profezie millenaristiche, attraverso il ritorno della chiesa alla sua origine e l’eliminazione di tutte le istituzioni che erano in contraddizione con questa chiesa che in apparenza era la primitiva chiesa cristiana, ma in realtà era assolutamente nuova. Per Münzer il regno di Dio è un’organizzazione della società in cui non ci sono più né differenze sociali, né proprietà privata, né autorità statale estranea e indipendente, contrapposta ai membri della società. Tutte quante le autorità vigenti, che non volessero adattarsi e unirsi alla rivoluzione dovevano essere rovesciate, e si dovevano instaurare la comunanza delle attività e dei beni e la più completa eguaglianza. Per attuare tutto questo si doveva fondare un’unione che abbracciasse non solo tutta la Germania, ma tutta li cristianità. I principi e i signori dovevano essere invitati ad aderire e, in caso contrario, alla prima occasione, l’unione, armi alla mano, li doveva rovesciare o uccidere.

 

Münzer si diede subito da fare per organizzare questa unione. Le sue prediche assunsero un carattere rivoluzionario sempre più accanito. Oltre ad attaccare i preti, con eguale passione tuonava contro i principi, la nobiltà, il patriziato e dipingeva con i colori più accesi l’oppressione che vigeva e, in contrasto con essa, il quadro fantastico del regno millenario della eguaglianza sociale repubblicana. Frattanto pubblicava un opuscolo rivoluzionario dopo l’altro e spediva emissari in tutte le direzioni, mentre egli stesso ad Allstedt e nei dintorni organizzava l’unione.

 

Il primo frutto di questa propaganda fu la distruzione della cappella di Maria a Mellerbach presso Allstedt, giusta le parole della scrittura: «Voi dovete spezzare i loro altari, infrangere le loro colonne e bruciare con le fiamme i loro idoli, poiché voi siete un popolo santo» (Deut. 7, 6). I principi della Sassonia vennero personalmente ad Allstedt per sedare il tumulto e convocarono Münzer al castello. Ma qui egli tenne una predica quale essi non erano abituati a sentire da Lutero, che Münzer chiamava «la pasta frolla di Wittenberg». Egli predicava la necessità di uccidere i superiori empi, specialmente preti e monaci, che il Vangelo tratta da eretici, e per questo si richiamava al nuovo testamento. Gli empi non hanno diritto di vivere se non per grazia degli eletti. Se i principi non stermineranno gli empi, Dio toglierà loro la spada, perché la potenza della spada appartiene all’intera comunità. La sentina di ogni usura, di ogni ladreria, di ogni brigantaggio sono i principi e i signori: essi si appropriano di tutte le creature, dei pesci del mare, degli uccelli dell’aria, dei frutti della terra. E son proprio loro a predicare ai poveri il comandamento «non rubare», mentre assi arraffano dove trovano, scorticano e grattano il contadino e l’artigiano e, se questo fa un minimo gesto minaccioso, lo impiccano e il dottor Lügner[7] approva tutto questo con un amen. «Proprio i signori sono responsabili del fatto che i poveri diventino loro nemici. Se non vogliono sopprimere la causa della sedizione, come pretendono che la cosa alla lunga vada bene? Oh, cari signori, che bei colpi menerà il Signore con una sbarra di ferro tra le vecchie pentole! In verità vi dico che insorgerà. Salute!» (Cfr. Zimmermann, La guerra dei contadini, II, p. 75). Münzer fece stampare la sua predica. Il suo stampatore di Allstedt fu costretto a esulare dal duca Giovanni di Sassonia, e tutti gli scritti di Münzer furono sottoposti alla censura del governo di Weimar.

 

Ma egli non osservò quest’ordine, e poco dopo nella città imperiale di Mühlhausen fece stampare uno scritto terribilmente violento in cui invitava il popolo «ad allargare ancora maggiormente la crepa perché tutto il mondo possa vedere e comprendere chi sono i nostri grandi Giovanni che ampiamente hanno fatto di Dio un omiciattolo dipinto», e conclude con queste parole: «Tutto il mondo deve sopportare un colpo molto forte; si verificherà una siffatta congiuntura che gli empi saranno rovesciati di seggio, gli umili saranno innalzati». «Tommaso Münzer dal martello» scriveva sul titolo, come motto: «Ascolta, io ho posto sulle tue labbra le mie parole perché tu sradichi e infranga, distrugga e rovesci, costruisca e pianti. Un muro di ferro si erge contro i re, i principi, i preti e contro il popolo… Combattano pure! Meravigliosa sarà la vittoria che segnerà la fine dei potenti ed empi tiranni».

 

La rottura di Münzer con Lutero e il suo partito era già da lungo tempo un fatto compiuto. Lutero aveva dovuto accettare alcune riforme della chiesa che Münzer aveva introdotte senza chiederglielo, ed osservava l’attività di Münzer con la sfiducia dispettosa del riformatore moderato verso il partito più energico, e più avanzato. Già nella primavera del 1524 Münzer aveva scritto a Melantone, questo prototipo di filisteo tisicuzzo e sedentario, che né lui né Lutero comprendevano niente del movimento. Essi cercavano di soffocare il movimento nella fedeltà alla lettera della Bibbia, e la loro dottrina era tarlata. Ecco che cosa egli diceva loro: «Cari fratelli, abbandonate le vostre attese e le vostre esitazioni; è ormai tempo, l’estate è già alla porta. Non vogliate intrattenere rapporti di amicizia con gli empi; impedite che essi rendano assolutamente inefficiente la parola di Dio. Non adulate i vostri principi, se no, voi stessi vi perderete insieme a loro. Voi dolci scribi, non vogliatemene, io non posso fare diversamente».

 

Più di una volta Lutero invitò Münzer a disputare con lui, ma questi, sempre pronto a lottare alla presenza del popolo, non aveva il minimo desiderio di lasciarsi trascinare ad una discussione teologica alla presenza del pubblico partigiano dell’università di Wittenberg. Egli non voleva «portare testimonianza dello spirito esclusivamente davanti all’alta scuola». Se Lutero era sincero doveva impiegare la sua influenza a far cessare le persecuzioni contro il suo stampatore e far revocare la censura sui suoi scritti perché la lotta potesse condursi liberamente sulla stampa.

 

Ma ora, dopo la pubblicazione dell’opuscolo rivoluzionario di Münzer di cui abbiamo parlato, Lutero si mise apertamente ad accusano. Nella Lettera a principi della Sassonia contro lo spirito di sedizione che diede alle stampe, Lutero indicava in Münzer uno strumento di Satana e chiedeva ai principi dì intervenire e di cacciare i provocatori della sedizione, poiché essi non si accontentano di predicare le loro perverse dottrine, ma invitano alla rivolta, alla resistenza armata contro l’autorità.

 

Il 1° agosto Münzer fu convocato al castello di Weimar per rispondere, alla presenza dei principi, all’accusa di mene sediziose. Contro di lui c’erano dei fatti fortemente compromettenti: si era rintracciata la sua unione segreta e si era scoperta la sua mano nelle associazioni dei minatori e dei contadini. Lo si minacciò di bando. Era appena ritornato ad Allstedt, quando venne a sapere che il duca Giorgio di Sassonia chiedeva la sua consegna; erano state intercettate delle lettere dell’unione, scritte di suo pugno, nelle quali egli incitava i sudditi di Giorgio alla resistenza armata contro i nemici del Vangelo. Se Münzer non avesse lasciato in tempo la città, il consiglio lo avrebbe consegnato al duca.

 

Frattanto, l’agitazione che andava crescendo tra i contadini e i plebei aveva reso straordinariamente facile la propaganda di Münzer. Per questa propaganda egli aveva acquistato negli anabattisti degli agenti di inestimabile valore. Questa setta, senza dogmi positivi precisi, tenuta insieme solo dalla comune opposizione a tutte le classi dominanti e dal simbolo del nuovo battesimo, asceticamente rigida nel suo tenore di vita, instancabile, fanatica e intrepida nell’agitazione, si era sempre più raggruppata intorno a Münzer. Esclusa a causa delle persecuzioni da ogni stabile residenza, essa vagava per tutta la Germania e dappertutto annunziava la nuova dottrina con la quale Münzer le aveva rese chiare le sue esigenze e le sue aspirazioni. In numero infinito gli anabattisti furono torturati, arsi o subirono altri supplizi, ma il coraggio e la fermezza di questi emissari erano incrollabili e smisurato era il successo della loro attività, nella situazione determinata dalla crescente agitazione popolare. Perciò Münzer al momento della sua fuga dalla Turingia trovò da per tutto il terreno favorevole; poteva andare dove voleva.

 

A Norimberga, dove Münzer andò dapprima, da appena un mese era stata soffocata in germe un’insurrezione di contadini. Münzer cominciò a dar vita ad un movimento clandestino di agitazione. Subito entrarono in scena degli uomini che difendevano le sue posizioni più ardite sulla non obbligatorietà della Bibbia, e sulla nullità dei sacramenti e che dichiaravano che Cristo era solamente un uomo e che il potere dell’autorità terrena è d’origine divina. «Si vede aggirarsi Satana, lo spirito di Allstedt», gridò Lutero. E Münzer fece stampare qui a Norimberga una risposta a Lutero. Lo accusava di adulare i principi e di sostenere, con la sua indecisione, il partito reazionario. Ma il popolo acquisterà la libertà e il dottor Lutero finirà come la volpe presa in trappola. Lo scritto fu fatto sequestrare dal consiglio e Münzer dovette lasciare Norimberga.

 

Attraverso la Svevia, Münzer andò ora in Alsazia e dopo in Svizzera, per far ritorno poi all’alta Selva Nera, dove già da alcuni mesi era scoppiata un’insurrezione fomentata in gran parte dai suoi emissari anabattisti. Questo viaggio di propaganda di Münzer aveva chiaramente contribuito in modo sostanziale all’organizzazione del partito del popolo, alla chiarificazione del programma, e, finalmente, alla preparazione dello scoppio dell’insurrezione dell’aprile 1525. Emerse qui in modo particolarmente chiaro la duplice attività di Münzer che si indirizzava da una parte al popolo, al quale egli parlava nel linguaggio del profetismo, che era l’unico che allora esso poteva intendere, dall’altra agli iniziati, ai quali poteva liberamente manifestare quali fossero i suoi fini precisi. Se già precedentemente in Turingia, egli aveva riunito intorno a sé, e posta alla testa dell’unione clandestina, una cerchia di gente decisa tratta non solo dal popolo, ma anche dal basso clero, qui egli diventò il centro di tutto il movimento rivoluzionario della Germania sudoccidentale. Organizzò i collegamenti tra la Sassonia e la Turingia, attraverso la Franconia o la Svevia, sino all’Alsazia e ai confini della Svizzera e annoverò, tra i suoi discepoli e i capi dell’unione, agitatori della Germania meridionale come Hubmaier a Waldshut, Corrado Grebel di Zurigo, Francesco Rabmann a Griessen, Schappler a Memmingen, Giacomo Wehe a Leipheim, il dottor Mantel a Stoccarda, in massima parte parroci rivoluzionari. Egli risiedette per lo più a Griessen sul confine del cantone di Sciaffusa e da lì percorse lo Hegau, il Klettgau ecc. Le sanguinose persecuzioni che i principi e i signori disturbati nella loro vita, intrapresero da per tutto contro questa nuova eresia plebea, contribuirono in misura non piccola a fomentare lo spirito di ribellione e a rinsaldare i legami. Così Münzer, per cinque mesi sommosse la Germania meridionale, e quando lo scoppio insurrezionale della congiura si avvicinò, ritornò in Turingia, dove volle capitanare egli stesso la sollevazione e dove lo incontreremo ancora.

 

Vedremo con quanta fedeltà il carattere e l’azione dei due capi rispecchiasse l’atteggiamento dei due partiti; vedremo come l’indecisione, la paura di fronte alla serietà del movimento, il vile servilismo di Lutero verso i principi corrispondesse precisamente alla politica ondeggiante, doppia della borghesia, e come invece l’energia e la decisione rivoluzionaria di Münzer si riscontrasse nella frazione più avanzata dei plebei e dei contadini. La differenza è solo che, mentre Lutero si accontentò di esprimere le concezioni e le aspirazioni della maggioranza della sua classe, e con ciò guadagnò una popolarità molto a buon mercato, Münzer, per contro, andò molto al di là delle concezioni e delle aspirazioni immediate dei plebei e dei contadini, e con l’élite degli elementi rivoluzionari preesistenti formò un partito che, del resto, nella misura in cui era all’altezza delle sue idee e partecipava della sua stessa energia, rimase sempre una piccola minoranza nella massa degli insorti.

 

Capitolo III

 

Circa cinquant’anni dopo la repressione del movimento hussita apparvero i primi sintomi dello spirito rivoluzionario che andava germogliando tra i contadini tedeschi.

 

Nel vescovato di Würzburg, regione già precedentemente impoverita dalla guerra degli hussiti, dal cattivo governo, dalle molteplici imposte, dai tanti balzelli, dalla discordia, dalla guerra, dagli incendi, dalle stragi, dagli imprigionamenti e simili, e continuamente sfruttata in modo vergognoso da vescovi, preti e nobili, sorse nel 1476 la prima cospirazione di contadini. Un giovane pastore e musicista, Giovanni Böheim di Niklashausen, detto anche il Timpanista o Giannetto dal Piffero, fece improvvisamente la sua comparsa a Taubergrund in veste di profeta. Egli raccontava che gli era apparsa la vergine Maria e gli aveva ordinato di bruciare il suo timpano, di non adoperarsi più per i balli e per gli altri piaceri colpevoli, e di chiamare il popolo alla penitenza. E perciò tutti dovevano allontanarsi dai propri peccati e dalle vane gioie di questo mondo, rinunziare a tutte le pompe e gli ornamenti e recarsi in pellegrinaggio alla madre di Dio di Niklashausen, per implorare il perdono dei propri peccati.

 

Già qui, in questo primo precursore del movimento, troviamo quell’ascetismo che incontriamo, con colorazione religiosa in tutte le insurrezioni medievali e, nell’età moderna, negli inizi di ogni movimento proletario. Questa ascetica rigidità di costumi, questa esigenza dell’abbandono di ogni godimento e di ogni piacere della vita, da una parte mette di fronte alle classi dominanti il principio della spartana eguaglianza e, dall’altra, rappresenta un grado intermedio necessario, senza il quale mai lo strato inferiore della società si potrebbe mettere in movimento. Infatti, per sviluppare la propria energia rivoluzionaria, per chiarire a se stesso la propria posizione di ostilità di fronte a tutti gli altri elementi della società, per concentrarsi come classe, esso deve cominciare a rigettare lontano da sé tutto ciò che possa riconciliarlo con l’ordinamento sociale vigente, e rinunciare a tutti quei piccoli piaceri che, sia pure momentaneamente, gli rendono sopportabile la sua vita di oppressione e che non possono essergli strappati neppure dalla più dura oppressione. Questo ascetismo plebeo e proletario si distingue radicalmente sia per la sua forma fieramente fanatica che per il suo contenuto, dall’ascetismo borghese quale è predicato dalla borghese morale luterana e dai puritani inglesi (in modo diversissimo degli indipendenti e delle sette più avanzate) il cui segreto consiste nello spirito borghese di risparmio. Del resto si intende che questo ascetismo plebeo-proletario perde il suo carattere rivoluzionario nella misura in cui, da una parte, lo sviluppo delle moderne forze produttive aumenta all’infinito gli oggetti di cui si può fruire e rende perciò superflua l’eguaglianza spartana e, dall’altra, la posizione del proletariato e, con ciò, il proletariato stesso diventa sempre più rivoluzionario. Questo ascetismo scompare allora man mano dalla massa e si rifugia tra i settari che si ostinano a praticarlo, o direttamente, nella forma dalla tirchieria borghese, o indirettamente, nella forma di un moralismo pomposo, che in pratica si riduce di nuovo ad una spilorceria piccolo-borghese o artigianesca. La massa del proletariato ha tanto poco bisogno che le si predichi la rinunzia, in quanto non ha quasi niente a cui ancora possa rinunziare.

 

La predicazione di penitenza di Giannetto dal Piffero ebbe grande risonanza. Tutti i profeti dell’insurrezione sono sempre partiti da qui, e infatti solo uno sforzo violento, solo una improvvisa rinunzia a tutto quanto l’abituale tenore della sua vita, poteva mettere in movimento questa stirpe di contadini, sparpagliata, disseminata, cresciuta nella più cieca sottomissione. I pellegrinaggi a Niklashausen ebbero inizio e subito si propagarono e quanto più in massa il popolo vi affluiva, tanto più apertamente il giovane ribelle manifestava il suo piano. La Madre di Dio di Niklashausen gli aveva rivelato — egli predicava — che da ora in avanti non ci dovevano essere né imperatori, né principi, né papa, e neppure autorità ecclesiastica o laica: ognuno doveva essere fratello dell’altro, guadagnarsi il pane col lavoro delle sue mani e nessuno doveva possedere più degli altri. Tutti i censi, le tasse, le gabelle, le imposte e gli altri tributi e prestazioni dovevano essere abolite in perpetuo, e boschi, acque e pascoli dappertutto dovevano essere liberi.

 

Il popolo accolse con gioia questo nuovo evangelo. Rapidamente la fama del profeta «del messaggio di Nostra Signora» si diffuse sino nelle più lontane contrade: dall’Odenwald, dal Meno, dal Kocher, dal Jaxt, dalla Baviera, dalla Svevia e dal Reno grandi folle di pellegrini accorrevano a lui. Si raccontavano i miracoli che avrebbe fatto, si inginocchiavano davanti a lui come davanti a un santo, e lo si venerava come un santo, si dividevano i brandelli della sua cappa come se fossero reliquie o amuleti. Invano i preti intervennero contro di lui, presentarono le sue visioni come inganni diabolici, i suoi miracoli come trufferie infernali. La massa dei suoi fedeli crebbe spaventosamente, la setta rivoluzionaria si organizzò, le prediche domenicali del pastore ribelle richiamarono a Niklashausen raccolte di 40.000 persone e oltre.

 

Per vari mesi Giannetto predicò alle masse; ma non aveva l’intenzione di fermarsi alla predicazione, e si teneva in segreto contatto col parroco di Niklashausen e con due cavalieri, Kunz di Thunfeld e suo figlio che seguivano la nuova dottrina, che dovevano esser i capi militari della progettata insurrezione. Finalmente, la domenica prima di San Ciliano, la sua forza gli sembrò sufficiente e diede il segnale. «E ora» egli disse a conclusione della sua predica, «andate e ponderate che cosa vi ha annunziato la santissima Madre di Dio. Sabato prossimo lasciate a casa le donne, i fanciulli e i vecchi e ritornate a Niklashausen, voi uomini, il giorno di Santa Margherita, che è sabato prossimo. E portate con voi fratelli ed amici quanti più potete. Ma non venite col vostro bastone di pellegrini. Venite armati. In una mano il cero, nell’altra la spada o la picca o l’alabarda. E la santa vergine vi annunzierà che cosa vuole che voi facciate».

 

Ma prima che i contadini arrivassero in massa, i cavalieri del vescovo avevano, nottetempo, rapito il profeta dell’insurrezione e lo avevano rinchiuso nel castello di Würzburg. Il giorno stabilito convennero circa 34.000 contadini armati, ma questa notizia ebbe su loro un effetto demoralizzante. La maggior parte si disperse; quelli che più erano legati a lui raggrupparono circa 16.000 uomini e, sotto la guida di Kunz di Thunfeld e di suo figlio Michele, mossero al castello. Il vescovo, con promesse, li persuase a ritirarsi, ma avevano appena cominciato a disperdersi, quando furono attaccati dai cavalieri del vescovo e parecchi furono fatti prigionieri. Due di essi furono decapitati e Giannetto dal Piffero fu bruciato vivo. Kunz di Thunfeld fuggì e non poté rientrare che con la rinunzia a tutti i suoi beni a favore del vescovado. I pellegrinaggi a Niklashausen durarono ancora per qualche tempo, ma poi furono interdetti.

 

Dopo questo primo tentativo, la Germania rimase tranquilla per lungo tempo. Solo dopo il 1490 cominciarono nuove insurrezioni e congiure dei contadini.

 

Tralasciamo la rivolta dei contadini olandesi del 1491 e 1492, che fu repressa dal duca Alberto di Sassonia nella battaglia di Heemskerk, la sollevazione dei contadini dell’abbazia di Kempten avvenuta nello stesso anno e la rivolta avvenuta nella Frisia nel 1497 sotto la guida di Syaard Aylva e repressa anch’essa dal duca Alberto di Sassonia. Queste sollevazioni da una parte sono troppo lontane dal teatro della guerra dei contadini vera e propria, dall’altra sono lotte di contadini sino allora liberi contro il tentativo di sottometterli al feudalesimo. E passiamo subito alle due grandi congiure che la guerra dei contadini preparò: quella del Bundschuh e quella del Povero Corrado.

 

La medesima carestia che aveva provocato la sollevazione dei contadini nei Paesi Bassi fece sorgere in Alsazia, nel 1493, una lega segreta di contadini e di plebei cui aderirono anche elementi appartenenti alla semplice opposizione borghese con la quale simpatizzò anche una parte della piccola nobiltà. Le sedi della lega erano nelle regioni di Schlettstadt, di Sulz, di Dambach, di Rossheim, di Scherweiler ecc. I cospiratori domandavano la spoliazione e lo sterminio degli ebrei, i cui usurai, allora come ora, spogliavano i contadini alsaziani; la proclamazione di un anno giubilare nel quale tutti i debiti dovessero cadere in prescrizione; la soppressione delle dogane e degli altri carichi fiscali; l’abolizione del foro ecclesiastico e di Rottweil (imperiale); il diritto di votare le imposte; la riduzione delle prebende dei preti a non più di 50 o 60 fiorini; l’abolizione della confessione auricolare e il diritto per ogni comunità ad un proprio tribunale elettivo. Il piano dei cospiratori era, non appena fossero abbastanza forti, di irrompere nella cittadella di Schlettstadt, di confiscare le casse conventuali e cittadine, e da qui fare insorgere tutta l’Alsazia. Il vessillo della lega che doveva essere spiegato nel momento dell’insurrezione, recava una scarpa da contadino con delle lunghe stringhe, il cosiddetto Bundschuh che da allora diede il nome e il simbolo alle cospirazioni dei contadini nei 20 anni che seguirono.

 

I congiurati erano soliti riunirsi di notte sul solitario monte Hungerberg. L’ammissione nella lega avveniva con un cerimoniale misteriosissimo e con terribili minacce di castighi contro i traditori. Ma tuttavia la cosa si riseppe e proprio quando doveva essere condotto l’attacco contro Schlettstadt nella settimana santa del 1493. Le autorità intervennero prontamente, molti cospiratori furono catturati e torturati, e, in parte, furono squartati o decapitati, in parte mutilati delle dita o delle mani e banditi dal paese. Un gran numero fuggì in Svizzera.

 

Ma il Bundschuh non fu affatto annientato da questi primi colpi. Al contrario, continuò ad esistere clandestinamente, e i molti che, dispersi, si rifugiarono in Svizzera e nella Germania meridionale divennero altrettanti emissari, che incontrando dappertutto la medesima oppressione e la medesima propensione alla rivolta, diffusero la lega in tutto il territorio dell’odierno Baden. La tenacia e la fermezza con cui i contadini della Germania meridionale dal 1493 cospirarono per trent’anni, con cui superarono tutti gli ostacoli che la loro maniera di vivere sparpagliati per la campagna frapponeva ad una grande unione centralizzata e, dopo innumerevoli colpi, sconfitte, supplizi di capi, ritornarono ancora a cospirare, sino a che alla fine si presentò l’occasione per una sollevazione in massa; tutto questo è degno della più grande ammirazione.

 

Nel 1502, nel vescovato di Spira, che allora abbracciava anche il territorio di Bruchsal, apparvero i primi segni di un movimento clandestino tra i contadini. Il Bundschuh si era qui riorganizzato efficientemente e con grande successo. Circa 7.000 uomini facevano parte della lega il cui centro era a Untergrombach tra Bruchsal e Weingarten, e le cui ramificazioni si estendevano a sud del Reno sino al Meno e a nord del Reno sino al margraviato di Baden. Ecco il contenuto dei suoi articoli: non devono più essere pagati balzelli, decime, imposte o dogane, né ai principi, né alla nobiltà, né ai preti. La servitù della gleba deve essere abolita. I beni conventuali e gli altri beni ecclesiastici devono essere incamerati e distribuiti al popolo. Non può più essere riconosciuta altra sovranità all’infuori di quella dell’imperatore.

 

Qui per la prima volta troviamo espresse dai contadini le due esigenze, della secolarizzazione dei beni ecclesiastici a vantaggio del popolo e dell’unità e indivisibilità della monarchia tedesca. Queste due esigenze da questo momento si presenteranno regolarmente nella frazione più avanzata dei contadini e dei plebei, sino a che Tommaso Münzer convertirà la divisione dei beni ecclesiastici nella loro confisca a vantaggio della proprietà comune dei beni e l’impero uno e indivisibile nella repubblica.

 

Il rinnovato Bundschuh ebbe, come il vecchio, il suo luogo clandestino di riunione, il suo giuramento di segretezza, le sue cerimonie di iniziazione, e la sua bandiera con la scritta: «Nient’altro che la giustizia di Dio». Il piano di azione era simile a quello alsaziano: doveva farsi irruzione a Bruchsal, dove la maggioranza degli abitanti era nella lega, organizzarvi un esercito della lega, ed inviarlo, come centro mobile di raccolta, nei principati circostanti.

 

Il piano fu svelato da un ecclesiastico al quale lo aveva confessato un congiurato. Subito i governi presero le contromisure. Quanto fossero estese le ramificazioni della lega, si vede dal terrore che colpì i vari stati imperiali dell’Alsazia e la lega sveva. Si raccolsero truppe e si fecero degli arresti in massa. L’imperatore Massimiliano, «l’ultimo cavaliere», pubblicò le più sanguinarie ordinanze per la punizione dell’inaudita intraprendenza dei contadini. Qua e là ci furono ammassamenti di bande di contadini e resistenze armate, ma le schiere smembrate dei contadini non tennero a lungo. Alcuni dei cospiratori furono giustiziati, altri fuggirono; ma pure, il segreto fu mantenuto così rigidamente che i più, e perfino il capo, poterono restare completamente indisturbati sia nei loro posti sia nei paesi dei signori vicini.

 

Dopo questa nuova disfatta le lotte delle classi ebbero un lungo periodo di tregua apparente. Ma sottomano si continuava a lavorare. Già nei primi anni del secolo decimosesto si costituì in aperto collegamento con i membri del Bundschuh che erano stati sbaragliati, il Povero Corrado e nella Selva Nera il Bundschuh continuò ad esistere in piccoli circoli, sino a che, dieci anni dopo, un energico capo dei contadini riuscì a riannodare in una grande cospirazione le singole fila. Entrambe queste cospirazioni vennero alla luce del giorno a breve intervallo l’una dall’altra negli anni 1513-1515, anni agitati, nei quali, contemporaneamente, i contadini svizzeri, ungheresi e sloveni, fecero una serie di notevoli insurrezioni.

 

Il riorganizzatore del Bundschuh dell’alta Renania fu Joss Fritz di Untergrombach, esule della congiura del 1502, vecchio soldato e carattere eminente da ogni punto di vista. Dopo la sua fuga egli aveva dimorato in varie località, tra il lago di Costanza e la Selva Nera, e finalmente si era stabilito a Lehen, nei pressi di Friburgo in Brisgovia, dove era anche diventato guardia forestale.

 

Gli atti dell’istruttoria contengono interessanti dettagli sul modo con cui egli riorganizzò i collegamenti e seppe penetrare tra la gente più diversa. Col suo talento diplomatico, con la sua costanza instancabile, questo prototipo di cospiratore riuscì a fare entrare nella lega gente appartenente alle classi più diverse: cavalieri, preti, borghesi, plebei e contadini, e sembra quasi certo che riuscì ad organizzare gradi diversi della cospirazione più o meno nettamente distinti. Tutti gli elementi che potevano essere impiegati furono da lui utilizzati con la maggiore circospezione e la maggiore abilità. Oltre gli emissari sperimentali che percorrevano il paese nei più vari travestimenti, furono impiegati, per missioni di minor conto, i vagabondi e gli accattoni. Joss era in diretto contatto con i re dei mendicanti e, per loro mezzo, aveva tra le mani tutta la numerosa popolazione dei mendicanti. Questi re dei mendicanti ebbero un ruolo importante nella sua congiura. C’erano tra loro figure originalissime: uno andava in giro con una fanciulla e, prendendo a pretesto i piedi piagati, chiedeva l’elemosina. Portava sul cappello più di otto insegne: i quattordici salvatori, S. Ottilia, la Madonna e così via, e aggiungeva a questo una lunga barba rossa e un bastone nodoso con un pugnale e un pungiglione. Un altro, che questuava in nome di S. Valentino, andava vendendo droghe e semi vermifughi, portava un vestito color ferro, un berretto rosso con, attaccatovi, il bambino di Trento, una daga al fianco e molti coltelli, oltre ad un pugnale nella cintura. Altri avevano delle ferite tenute aperte ad arte e, similmente, stravaganti costumi. Ce n’erano almeno dieci. Per il compenso di 2.000 fiorini essi dovevano attizzare il fuoco contemporaneamente in Alsazia, nel margraviato di Baden e nel Breisgau, e, con almeno 2.000 dei loro uomini, nel giorno della sagra di Saverna a Rosen, mettersi sotto il comando di Giorgio Schneider, ex capitano dei lanzichenecchi, e impadronirsi della città. Tra i membri ordinari della lega fu stabilito un servizio di staffette; Joss Fritz e il suo emissario in capo, Stoffel di Friburgo, cavalcavano continuamente da una località ad un’altra e di notte passavano in rivista le nuove reclute. Gli atti dell’istruttoria ci danno testimonianze sufficienti sulla diffusione della lega nell’Alta Renania e nella Selva Nera; essi contengono un numero infinito di nomi di membri della lega delle località più diverse della regione, oltre ai contrassegni di essi.

 

La maggior parte erano garzoni, e c’erano poi contadini e pastori, alcuni nobili, preti (lo stesso prete di Lehen) e lanzichenecchi licenziati dal servizio. Si vede già da questa composizione il carattere di maggiore ampiezza che il Bundschuh aveva assunto sotto Joss Fritz; l’elemento plebeo della città cominciò a farsi sentire sempre più. Le ramificazioni della congiura si estendevano per tutta l’Alsazia, l’odierno Baden, sino al Württemberg e al Meno.

 

Di tempo in tempo si tenevano delle assemblee più larghe su montagne fuori di mano, sul Kniebis ecc. e vi si trattavano questioni riguardanti il Bundschuh. I convegni dei capi, ai quali assistevano spesso sia i membri del luogo che i delegati delle località più lontane, avvenivano sulla Hartmatte presso Lehen; e qui furono anche approvati i quattordici articoli della lega. Nessun signore oltre l’imperatore e (secondo alcuni) il papa; soppressione del tribunale imperiale di Rottweil; limitazione della competenza del tribunale ecclesiastico agli affari ecclesiastici; abolizione di tutti gli interessi che siano stati pagati sino alla concorrenza col capitale; tasso di interesse non superiore al 5 %; libertà di caccia, di pesca, di pascolo e di legnatico; limitazione delle prebende dei preti ad una sola; confisca dei beni ecclesiastici e dei preziosi dei conventi a vantaggio della cassa della lega per le spese di guerra; soppressione di tutti i balzelli e le dogane non votate; pace perpetua in tutta la cristianità; energico intervento contro tutti gli avversari della lega; imposta per la lega; occupazione di una cittadella — Friburgo — quale centro della lega; apertura di trattative con l’imperatore non appena si fossero riunite le schiere della lega, e con la Svizzera, nel caso che l’imperatore ricusasse. Questi furono i punti convenuti. Si vede da essi come da una parte le aspirazioni dei contadini e dei plebei prendessero una forma sempre più precisa e consistente e, dall’altra, dovessero farsi delle concessioni, nella stessa misura, ai moderati e ai pavidi.

 

L’insurrezione doveva aver luogo verso l’autunno del 1513. Mancava solo la bandiera della lega, e per farla dipingere Joss andò a Heilbronn. Essa recava, oltre ad emblemi ed immagini di ogni genere, la scarpa dal legaccio e la scritta: «Signore, sostieni la tua divina giustizia». Ma mentre egli era in viaggio, fu fatto un tentativo prematuro di prendere di sorpresa Friburgo e fu scoperto prima dell’azione. Alcune indiscrezioni della propaganda misero sulle tracce il consiglio di Strasburgo e il margravio del Baden, inoltre il tradimento di due congiurati completò la serie delle rivelazioni. Subito il margravio, il consiglio di Friburgo e il governo imperiale mandarono ad Ensisheim i loro birri e i loro soldati. Un certo numero di membri della lega furono presi, torturati e giustiziati, ma anche questa volta la maggior parte, e segnatamente Joss Fritz, fuggirono. I governi svizzeri perseguirono questa volta i fuggiaschi con maggiore severità e perfino ne giustiziarono molti. Ma essi non poterono, precisamente come i loro vicini, impedire che la massima parte dei fuggiaschi rimanesse nelle vicinanze delle località dove avevano vissuto sino allora e perfino che vi facesse ritorno a poco a poco. Più di tutti infierì il governo alsaziano ad Ensisheim: per suo ordine moltissimi furono decapitati, arrotati e squartati. Joss Fritz si tenne per lo più sulla riva svizzera del Reno, ma si recò spesso nella Selva Nera senza che mai potessero catturano.

 

Perché questa volta gli svizzeri si unissero ai governi dei loro vicini contro i leghisti, è spiegato dall’insurrezione dei contadini, che l’anno dopo (1514), scoppiò a Berna, Solothurn e Lucerna ed ebbe, come conseguenza, l’epurazione dei governi aristocratici e del patriziato in genere; inoltre, i contadini acquisirono alcuni privilegi. Se queste sollevazioni locali svizzere riuscirono, ciò si dovette semplicemente al fatto che in Svizzera l’accentramento era molto minore che in Germania. Con i loro signori locali i contadini se la sbrigarono da per tutto anche nel 1525, ma soggiacquero alla massa organizzata degli eserciti dei principi, e proprio questa in Svizzera non esisteva.

 

Contemporaneamente al Bundschuh nel Baden, e evidentemente in collegamento con esso, era sorta nel Württemberg una seconda cospirazione. La sua esistenza è documentata già dal 1503, ma poiché il nome del Bundschuh dopo la dispersione dei congiurati di Untergrombach era diventato pericoloso, essa prese il nome di Povero Corrado. La sua sede centrale era la valle del Rems ai piedi del monte Hohenstaufen. La spietata oppressione del governo di Ulrico e una serie di anni di fame, che potentemente contribuirono allo scoppio delle insurrezioni degli anni 1513-1514, avevano accresciuto il numero degli aderenti alla lega. Le nuove imposte sul vino, la carne e il pane e un’imposta sul capitale di un centesimo all’anno per ogni fiorino provocarono l’esplosione del movimento. Ci si doveva impadronire subito della città di Schorndorf, dove i capi del complotto convenivano in casa del coltellinaio Gasparre Pregizer. L’insurrezione scoppiò nella primavera del 1514. In 3.000, secondo altri in 5.000, i contadini si presentarono davanti alla città, ma furono indotti a ritirarsi dalle lusinghiere promesse degli ufficiali ducali. Il duca Ulrico accorse con ottanta cavalieri, dopo aver promesso la revoca della nuova imposta e, in seguito a questa promessa, trovò tutto tranquillo. Egli promise anche di convocare una dieta per fare esaminare le loro lagnanze. Ma i capi della lega sapevano bene che Ulrico non aveva altro progetto che tenere il popolo tranquillo sino a che avesse radunate a sua disposizione truppe sufficienti per poter mancare alla sua parola e ristabilire con la forza le imposte. Perciò, dalla casa di Gasparre Pregizer, la «cancelleria del Povero Corrado», essi lanciarono il progetto di un congresso della lega che fu popolarizzato da emissari partiti in tutte le direzioni. Il successo della prima sollevazione nella valle del Rems aveva dato incremento dappertutto al movimento tra il popolo; e perciò le lettere e gli emissari trovarono in ogni dove il terreno favorevole e da ogni parte del Württemberg furono mandati delegati al congresso che si tenne ad Untertürkheim il 28 di maggio. Fu stabilito di continuare l’agitazione senza tregua, alla prima occasione iniziare l’agitazione nella valle del Rems, per diffonderla da lì in tutto il paese.

 

Mentre Bantelhans di Dettingen, vecchio soldato, e Singerhans di Würtingen, ragguardevole contadino, inducevano l’alta Svevia ad aderire alla lega, da tutte le parti scoppiava l’insurrezione.

 

E’ vero che Singerhans fu assalito e fatto prigioniero, ma le città di Backnang, di Winnenden, di Markgrönningen caddero nelle mani dei contadini uniti ai plebei, e tutta la regione da Weinsberg sino a Blaubeuren e da lì sino ai confini del Baden fu in piena insurrezione. Ulrico dovette cedere. Ma, mentre convocava la dieta per il 25 giugno, scriveva, contemporaneamente, ai principi e alle città libere delle vicinanze per chiedere aiuti contro l’insurrezione che, a suo dire, metteva in pericolo tutti i principi, le autorità e le notabilità dell’impero e «aveva un’aria singolare da Bundschuh».

 

Frattanto già il 18 giugno si riuniva a Stoccarda la dieta, cioè i deputati delle città e molti delegati dei contadini che chiedevano di sedervi. I prelati non c’erano, i cavalieri non erano stati invitati. L’opposizione cittadina di Stoccarda, e due schiere di contadini che accampavano minacciose nelle vicinanze, a Leonberg e nella valle del Rems, appoggiavano le aspirazioni dei contadini. I loro delegati furono ammessi e fu deciso di destituire e punire i tre odiati consiglieri del duca, Lamparter, Thumb e Lorcher, di aggregare al duca un consiglio composto di quattro cavalieri, quattro borghesi e quattro contadini, di approvare per lui una lista civile e di confiscare a profitto del tesoro dello stato i beni dei conventi e dei capitoli.

 

A queste decisioni rivoluzionarie il duca Ulrico oppose un colpo di stato. Il 21 di giugno si recò a cavallo, insieme ai suoi cavalieri e ai suoi consiglieri, a Tubinga, dove lo seguirono anche i prelati, ordinò parimenti alla borghesia di seguirlo colà, cosa che essa fece, e lì continuò la dieta senza i contadini. I borghesi tradirono, spinti dal terrorismo militare, i loro alleati, i contadini. L’8 luglio fu concluso l’accordo di Tubinga, il quale imponeva al paese circa un milione di debiti del duca, al duca alcune restrizioni, che egli, del resto, non osservò mai, e pasceva i contadini di poche frasi prolisse generiche e di una legge penale molto positiva contro la sollevazione e le leghe. Di rappresentanza dei contadini nella dieta, naturalmente non si parlò più. Le popolazioni delle campagne gridarono al tradimento, ma poiché il duca, dopo che i suoi debiti furono assunti dagli stati, aveva di nuovo credito, levò subito truppe, e anche i suoi vicini, particolarmente l’elettore del Palatinato, mandarono di rincalzo le loro. Così sin dalla fine di luglio l’accordo di Tubinga fu accettato da tutto il paese e fu prestato il nuovo giuramento di vassallaggio. Solo nella valle del Rems, il Povero Corrado opponeva resistenza. Il duca che vi si recò personalmente, per poco non fu ucciso. I contadini organizzarono un accampamento sul monte Kappel. Ma poiché la cosa andava per le lunghe, la maggior parte degli insorti tornarono a disperdersi a causa della mancanza di mezzi di sussistenza, e il resto se ne tornò a casa in seguito ad un ambiguo accordo concluso con alcuni deputati della dieta. Ulrico, il cui esercito si era frattanto rafforzato con le truppe fornite volontariamente dalle città, le quali, dopo il conseguimento delle loro aspirazioni, si volsero fanaticamente contro i contadini piombò ora nella valle del Rems e ne saccheggiò le città e i villaggi. Mille e seicento contadini furono catturati, di essi sedici furono decapitati sull’istante, e gli altri condannati a gravi pene pecuniarie a favore della cassa di Ulrico. Molti rimasero a lungo in carcere. Contro il pericolo di un rinnovamento della lega, e contro tutte le unioni dei contadini furono emanate delle leggi penali molto severe, e la nobiltà sveva organizzò una lega speciale per la repressione di tutti i tentativi insurrezionali.

 

I capi del Povero Corrado, fortunatamente, si erano rifugiati in Svizzera, da dove, dopo alcuni anni, la maggior parte fece ritorno a casa alla spicciolata.

 

Contemporaneamente al movimento del Württemberg apparvero dei sintomi di mene del Bundschuh, in Brisgovia e nel margraviato del Baden. Nel giugno ci fu un tentativo di sollevamento a Buhl, ma fu frustrato subito dal margravio Filippo, e il capo degli insorti, Bastiano Gugel, fu catturata e decapitato a Friburgo.

 

Nello stesso anno 1514, pure in primavera, in Ungheria scoppiò una guerra di contadini su piano generale. Era stata bandita una crociata contro i turchi e, come al solito, era stata promessa la libertà ai servi della gleba e agli affrancati che si arruolavano. Se ne riunirono circa 60.000 e furono messi sotto il comando dello Székler[1] Giorgio Dòzsa, il quale si era già distinto nella guerra precedente contro i turchi e aveva guadagnato un titolo nobiliare. Ma i cavalieri e i magnati ungheresi vedevano di malocchio questa crociata che minacciava di privarli dei servi che erano loro proprietà. E così inseguirono le schiere dei contadini e riportarono indietro, con la violenza e maltrattandoli, i loro servi. Quando questo fatto si riseppe nell’esercito dei crociati, l’ira dei contadini oppressi esplose. Due dei più zelanti predicatori della crociata, Lorenzo e Barnaba, con i loro discorsi rivoluzionari fomentarono sempre più fortemente nell’esercito l’odio contro la nobiltà. Lo stesso Dòzsa condivise l’odio delle sue truppe contro la nobiltà traditrice. L’esercito crociato divenne un’armata rivoluzionaria e Dòzsa si mise alla testa di questo nuovo movimento.

 

Con i suoi contadini egli si accampò nella pianura del Ràkos presso Pest. Le ostilità furono aperte con delle contese che sorsero con gente del partito dei nobili nei villaggi circostanti e nei sobborghi di Pest. Ma ben presto si venne a delle scaramucce e si andò a finire ad un vespro siciliano per tutti i nobili che cadevano nelle mani dei contadini e all’incendio dei castelli dei dintorni. La corte minacciò, ma invano. Dopo che sotto le mura della capitale fu compiuto questo primo atto di giustizia popolare sulla nobiltà, Dòzsa passò ad operazioni su più vasta scala. Divise il suo esercito in cinque colonne; due furono mandate sui monti dell’alta Ungheria per provocare un’insurrezione generale e sterminare la nobiltà; la terza, comandata da un borghese di Pest, Szàleresi, rimase nella pianura del Ràkos per tener d’occhio la capitale; la quarta e la quinta furono condotte da Dòzsa e da suo fratello Gregorio contro Szegedin.

 

Frattanto a Pest si riuniva la nobiltà e chiamava in aiuto il voivoda di Siebenbürgen, Giovanni Zàpolya. La nobiltà, insieme con i borghesi di Budapest, dopo che Szàleresi fu passato al nemico insieme agli elementi borghesi dell’esercito dei contadini, batté e annientò il corpo che era accampato nella pianura del Ràkos. Una certa quantità di prigionieri fu giustiziata con i più orribili supplizi, gli altri furono rispediti a casa mutilati del naso e delle orecchie.

 

Dòzsa, subita una sconfitta davanti a Szegedin, mosse contro Csanàd e se ne impadronì, dopo aver battuto un esercito di parte nobiliare comandato da Bàtori Istvan e dal vescovo Ksàky ed aver esercitato sui prigionieri di guerra, tra i quali il vescovo e il tesoriere del re, Teleki, delle sanguinose rappresaglie per gli orrori da loro perpetrati sul Ràkos. A Csanàd, Dòzsa proclamò la repubblica, l’abolizione della nobiltà, l’eguaglianza generale e la sovranità del popolo. Quindi marciò su Temesvàr dove si era rinchiuso Bàtori. Ma durante l’assedio della città, che egli condusse per due mesi rafforzato da un nuovo esercito guidato da Antonio Hosszu, le due schiere dell’alta Ungheria vennero battute dalla nobiltà in varie battaglie e Giovanni Zàpolya con l’armata della Transilvania mosse di nuovo contro di lui. I contadini furono assaliti e sgominati da Zàpolya e lo stesso Dòzsa, fatto prigioniero, fu arrostito su un trono rovente e mangiato dai suoi stessi seguaci, che, solo a questa condizione, poterono avere salva la vita. I contadini che erano stati sgominati furono radunati ancora da Lorenzo e Hosszu, ma furono sconfitti di nuovo a tutti quelli che caddero nelle mani dei nemici furono impalati o impiccati. I cadaveri dei contadini pendevano a migliaia dalle forche lungo le strade o alle porte dei villaggi incendiati. Circa 60.000 caddero o furono massacrati. E la nobiltà, nella dieta che seguì, ebbe cura di far sanzionare ancora una volta la servitù della gleba come una legge del paese.

 

La sollevazione dei contadini nella «Marca Vindica» cioè nella Carinzia, nella Carnia e nella Stiria, che scoppiò in questo stesso periodo, poggiava su una cospirazione del genere di quella del Bundschuh, che, sorta nel 1503, in questa regione spogliata dalla nobiltà e dai funzionari imperiali, saccheggiata dagli attacchi dei turchi e tormentata dalla fame, aveva già al suo attivo una sollevazione. Tanto i contadini sloveni che i contadini tedeschi di questa regione già nel 1513 avevano inalberato la bandiera di guerra degli stara prava (antichi diritti) e, anche se in quell’anno si lasciarono ammansire ancora una volta, e nel 1514, allorché si raccolsero in maggior numero, furono indotti a sciogliersi dalla promessa esplicita dell’imperatore Massimiliano di ristabilire i loro antichi diritti, tanto più violenta, nella primavera del 1515, scoppiò la guerra di rivendicazione di un popolo continuamente ingannato. Come in Ungheria, furono devastati castelli e conventi, e giustiziati e decapitati i nobili fatti prigionieri. Nella Stiria e nella Carinzia il comandante delle truppe imperiali riuscì rapidamente a domare l’insurrezione; in Carnia essa fu repressa solo con l’attacco di Rain (autunno 1516) e con le innumerevoli atrocità austriache che ne seguirono, degne di reggere al confronto con le infamie della nobiltà ungherese.

 

Si comprende che, dopo una serie di sconfitte così decisive e dopo queste innumerevoli atrocità della nobiltà, in Germania i contadini restassero tranquilli per lunghissimo tempo. Eppure né le congiure, né le insurrezioni locali ebbero termine. Già nel 1516 la maggior parte dei fuggiaschi del Bundschuh e del Povero Corrado ritornarono nella Svevia e nell’alto Reno, e nel 1517, il Bundschuh era già in piena efficienza nella Selva Nera. Joss Fritz in persona, che ancora recava con sé la vecchia bandiera del Bundschuh del 1513 nascosta in seno, percorreva di nuovo la Selva Nera e svolgeva una grande attività. La cospirazione si riorganizzò. Come quattro anni prima, furono di nuovo indette riunioni sul Kniebis. Ma il segreto non fu mantenuto, i governi riseppero la cosa ed intervennero. Molti furono catturati e giustiziati. I membri più attivi e più intelligenti dovettero fuggire, e tra essi anche Joss Fritz, che non fu preso neanche questa volta, ma che sembra sia morto poco dopo in Svizzera perché da ora in avanti non è più nominato.

 

 

Capitolo IV

 

Nello stesso periodo in cui nella Selva Nera veniva repressa la quarta cospirazione del Bundschuh, a Wittenberg Lutero dava il segnale del movimento che doveva trascinare nel vortice tutte le classi sociali e scuotere tutto l’impero. Le tesi dell’agostiniano della Turingia appiccarono il fuoco come un fulmine in una polveriera. Le molteplici aspirazioni che si intrecciavano tra di loro, dei cavalieri e dei borghesi, dei contadini e dei plebei, dei principi che aspiravano alla sovranità e del basso clero, delle sette clandestine misticheggianti e degli scrittori dotti o burlesco-satirici dell’opposizione trovarono in esse un’espressione generale, provvisoriamente comune, intorno alla quale si raggrupparono con sorprendente rapidità. Questa alleanza di tutti gli elementi dell’opposizione, stretta in un solo istante, per quanto fosse di breve durata, rivelò bruscamente la forza spaventosa del movimento e tanto più rapidamente lo spinse avanti.

 

Ma proprio questo rapido sviluppo del movimento doveva anche far risaltare molto presto i germi del dissidio che giacevano in esso, doveva separare ancora l’uno dall’altro almeno quegli elementi costituivi della massa in fermento, i quali per la loro posizione reale, erano in diretto dissidio reciproco e riportarli alla loro normale posizione di ostilità. Questa polarizzazione della massa variopinta dell’opposizione intorno a due centri di attrazione emerse già nei primi anni della Riforma. Nobili e borghesi si raggrupparono incondizionatamente intorno a Lutero; contadini e plebei, senza vedere ancora in Lutero un nemico diretto, costituirono un partito d’opposizione rivoluzionario. Solo, ora il movimento era molto più generale e più profondo che prima di Lutero, e con ciò era posta la necessità di un antagonismo nettamente dichiarato, di una lotta diretta tra i due partiti. Questo antagonismo immediato si manifestò subito. Lutero e Münzer si combatterono pubblicamente dalla stampa e dal pulpito, del pari che gli eserciti dei principi, dei cavalieri e delle città, composti in massima parte di forze luterane o che inclinavano al luteranesimo, batterono le schiere dei contadini e dei plebei.

 

Quanto divergessero gli interessi e i bisogni dei diversi elementi che avevano accettato la riforma, lo mostrò, già prima della guerra dei contadini, il tentativo fatto dalla nobiltà di appagare le proprie esigenze contro i principi e i preti.

 

Abbiamo già visto quale fosse la posizione della nobiltà tedesca sul principio del secolo sedicesimo. Con la potenza sempre maggiormente crescente dei principi laici ed ecclesiastici, essa era in procinto di perdere la propria indipendenza. Ma nello stesso tempo vedeva che, nella misura in cui essa affondava, affondava anche il potere imperiale e l’impero si dissolveva in una quantità di principati sovrani. Per la nobiltà, il suo tramonto coincideva col tramonto della Germania come nazione. A questo si aggiungeva che la nobiltà, e particolarmente la nobiltà imperiale, era lo stato che, tanto per la sua funzione militare, quanto per la sua posizione di fronte ai principi, rappresentava specificamente l’impero e il potere imperiale. Essa era lo stato più nazionale, e tanto più era potente, quanto più era forte il potere imperiale, quanto più erano deboli e meno numerosi i principi, quanto più unita era la Germania. Da qui il risentimento generale della cavalleria per la miserevole situazione politica della Germania, per l’impotenza dell’impero verso l’estero, risentimento che cresceva nella misura in cui la casa imperiale, per via ereditaria, annetteva all’impero una provincia dopo l’altra. Da qui ancora il risentimento dei cavalieri per gli intrighi di potenze straniere nell’interno della Germania e per i complotti che i principi tedeschi ordivano con l’estero contro il potere imperiale. Le esigenze della nobiltà si compendiavano anzitutto nell’esigenza di una riforma dell’impero, alla quale dovevano essere sacrificati i principi e l’alto clero. La formulazione complessiva di queste esigenze fu intrapresa da Ulrico von Hutten, rappresentante delle teorie della nobiltà tedesca, in comunione con il suo emissario politico militare Francesco von Sickingen.

 

Hutten ha espresso molto precisamente e concepito in modo molto radicale la sua riforma dell’impero, richiesta in nome della nobiltà. Si trattava di una bagatella, come l’eliminazione dei principi, la secolarizzazione dei principati ecclesiastici e dei loro beni, l’instaurazione di una democrazia nobiliare con un monarca alla testa, come ai giorni migliori della defunta repubblica polacca. Con l’instaurazione della sovranità dei nobili, classe militaresca per eccellenza, con l’allontanamento dei principi, rappresentanti del frazionamento, con l’annientamento della potenza dei preti e con lo svincolamento della Germania dalla sovranità spirituale di Roma, Hutten e Sickingen credevano di riunificare l’impero e di renderlo di nuovo libero e potente.

 

La democrazia nobiliare, che poggia sulla servitù della gleba, quale esistette in Polonia e, in una forma alquanto modificata, nei primi secoli della conquista germanica dell’impero è una delle forme più rozze di società, e la sua più normale evoluzione porta alla gerarchia feudale nel suo più completo sviluppo; che è già una fase notevolmente superiore. Ma questa pura democrazia nobiliare era impossibile nel secolo XVI. Già era resa impossibile dal fatto che esistevano in Germania delle città importanti e potenti. D’altra parte poi era impossibile anche quell’alleanza della piccola nobiltà e delle città, che in Inghilterra aveva portato alla trasformazione della monarchia feudale in monarchia costituzionale-borghese. Infatti, in Germania la vecchia nobiltà si era mantenuta mentre in Inghilterra essa era stata sradicata dalla Guerra delle due Rose[1] a eccezione di 28 famiglie, ed era stata sostituita da una nuova nobiltà di origine borghese; in Germania continuava ad esistere la servitù della gleba e la nobiltà aveva fonti di entrate feudali, mentre in Inghilterra esse erano state quasi eliminate e il nobile era semplicemente un proprietario terriero borghese con fonte di entrate borghese: la rendita fondiaria. Finalmente, l’accentramento della monarchia assoluta, che, determinato dal conflitto tra la nobiltà e la borghesia, esisteva in Francia dal tempo di Luigi XI e si sviluppava sempre più, in Germania sarebbe stata impossibile perché qui le condizioni per l’accentramento nazionale o non esistevano affatto o erano solo in germe.

 

In questa situazione, quanto più Hutten si slanciava nella realizzazione pratica del suo ideale, tanto più concessioni doveva fare e tanto più indeterminati gli diventavano i contorni della sua riforma dell’impero. La nobiltà da sola, non era capace di portare a buon esito l’impresa; e questo prova la sua debolezza crescente di fronte ai principi. Si dovevano dunque trovare degli alleati e gli unici possibili erano le città, i contadini e gli influenti teorici del movimento della riforma. Ma le città conoscevano abbastanza la nobiltà per non fidarsi di essa o per respingere ogni legame con essa. I contadini vedevano, e con buone ragioni, nella nobiltà, che li spogliava e li maltrattava, il nemico peggiore. E i teorici erano o con i borghesi e i principi, o con i contadini. Quali promesse positive poteva fare la nobiltà ai borghesi e ai contadini, con una riforma dell’impero la quale aveva sempre, come suo fine primario, l’innalzamento della nobiltà stessa? Date queste circostanze, a Hutten non rimaneva altro nella sua propaganda, che tacere o quasi sulla futura posizione dei rapporti della nobiltà, delle città e dei contadini tra di loro; attribuiva tutto il male ai principi, ai preti e alla soggezione a Roma e dimostrava ai borghesi che il loro interesse li consigliava di mantenersi almeno neutrali nella lotta imminente tra principi e nobiltà. Della soppressione del servaggio e dei gravami che i contadini dovevano alla nobiltà, Hutten non ne faceva parola.

 

La posizione della nobiltà tedesca di fronte ai contadini in quell’epoca era uguale alla posizione della nobiltà polacca verso i propri contadini nel periodo dell’insurrezione del 1830-1846. Come per la moderna insurrezione polacca, anche allora il movimento avrebbe dovuto condursi con un’alleanza tra tutti i partiti d’opposizione e particolarmente tra la nobiltà e i contadini. Ma in entrambi i casi, proprio questa alleanza era impossibile. Infatti, né la nobiltà si trovava nella necessità di dover rinunciare a tutti i suoi privilegi politici e a tutti i suoi diritti feudali sui contadini, né i contadini rivoluzionari potevano, sulla base di prospettive generiche ed indeterminate, gettarsi in un’alleanza con la nobiltà, cioè con la classe che massimamente li opprimeva. Come nel 1830 in Polonia, così nel 1522 in Germania la nobiltà non poteva conquistare i contadini. Solo la totale eliminazione dei servi della gleba e degli affrancati e la rinunzia a tutti i privilegi feudali avrebbero potuto unire il popolo delle campagne alla nobiltà, ma la nobiltà, come tutti i ceti privilegiati, non aveva la minima voglia di rinunziare ai suoi privilegi, alla sua posizione assolutamente eccezionale e alla massima parte delle fonti delle sue entrate.

 

Ecco finalmente perché, quando la lotta scoppiò, la nobiltà si trovò sola di fronte ai principi. Era quindi da prevedere che, anche questa volta, i principi, che per due secoli avevano sempre guadagnato terreno nei suoi confronti, la dovessero schiacciare senza molta fatica.

 

Lo svolgimento della lotta è noto. Hutten e Sickingen, che erano riconosciuti già come capi militari della Germania centrale, conclusero a Landau nel 1522 una lega della durata di sei anni con la nobiltà renana, sveva e francone con fini apparenti di autodifesa. Sickingen mise insieme un esercito, in parte con mezzi propri, in parte in collegamento con i cavalieri delle vicinanze, organizzò arruolamenti e rinforzi in Franconia, nella Bassa Renania, nei Paesi Bassi e in Vestfalia e nel settembre del 1522 aperse le ostilità con una dichiarazione di guerra all’arcivescovo elettore di Treviri. Ma mentre egli era accampato davanti a Treviri, i suoi rinforzi furono fatti a pezzi da una improvvisa irruzione dei principi. Il langravio di Assia e l’elettore del Palatinato vennero in aiuto di quello di Treviri e Sickingen dovette rinchiudersi nel suo castello di Landstuhl. Malgrado tutti gli sforzi di Hutten e degli altri suoi amici, la nobiltà, sua alleata, lo lasciò in asso, spaventata dall’azione concentrica e improvvisa dei principi. E così Sickingen, ferito a morte, cedette il castello di Landstuhl e subito dopo morì. Hutten dovette rifugiarsi in Svizzera e morì pochi mesi dopo nell’isola di Ufnau nel lago di Zurigo.

 

Con questa sconfitta e con la morte dei due capi, la potenza della nobiltà, come classe indipendente dai principi, fu infranta. Da ora in poi la nobiltà agirà al servizio e sotto la direzione dei principi. La guerra dei contadini, che scoppiò subito dopo, ancor più la costrinse a porsi, direttamente o indirettamente sotto la protezione dei principi e dimostrò, nello stesso tempo, che la nobiltà tedesca preferiva continuare a sfruttare i contadini sotto la sovranità dei principi, che rovesciare i principi e i preti con una aperta alleanza con i contadini emancipati.

 

 

Capitolo V

 

Dal momento in cui la dichiarazione di guerra di Lutero contro la gerarchia cattolica mise in movimento in Germania tutti gli elementi dell’opposizione, non era passato anno senza che i contadini si facessero avanti con le loro rivendicazioni. Dal 1518 al 1523 nella Selva Nera e nell’Alta Svevia fu un succedersi senza tregua di insurrezioni locali. Queste insurrezioni presero un carattere sistematico a partire dalla primavera del 1524. Nell’aprile di quell’anno i contadini dell’abbazia di Marchtal si rifiutarono di compiere servizi e prestazioni feudali; nel maggio i contadini di San Biagio si rifiutarono di pagare i tributi inerenti al servaggio; nel giugno i contadini di Steinheim, presso Memmingen, dichiararono di non voler pagare né decime né altri tributi; nel luglio e nell’agosto insorsero i contadini di Thurgau e furono ricondotti alla calma in parte dalla mediazione degli zurighesi, in parte dalla brutalità della confederazione, che ne fece giustiziare parecchi. Finalmente, nel langraviato di Stühlingen scoppiò una insurrezione decisiva che può essere considerata come l’inizio effettivo della guerra dei contadini.

 

I contadini di Stühlingen improvvisamente rifiutarono di compiere le loro prestazioni per il langravio, si radunarono in forti schiere e il 24 ottobre del 1524 sotto la condotta di Gianni Müller von Bulgenbach, marciarono su Waldshut. Qui, in comunione con i borghesi, fondarono una fratellanza evangelica. I cittadini aderirono tanto più volentieri a questa unione, in quanto già erano in conflitto col governo dell’Alta Austria per via delle persecuzioni esercitate contro il loro predicatore Baldassarre Hubmaier, amico e discepolo di Münzer. Fu stabilito che i membri della lega pagassero una tassa di tre corone alla settimana — cifra enorme per il valore che in quel tempo aveva il denaro — furono mandati emissari in Alsazia, nella regione della Mosella, in tutta l’Alta Renania e nella Franconia, per fare entrare i contadini nella lega, e quali scopi della lega furono proclamati: l’abolizione della feudalità, la distruzione di tutti i castelli e di tutti i conventi e l’abolizione di tutti i sovrani ad eccezione dell’imperatore. La bandiera della lega fu il tricolore tedesco.

 

La sollevazione guadagnò rapidamente terreno in tutto l’attuale Alto Baden Il panico invase la nobiltà dell’Alta Svevia, poiché le sue forze militari erano impegnate in Italia, nella guerra contro Francesco I di Francia. Non le restò da fare altro che tirare in lungo le cose con delle trattative e, frattanto, scovare del denaro e arruolare truppe, sicché fosse tanto forte da poter punire i contadini per la loro temerarietà «col ferro e col fuoco, col saccheggio e la strage». Da allora ha inizio quel tradimento sistematico, quelle abituali mancanze di parola, quell’astuzia, per cui si distinse la nobiltà durante tutta la guerra dei contadini e che fu la sua arme più forte contro i contadini non uniti e male organizzati. Si intromise la lega sveva che comprendeva i principi, la nobiltà e le città imperiali della Germania sudoccidentale, ma senza garantire ai contadini delle concessioni positive. Perciò i contadini rimasero in agitazione. Gianni Müller di Bulgenbach percorse, dal 30 settembre alla metà di ottobre, tutta la Selva Nera sino a Urach e a Furtwangen, portò la sua schiera sino a 3.500 uomini e con questa si accampò a Ewatingen (non lontano da Stühlingen). La nobiltà non poteva disporre di più di 1.700 uomini e per giunta sparpagliati. Fu dunque costretta ad addivenire ad un armistizio, che fu concluso nel campo di Ewatingen. Furono promessi ai contadini un accordo amichevole, trattato direttamente dalle parti in causa o da arbitri, e un’istruttoria sui loro reclami da svolgersi nel tribunale regionale di Stockach. Così sia le truppe della nobiltà che i contadini si sciolsero.

 

I contadini si accordarono su sedici articoli la cui approvazione avrebbe dovuto essere richiesta al tribunale di Stockach. Questi articoli erano molto moderati. Abolizione del diritto di caccia, delle corvées, dei balzelli oppressivi e in generale dei privilegi signorili, protezione contro l’arresto arbitrario e contro la parzialità dei tribunali che giudicavano arbitrariamente. Le richieste non andavano più in là.

 

Invece la nobiltà, non appena i contadini furono ritornati a casa, pretese subito che riprendessero le prestazioni che erano in contesa, e ciò sino a quando il tribunale non avesse deciso. Naturalmente i contadini si rifiutarono e rinviarono i signori al tribunale. Scoppiò di nuovo il conflitto, i contadini tornarono a riunirsi e i principi e i signori concentrarono le loro truppe. Questa volta il movimento si spinse più avanti, sino a oltrepassare la Brisgovia e a penetrare profondamente nel Württemberg. Le truppe al comando di Giorgio Truchsess von Waldburg, il duca d’Alba[1] della guerra dei contadini, stavano in osservazione dei contadini, battevano qualche distaccamento isolato, ma non osavano attaccare il grosso. Giorgio Truchsess trattava con i capi dei contadini e qua e là concludeva qualche accordo.

 

Alla fine di dicembre ebbero inizio i dibattiti davanti al tribunale regionale di Stockach. I contadini protestarono perché il tribunale era composto di soli nobili. Per risposta si lesse loro una lettera di nomina imperiale. I dibattiti si protrassero a lungo e frattanto i nobili, i principi e la lega sveva si armarono. L’arciduca Ferdinando che, oltre che degli odierni paesi ereditari austriaci, era sovrano anche del Württemberg, della Selva Nera badense, e dell’Alsazia meridionale ordinò il massimo sforzo contro i contadini ribelli. Si dovevano catturare, sottoporre alla tortura, uccidere senza misericordia; si dovevano sterminare nel modo più spiccio, bruciare e devastare i loro beni e le loro sostanze, cacciare dal paese i loro figli e le loro mogli. Si vede come i principi e i signori rispettassero l’armistizio, e che cosa intendessero per amichevole mediazione e istruttoria dei reclami! L’arciduca Ferdinando cui la casa Welser di Augusta aveva prestato del danaro, armò in tutta fretta; la lega sveva impose un certo contingente di denaro e di truppe da versare in tre rate.

 

Le sollevazioni coincidono col soggiorno, durato cinque mesi, di Tommaso Münzer nell’Oberland. Non ci sono testimonianze dirette sull’influenza che egli ebbe sullo scoppio e sul corso del movimento, ma questa influenza è pienamente constatabile per via indiretta. Infatti, i contadini rivoluzionari più decisi sono suoi discepoli e rappresentano le sue idee; tutti i contemporanei attribuiscono a lui i dodici articoli come anche la lettera dei contadini dell’Oberland sui dodici articoli, malgrado almeno dei primi egli non sia l’autore. Al suo ritorno in Turingia, egli indirizzò uno scritto decisamente rivoluzionario ai contadini insorti.

 

Contemporaneamente il duca Ulrico cacciato dal Württemberg dal 1519, intrigava per rientrare, con l’aiuto dei contadini, in possesso del suo paese. E’ certo che il duca, dal momento della sua cacciata, cercò di servirsi del partito rivoluzionario e lo appoggiò costantemente. Il suo nome è implicato nella maggior parte delle agitazioni locali che ebbero luogo tra il 1520 e il 1524 nella Selva Nera e nel Württemberg, ed ora addirittura si armava per una sortita nel Württemberg, nel suo castello di Hohentwiel. Ma dai contadini egli era solo utilizzato, e non aveva su loro nessuna influenza e tanto meno godeva della loro fiducia.

 

Così passò l’inverno senza che da una parte o dall’altra si venisse a qualche cosa di decisivo. Gli eserciti dei principi stavano al coperto, mentre la sollevazione dei contadini andava guadagnando in ampiezza. Nel gennaio del 1525 tutta la regione tra il Danubio, il Reno e il Lech era in pieno fermento e nel febbraio scoppiò la tempesta.

 

Mentre la banda della Selva Nera-Hegau, al comando di Gianni Müller di Bulgenbach, cospirava con Ulrico del Württemberg e parzialmente partecipava alla sua inutile marcia su Stoccarda (febbraio e marzo 1525) nel Ried a monte di Ulma il 9 di febbraio i contadini insorgevano, si raccoglievano in un campo protetto da paludi presso Baltringen, inalberavano la bandiera rossa e formavano, sotto la condotta di Ulrico Schmid, la banda di Baltringen, forte di 10 o 12.000 uomini.

 

Il 25 febbraio la banda dell’Alto Allgäu, forte di 7.000 uomini, si raccolse sulla riva dello Schusser poiché si era sparsa la voce che le truppe muovevano contro elementi malcontenti apparsi anche in questa località. Il 26 si raccolsero e si unirono a loro anche quelli di Kempten che durante tutto l’inverno erano stati in conflitto con il loro arcivescovo. Le città di Memmingen e di Kaufbeuren si unirono anch’esse al movimento, ma condizionatamente. Anche qui si rivela già la posizione ambigua che in questa lotta assunsero le città. Il 7 di marzo, a Memmingen, furono approvati i 12 articoli detti di Memmingen, in nome di tutti i contadini dell’Alto Allgäu.

 

In seguito ad un’ambasceria dei contadini dall’Allgäu, si costituì sulle rive del lago di Costanza, la Banda del lago comandata da Gianni Eitel. Anche questa schiera si rafforzò rapidamente. Il suo quartiere generale era a Bermatingen.

 

Anche nel Basso Allgäu nella regione di Ochsenhausen e Schellenberg, nelle località di Zeil e di Waldenburg, domini del Truchsess, i contadini si sollevarono sin dai primi giorni del marzo. La schiera del Basso Allgäu, forte di 7.000 uomini, si accampò presso Wurzach.

 

Queste quattro bande accettarono gli articoli di Memmingen che, del resto, erano molto più moderati di quelli dello Hegau e nei punti che riguardavano il rapporto delle schiere armate con la nobiltà e il governo rivelavano chiaramente una notevole deficienza di energia e di risolutezza. Se la risolutezza si manifestò, fu solo nel corso della guerra, dopo che i contadini ebbero esperimentato la maniera di agire dei loro nemici.

 

Contemporaneamente a queste bande, una sesta se ne costituì sulle rive del Danubio. Da tutta quanta la regione da Ulma a Donauwörth, dalle valli dell’Iller, del Roth e del Biber i contadini vennero a Leipheim e vi stabilirono un campo. C’erano tutti gli uomini atti alle armi di 15 località e rinforzi provenienti da 117 località. Capo della Banda di Leipheim fu Ulrico Schön; cappellano ne fu il parroco di Leipheim, Giacomo Wehe.

 

Quindi, al principio di marzo, in sei campi, c’erano sotto le armi da 30 a 40.000 contadini insorti dell’Alta Svevia. Il carattere di queste schiere di contadini era molto misto. Il partito rivoluzionario – di Münzer – era da per tutto in minoranza. Tuttavia esso costituiva il nocciolo e il baluardo dei campi dei contadini. La massa dei contadini era sempre pronta ad addivenire ad un accordo con i signori, se le venivano assicurate quelle concessioni che essa sperava di estorcere col suo atteggiamento minaccioso. Inoltre, quando la cosa cominciò ad andare per le lunghe e gli eserciti dei principi si avvicinarono, questa massa si stancò di guerreggiare e quelli che avevano ancora qualche cosa da perdere per la massima parte andarono a casa. Aggiungi che alle bande si era unito in massa il sottoproletariato vagabondo, che peggiorava la disciplina, demoralizzava i contadini e se ne andava con la stessa facilità con cui era venuto. Già con questo si spiega perché sul principio le bande dei contadini rimasero dappertutto sulla difensiva e si demoralizzarono negli accampamenti e, anche a prescindere dalla loro deficienza tattica e dalla scarsezza di buoni capi, non furono in nessun modo all’altezza delle armate dei principi.

 

Mentre ancora le schiere stavano raccogliendosi, il duca Ulrico con truppe reclutate e con alcuni contadini dello Hegau, dallo Hohentwiel mosse sul Württemberg. La lega sveva sarebbe stata perduta se ora i contadini avessero attaccato dall’altro lato le truppe di Truchsess von Waldburg. Invece, dato l’atteggiamento difensivo delle schiere, a Truchsess riuscì facilmente di concludere un armistizio con i contadini di Baltringen, dell’Allgäu e del lago, ad intavolare delle trattative e a fissare per la domenica del Judica (2 aprile) il termine per il regolamento della cosa. Frattanto egli poté marciare contro il duca Ulrico, occupare Stoccarda e costringerlo, già il 17 marzo, ad abbandonare di nuovo il Württemberg. Poi si volse contro i contadini, ma nel suo esercito i lanzichenecchi si rivoltarono e si rifiutarono di marciare contro costoro; tuttavia, egli riuscì a ridurre alla calma gli ammutinati e marciò su Ulma, dove si raccoglievano nuovi rinforzi. A Kirchheim, ai piedi del Teck, lasciò un campo di osservazione.

 

La lega sveva, che finalmente aveva le mani libere, gettò la maschera e dichiarò che essa «era decisa a far fronte con le armi e con l’aiuto di Dio a tutto ciò che i contadini avrebbero osato di proprio arbitrio».

 

In questo tempo i contadini si erano rigidamente attenuti all’armistizio. Avevano redatte le loro richieste, i famosi dodici articoli, da presentare alla discussione fissata per la domenica del Judica. Essi chiedevano: eleggibilità e revocabilità del clero da parte della comunità, soppressione della piccola decima e uso della grande per fini di utilità pubblica, detrattane la congrua per il parroco, soppressione della servitù della gleba, del diritto di pesca e di caccia e della tassa di decesso, riduzione delle corvées, dei balzelli e dei fitti eccessivi, restituzione dei boschi, dei pascoli e dei privilegi sottratti con la violenza alle comunità e ai singoli. Soppressione dell’arbitrio nella giustizia e nell’amministrazione. Si vede da ciò che il partito moderato, disposto agli accordi, era ancora fortemente preponderante tra i contadini. Il partito rivoluzionario aveva redatto il suo programma già prima nella Lettera degli articoli. Era una lettera aperta a tutte le comunità contadine, che invitava ad entrare nell’«Unione e fratellanza cristiana», per l’eliminazione di tutte le oppressioni, sia con la bontà, «ciò che non facilmente è possibile», sia con la forza, e minacciava tutti i dissenzienti di «scomunica temporale», cioè di escluderli dalla società e da ogni rapporto con i membri della lega. Tutti i castelli, i conventi, i capitoli dei preti dovevano egualmente rientrare nella scomunica temporale, tranne che nobili, preti e monaci spontaneamente li lasciassero, andassero a vivere, come tutti, nelle comuni case di abitazione e aderissero alla lega cristiana. In questo manifesto radicale, che evidentemente fu redatto prima dell’insurrezione della primavera del 1525, si tratta, dunque, fondamentalmente della rivoluzione, della sconfitta delle classi ancora dominanti, e la «scomunica temporale» designa solo gli oppressori e i traditori che devono essere uccisi, i castelli che devono essere incendiati, i conventi e i capitoli che devono essere confiscati e i cui tesori devono essere convertiti in denaro.

 

Ma ancora prima che i contadini avessero la possibilità di presentare agli arbitri che erano stati convocati i loro dodici articoli, giunse la notizia che l’accordo era stato rotto dalla lega sveva e che le truppe si avvicinavano. Immediatamente essi presero le loro contromisure. Fu tenuta un’assemblea generale dei contadini dell’Allgäu, di Baltringen e del lago, a Geisbeuren. Le quattro bande furono fuse insieme e riorganizzate in nove colonne e fu stabilito che i beni ecclesiastici fossero confiscati e i preziosi venduti a vantaggio della cassa di guerra, e che i castelli fossero dati alle fiamme. Così accanto ai dodici articoli ufficiali, la lettera degli articoli diventò la regola della loro condotta di guerra e la domenica del Judica, giorno stabilito per la conclusione della pace, diventò la data della sollevazione generale.

 

L’agitazione che andava crescendo dappertutto, i continui conflitti locali tra i contadini e la nobiltà, la notizia della insurrezione che da sei mesi prendeva sempre maggiore sviluppo nella Selva Nera, e della sua diffusione sino al Danubio e al Lech, sono certo sufficienti a spiegare il rapido succedersi delle insurrezioni dei contadini in due terzi della Germania. D’altra parte, la contemporaneità di tutte queste sollevazioni prova che alla testa del movimento stavano degli uomini che lo avevano organizzato per mezzo di emissari sia anabattisti che di altro genere. Già nella seconda quindicina di marzo, dei torbidi erano scoppiati nel Württemberg, sul basso Neckar, nell’Odenwald, nella Bassa e Media Franconia; ma dovunque, il 2 di aprile, la domenica del Judica, era stato fissato come il giorno della sollevazione generale, e dovunque, il colpo decisivo, la sollevazione in massa, avvenne nella prima settimana di aprile. Anche i contadini dell’Allgäu, dello Hegau e del lago, il 1° di aprile, col suono delle campane a stormo e con assemblee in massa, chiamarono al campo tutti gli uomini atti alle armi e, contemporaneamente a quelli di Baltringen, apersero le ostilità contro i castelli e i conventi.

 

Anche in Franconia, dove il movimento si raggruppava intorno a sei centri, dappertutto la sollevazione scoppiò nei primi giorni di aprile. Presso Nördlingen in quei giorni si costituirono due campi di contadini, con l’aiuto dei quali il partito rivoluzionario della città, il cui capo era Antonio Forner, prese il potere, elesse Forner borgomastro e realizzò l’unione della città con i contadini. Nella zona di Anspach i contadini insorsero dappertutto dal 1° al 7 aprile e l’insurrezione da qui si estese sino alla Baviera. Nella zona di Rothenburg i contadini erano già in armi dal 22 marzo e in città il 27 marzo i piccoli borghesi e i plebei, guidati da Stefano di Menzingen rovesciarono il potere dei notabili; ma poiché proprio le prestazioni dei contadini costituivano l’entrata principale della città, il nuovo governo tenne anch’esso verso i contadini un atteggiamento incerto e ambiguo. Nel vescovato di Würzburg i contadini e le piccole città in genere si sollevarono al principio di aprile e nel vescovato di Bamberga l’insurrezione generale in capo a 5 giorni costrinse il vescovo a capitolare. Finalmente, nel nord, ai confini della Turingia, si costituì il forte campo di contadini di Bildhausen.

 

Nell’Odenwald, dove alla testa del partito rivoluzionario stavano un nobile già cancelliere del conte di Hohenlohe, Wendel Hipler, e un oste di Ballenberg presso Krautheim, Giorgio Metzler, la tempesta scoppiò già il 26 marzo. Da tutte le direzioni i contadini accorsero verso il Tauber. Si unirono anche 2.000 uomini del campo di Rothenburg. Giorgio Metzler prese il comando e il 4 aprile, dopo che tutti i rinforzi furono arrivati, marciò sul convento di Schönthal sul Jaxt, dove gli vennero incontro i contadini della Valle del Neckar. Questi, sotto la guida di Giacomino Rohrbach, oste di Bockingen presso Heilbronn, la domenica del Judica avevano proclamata l’insurrezione a Flein, Sontheim ecc., mentre, contemporaneamente, Wendel Hipler, con un certo numero di congiurati, si impadroriva di Oehringen e immetteva nel movimento i contadini dei dintorni. A Schönthal i dodici articoli furono accettati dalle due colonne riunite nella Banda chiara e furono organizzate delle incursioni contro castelli e conventi. La Banda chiara era forte di 8.000 uomini e aveva cannoni e 3.000 archibugi Anche Floriano Geyer, cavaliere francone, si unì ad essi e costituì la Schiera nera, corpo scelto reclutato fra la guardia mobile delle zone di Rothenburg e Oehringen.

 

Il württemburghese podestà di Neckarsulm, il conte Ludovico von Helfenstein, aperse le ostilità, facendo giustiziare senz’altro tutti i contadini che gli cadevano tra le mani. La Banda chiara mosse contro di lui. Questi macelli, come le notizie appena arrivate della sconfitta della schiera di Leipheim, della esecuzione di Giacomo Wehe e delle atrocità di Truchsess, esacerbarono i contadini. Il conte di Helfenstein, che si era rinchiuso a Weinsberg, vi fu attaccato. Il castello fu preso d’assalto la città fu conquistata da Floriano Geyer dopo lunga lotta, e il conte Ludovico fu fatto prigioniero insieme ad altri cavalieri. Il giorno dopo, 17 aprile, Giacomino Rohrbach con i più decisi della banda giudicò i prigionieri e ne condannò quattordici, il conte di Helfenstein in testa, al supplizio degli spiedi, la morte più vergognosa che potesse loro infliggere. La presa di Weinsberg e la terroristica vendetta di Giacomino sul conte di Helfenstein non mancarono di efficacia sulla nobiltà. I conti di Löwenstein entrarono nella lega dei contadini, i conti di Hohenlohe, che vi erano entrati già prima ma che non avevano ancora dato nessun aiuto, si affrettarono a mandare i cannoni e la polvere da sparo che erano stati richiesti.

 

I capi discutevano se non dovessero prendere come loro comandante Götz von Berlichingen, «poiché costui avrebbe potuto portar dalla loro parte la nobiltà». La proposta incontrò favorevole accoglienza, ma Floriano Geyer, che vedeva in questo atteggiamento dei contadini e dei capi il principio della reazione, si separò dalla banda con la sua Schiera nera e, di propria iniziativa, si diede a correre prima la regione del Neckar e poi quella di Würzburg, devastando castelli e covi di preti quanti ne incontrava sul cammino.

 

Il resto della banda marciò immediatamente su Heilbronn. In questa città libera, come quasi dovunque, di fronte ai notabili stava un’opposizione borghese ed un’opposizione rivoluzionaria. Quest’ultima, in segreta intelligenza con i contadini, già il 17 aprile, durante un tumulto, aperse le porte a G. Metzler e a Giacomino Rohrbach. I capi dei contadini, con la loro gente, presero possesso della città che fu accolta nella fratellanza e spontaneamente contribuì con 1.200 fiorini e una compagnia. Solo i beni del clero e dei cavalieri dell’ordine teutonico furono sottoposti a tributi. Il 22 i contadini si ritirarono dopo aver lasciato un piccolo corpo di occupazione. Heilbronn doveva diventare il centro delle diverse bande, le quali vi mandarono effettivamente dei delegati e discussero sulla comune azione e le comuni esigenze delle comunità contadine. Ma l’opposizione borghese e i notabili che le si erano uniti dal tempo dell’entrata dei contadini, avevano ora di nuovo la sovranità della città, ostacolavano ogni passo energico ed aspettavano solo l’avvicinarsi dell’esercito dei principi per tradire definitivamente i contadini.

 

I contadini marciarono sull’Odenwald. Il 24 aprile Götz von Berlichingen, che pochi giorni avanti aveva offerto i suoi servizi prima all’elettore del Palatinato, poi ai contadini e poi ancora all’elettore, entrò nella fratellanza evangelica e assunse l’alto comando della Banda chiara luminosa (così chiamata per contrasto con la Banda nera di Floriano Geyer). Ma qui egli era prigioniero dei contadini che, poco fidandosi di lui, lo sorvegliavano e gli avevano messo accanto un consiglio di capi, senza i quali egli non poteva far nulla. Götz e Metzler con la massa dei contadini, per la via di Buchen, marciarono su Amorbach, dove rimasero dal 30 aprile al 5 maggio e fecero insorgere tutto il territorio di Magonza. La nobiltà fu costretta dovunque ad aderire se volle risparmiare i suoi castelli. Solo i conventi furono incendiati e saccheggiati. La banda si era andata demoralizzando a vista d’occhio, i più energici erano partiti o con Floriano Geyer o con Giacomino Rohrbach: infatti anche quest’ultimo si era staccato dopo la presa di Heilbronn, perché evidentemente, egli, il giustiziere del conte di Helfenstein. non poteva più a lungo rimanere in una banda che intendeva trattare con la nobiltà. Questa insistenza per un accordo con la nobiltà costituiva già un segno di demoralizzazione. Subito dopo Wendel Hipler propose un progetto molto opportuno di riorganizzazione della banda; si dovevano assumere in servizio i lanzichenecchi che giornalmente si offrivano e la banda non doveva essere più rinnovata mensilmente, come si era fatto sino ad ora, con l’arruolamento di nuovi contingenti e il congedo dei vecchi, ma doveva essere mantenuta la truppa che si trovava sotto le armi e che in certo qual modo era già esercitata. Ma l’assemblea della comunità respinse questa proposta. I contadini ormai erano diventati tracotanti e guardavano alla guerra come ad una corsa al bottino, per cui non potevano accettare la concorrenza dei lanzichenecchi e dovevano esser padroni di tornarsene a casa quando le loro tasche fossero piene. Ad Amorbach si arrivò al punto che un consigliere di Heilbronn, Gianni Berlin, riuscì a fare approvare dai capi e dai consiglieri dei contadini la Dichiarazione dei dodici articoli, un documento in cui erano mozzate anche le ultime punte dei dodici articoli e si metteva sulle labbra ai contadini un linguaggio umilmente supplichevole. Ma questa volta la cosa era troppo forte per i contadini: con grandi urla essi rigettarono la dichiarazione e restarono fermi ai dodici articoli.

 

Frattanto nella zona di Würzburg si era giunti ad una svolta decisiva. Il vescovo, che alla prima rivolta dei contadini, al principio di aprile, si era ritirato nella fortezza di Frauenberg presso Würzburg, dopo aver scritto dappertutto chiedendo aiuto, senza ottenere nessun risultato, era stato spinto, per il momento, all’arrendevolezza. Il 2 di maggio fu aperta una dieta, nella quale erano rappresentati anche i contadini. Ma prima che si fosse potuto raggiungere qualsiasi risultato, furono intercettate delle lettere che rivelavano le mene traditrici del vescovo. La dieta si sciolse subito e cominciarono le ostilità tra i cittadini e i contadini insorti e i seguaci del vescovo. Questi, il 5 maggio, fuggì a Heidelberg. Il giorno dopo arrivò a Würzburg Floriano Geyer con la Banda nera e con lui la Banda francone del Tauber, composta di contadini di Mergentheim, di Rothenburg e di Anspach. Il 7 maggio giunse anche Götz von Berlichingen con la Banda chiara luminosa, ed ebbe inizio l’assedio della fortezza di Frauenberg.

 

Nel territorio di Limpurg e in quelli di Ellwangen e di Hall si costituì già (tra la fine di marzo e il principio di aprile) un’altra banda, quella di Gaildorf o Banda chiara comune. Essa si presentò con un atteggiamento molto violento, fece insorgere tutta la zona, incendiò castelli e conventi, e tra gli altri anche il castello di Hohenstaufen, e spinse tutti i contadini a unirsi alla sua marcia e tutti i nobili, perfino i coppieri di Limpurg, ad entrare nella fratellanza cristiana. Al principio di maggio la banda fece un’irruzione sul Württemberg, ma fu costretta a ritirarsi. Il particolarismo dei piccoli stati tedeschi non permetteva, allora come nel 1848, che i rivoluzionari di territori appartenenti a stati diversi facessero delle azioni comuni. Gli insorti di Gaildorf, ristretti in un terreno di estensione limitata, anche vinta ogni resistenza su questo terreno, necessariamente vi sarebbero rimasti chiusi. Si allearono pertanto con la città di Gmünd e si dispersero lasciando un presidio di soli 500 uomini.

 

Nel Palatinato, sulla fine di aprile si erano costituite sulle due rive del Reno delle bande di contadini. Esse devastarono molti castelli e conventi e, il 1° maggio, dopo che i contadini di Bruchrain che erano sopraggiunti, avevano già da alcuni giorni costretto Spira ad un accordo, presero Neustadt sullo Hardt. Il maresciallo di Zabern con poche truppe dell’elettore non poteva concludere niente contro i contadini insorti e così, il 10 maggio, l’elettore dovette concludere un accordo con i contadini insorti, nel quale egli garantiva che in una prossima dieta sarebbero state rimosse le cause delle loro lagnanze.

 

Nel Württemberg, l’insurrezione era scoppiata molto presto in alcune località. Sulle Alpi urachesi i contadini già in febbraio avevano costituito una lega contro i preti e i signori. Alla fine di marzo si sollevarono i contadini di Blaubeuren, di Urach, di Münsingen, di Balingen e di Rosenfeld. I contadini di Gaildorf irruppero su Göppingen, Giacomino Rohrbach su Brackenheim, e i resti della banda di Peipheim, battuta a Pfullingen, attaccarono nel territorio di Württemberg e fecero insorgere i contadini. Anche in altre regioni scoppiarono seri tumulti. Già il 6 aprile Pfullingen dovette capitolare dinanzi ai contadini. Il governo arciducale austriaco era nel più grande imbarazzo. Mancava assolutamente di denaro e aveva poche truppe. Le città e i castelli erano in pessime condizioni e non avevano né guarnigioni, né munizioni. Perfino l’Asberg era quasi indifeso.

 

Il tentativo del governo di levare truppe dalle città contro i contadini determinò la sua momentanea sconfitta. Il contingente levato a Bottwar si rifiutò di marciare, invece che su Stoccarda mosse sul Wunnenstein presso Bottwar, dove costituì il nocciolo di un campo di borghesi e contadini che rapidamente si accrebbe. Nello stesso giorno l’insurrezione scoppiò nello Zabergau; fu saccheggiato il convento di Maulbronn e furono completamente devastati un certo numero di conventi e di castelli. Rinforzi ai contadini del Gau giunsero anche dalla vicina Bruchrain.

 

Alla testa della schiera del Wunnenstein fu messo Matern Feuerbacher, consigliere di Bottwar, uno dei capi dell’opposizione borghese, ma abbastanza compromesso per essere costretto ad andare con i contadini. Tuttavia, egli continuò sempre ad essere molto moderato, impedì che la Lettera degli articoli fosse applicata ai castelli e cercò dovunque di fare da mediatore tra i contadini e la borghesia moderata. Impedì anche l’unificazione dei contadini del Württemberg e della Banda chiara luminosa e più tardi indusse parimenti i contadini di Gaildorf a ritirarsi dal Württemberg. Per via delle sue tendenze borghesi, egli, il 19 aprile, fu destituito, ma già il giorno dopo fu rieletto comandante. Era insostituibile, e perfino Giacomino Rohrbach, quando il 22 accorse con 200 uomini risoluti a rinforzare i contadini del Württemberg, non poté che lasciare Feuerbacher al suo posto e limitarsi ad esercitare una stretta sorveglianza sulle sue azioni.

 

Il 18 aprile il governo cercò di intavolare trattative con i contadini del Wunnenstein. I contadini erano fermi nell’esigere che il governo accettasse i dodici articoli, e, naturalmente i plenipotenziari non potevano addivenire alle loro richieste. Allora la banda si mise in movimento. Il 20 marzo era a Leufen, dove le offerte dei deputati del governo furono respinte per l’ultima volta. Il 22, la banda forte di 6.000 uomini, era a Bietigheim e minacciava Stoccarda. Qui la maggior parte del consiglio era fuggita e alla testa dell’amministrazione stava un comitato di borghesi. I cittadini erano divisi, come dovunque, nei partiti della notabilità, dell’opposizione borghese e dei plebei rivoluzionari. Questi ultimi, il 25 aprile, apersero le porte e la città fu subito occupata. A Stoccarda si perfezionò nel modo più completo l’organizzazione della Banda chiara cristiana, come si chiamavano ora gli insorti del Württemberg, e furono regolati completamente paghe, ripartizione di bottino, vettovagliamento ecc. Alla banda si unì una compagnia di stoccardesi comandata da Theus Gerber.

 

Il 29 aprile Feuerbacher mosse con tutta la schiera contro quelli di Gaildorf che erano penetrati nel territorio del Württemberg, a Schorndorf; conquistò alla lega tutta la regione e indusse gli insorti di Gaildorf a ritirarsi. Così egli impedì che gli elementi rivoluzionari della sua banda, alla cui testa stava Rohrbach, si rafforzassero pericolosamente con la loro fusione con gli insorti di Gaildorf, uomini che non guardavano molto per il sottile. Da Schorndorf, alla notizia che il Truchsess si avvicinava, mosse alla sua volta e si accampò a Kirchheim ai piedi del Teck.

 

Abbiamo così rappresentato il sorgere e lo svilupparsi della sollevazione in quella parte della Germania che dobbiamo considerare come il terreno di operazione del primo gruppo delle schiere dei contadini. Prima di passare agli altri gruppi (Turingia e Assia, Alsazia, Austria e le Alpi), dobbiamo dare dei ragguagli sulla campagna di Truchsess nella quale egli, prima da solo e più tardi con l’appoggio di diversi principi e città, annientò questo primo gruppo di insorti.

 

Abbiamo lasciato costui ad Ulma, dove si era recato alla fine di marzo dopo aver lasciato un corpo di osservatori al comando di Dietrich Spät. Il corpo di Giorgio, che dopo l’aggiunta dei rinforzi della lega concentrati a Ulma, non raggiungeva i 10.000 uomini di cui 7.200 fanti, era l’unico esercito disponibile per la guerra offensiva contro i contadini. I rinforzi non giunsero a Ulma che molto lentamente, in parte per la difficoltà che l’arruolamento presentava in paesi insorti, in parte per la mancanza di denaro di cui soffrivano i governi, in parte perché dovunque le poche truppe impiegate come guarnigioni delle fortezze erano più che indispensabili. Del resto abbiamo già visto quante poche truppe avessero a disposizione i principi e le città che non appartenevano alla lega sveva. Quindi tutto dipendeva dai successi che Truchsess avrebbe conseguito con l’armata che la lega aveva fornito.

 

Truchsess si volse subito contro la Banda di Baltringen, che frattanto aveva cominciato a devastare castelli e conventi nei dintorni del Ried. I contadini, che all’avvicinarsi delle truppe della lega si erano ritirati nel Ried, con una manovra aggirante furono snidati dalle paludi. Passarono allora il Danubio e si gettarono per le gole e le selve delle Alpi sveve. Ma qui, l’artiglieria e la cavalleria, forze principali dell’armata della lega, non potevano azzeccarla con loro e Truchsess desistette dall’inseguimento. Si volse allora contro gli insorti di Leipheim che stazionavano con 5.000 uomini in città, con 4.000 uomini nella valle del Mindel e con 6.000 uomini a Illertissen, sollevavano tutta quanta la regione, devastavano conventi e castelli e si preparavano a marciare su Ulma con tutte e tre le colonne. Anche qui è chiaro che una certa demoralizzazione era già penetrata tra i contadini e che aveva compromesso gravemente lo spirito militare della banda; infatti Giacomo Wehe cercò di intavolare trattative con Truchsess. Ma costui, ora che disponeva di una forza militare sufficiente, non si lasciò persuadere, e il 4 aprile attaccò a Leipheim la schiera più importante e la fece completamente a pezzi. Giacomo Wehe e Ulrico Schön, e con loro altri due capi dei contadini, furono catturati e decapitati. Leipheim capitolò e Truchsess con alcune incursioni nei dintorni sottomise tutto il distretto.

 

Una nuova ribellione dei lanzichenecchi, che invano chiedevano il diritto al saccheggio e un soprassoldo, tenne ancora inerte il Truchsess sino al 10 aprile. Poi si volse verso sud-ovest contro gli insorti di Baltringen, i quali nel frattempo avevano fatto irruzione nei suoi domini di Waldburg Zeil e Wolfegg e assediavano i suoi castelli. Anche qui egli trovò i contadini sparpagliati e l’11 e il 12 aprile li batté successivamente in combattimenti singoli, che scompigliarono del tutto anche la Banda di Baltringen. Il resto, sotto il comando del prete Floriano, si rifugiò presso la Banda del lago. Ed allora Truchsess si volse contro questa banda. La Banda del lago che frattanto non si era limitata a fare delle scorrerie, ma aveva fatto entrare nella fratellanza le città di Buchhorn (Friedrichshafen), e di Wollmatingen, il 13 tenne un grande consiglio di guerra nel convento di Salem e decise di muovere contro Truchsess. Furono subito suonate le campane a stormo e 10.000 uomini, ai quali si unirono gli sconfitti di Baltringen, si radunarono nel campo di Bermatingen. Il 15 aprile essi sostennero un combattimento favorevole contro Truchsess che non voleva metter in giuoco la sua armata, impegnandola in una battaglia decisiva, tanto più che era a conoscenza che si avvicinavano anche gli insorti dell’Allgäu e dello Hegau. E pertanto il 17 aprile a Weingarten, concluse con i contadini del lago e di Baltringen un accordo in apparenza abbastanza favorevole per loro e i contadini vi accedettero senza stare a rifletterci. Anzi, egli portò avanti la cosa in modo che anche i delegati dell’Alto e del Basso Allgäu accettarono questo accordo; dopo di che se ne partì per il Württemberg.

 

La sua astuzia lo aveva salvato da sicura fine. Se egli non fosse riuscito a raggirare questi contadini deboli, di vedute limitate, in gran parte già demoralizzati e i loro capi per lo più inetti, pavidi e corruttibili, con la sua piccola armata sarebbe rimasto chiuso tra quattro colonne forti complessivamente di almeno 25 o 30.000 uomini e sicuramente si sarebbe perduto. Ma la ristrettezza mentale dei suoi nemici, quella ristrettezza mentale che è sempre compagna inseparabile delle masse contadine, gli rese possibile liberarsi di loro proprio nel momento in cui, con un solo colpo, essi avrebbero potuto metter fine a tutta la guerra almeno per la Svevia e la Franconia. I contadini del lago tennero fede all’accordo col quale in conclusione essi rimasero naturalmente gabbati, e tale fu la loro scrupolosità che, più tardi, arrivarono perfino a prendere le armi contro i loro alleati, quelli dello Hegau. Gli insorti dell’Allgäu che erano stati coinvolti nel tradimento dei loro capi, ruppero subito l’accordo, ma frattanto Truchsess era fuori pericolo.

 

I contadini dello Hegau, sebbene non fossero stati inclusi nell’accordo di Weingarten, diedero immediatamente una nuova attestazione dell’infinita limitatezza del loro orizzonte, di quel testardo provincialismo che fu la rovina di tutta quanta la guerra dei contadini. Dopo che Truchsess invano ebbe trattato con loro e se ne fu partito alla volta del Württemberg, essi lo seguirono e rimasero costantemente sul suo fianco. Ma neanche lontanamente passò per la loro mente l’idea di unirsi alla Banda chiara cristiana del Württemberg, e certo perché, un’altra volta, quelli del Württemberg e della Valle del Neckar si erano rifiutati di venir loro in aiuto. Perciò, quando Truchsess si fu sufficientemente allontanato dal loro paese, tranquillamente se ne tornarono indietro e mossero su Friburgo.

 

Abbiamo lasciato i contadini del Württemberg mentre, sotto il comando di Matern Feuerbacher stavano a Kirchheim, ai piedi del Teck, da dove il corpo di osservatori che Truchsess aveva lasciato al comando di Dietrich Spät si era ritirato a Urach. Dopo aver fatto un vano tentativo di marciare su Urach, Feuerbacher fece una conversione su Nürtingen e scrisse, chiedendo aiuti per la battaglia decisiva, a tutte le vicine bande degli insorti. E in realtà vennero rinforzi in misura considerevole dal basso Württemberg e dal Gäu. Precisamente arrivarono, divisi in due forti bande, i contadini del Gäu e i resti della banda di Leipheim che si erano rifugiati sino nel Württemberg occidentale ed avevano fatto insorgere tutto l’Alto Neckar e la Valle del Nagold sino a Böblingen e a Leonberg, e il 5 maggio a Nürtingen si unirono a Feuerbacher. A Böblingen, Truchsess venne in contatto con le bande riunite. Il loro numero, il loro armamento e la loro posizione lo impressionarono, e allora, secondo il suo perfido metodo, intavolò trattative e concluse un armistizio con i contadini. Ma li aveva appena rassicurati in questa maniera, quando il 12 maggio, mentre ancora durava l’armistizio, li attaccò e li costrinse ad una battaglia decisiva. I contadini opposero una lunga e ostinata resistenza, ma alla fine Böblingen, per il tradimento del borgomastro, si arrese a Truchsess. L’ala sinistra dei contadini, privata con ciò del suo punto di appoggio, fu respinta e circondata. Così furono decise le sorti della battaglia. I contadini indisciplinati, in preda al disordine, ben presto furono in rotta selvaggia; quelli che non erano stati battuti o fatti prigionieri dai cavalieri della lega gettarono le armi e si affrettarono a casa. La Banda chiara cristiana, e con essa tutta l’insurrezione del Württemberg, era completamente andata in frantumi. Theus Gerber si rifugiò a Esslingen. Feuerbacher fuggì in Svizzera, Giacomino Rohrbach fu fatto prigioniero e trascinato in catene fino a Neckargartach, dove Truchsess lo fece legare ad un palo, intorno al quale fu accatastata della legna, e lo fece arrostire vivo a fuoco lento, mentre egli, sbevazzando, si godeva assieme ai suoi cavalieri questo nobile spettacolo.

 

Da Neckargartach Truchsess appoggiò, con un’irruzione nel Kraichgau, le operazioni dell’elettore del Palatinato. Costui, che frattanto aveva raccolto delle truppe, alla notizia dei successi di Truchsess, ruppe subito l’accordo con i contadini, attaccò il 23 maggio il Bruchrain, prese e incendiò Malch, dopo accanita resistenza, saccheggiò una quantità di villaggi e occupò Bruchsal. Contemporaneamente Truchsess attaccò Eppingen e fece prigioniero il capo locale del movimento, Antonio Eisenhut, che l’elettore fece subito giustiziare insieme ad un’altra dozzina di capi dei contadini. La zona di Bruchrain e il Kraichgau erano così pacificati e dovettero pagare un contributo di guerra di circa 40.000 forini. I due eserciti di Truchsess, ridotti dalle battaglie sostenute sin qui a 6.000 uomini, si unirono a quello dell’elettore (6.500 uomini) e insieme marciarono contro i contadini dell’Odenwald.

 

La notizia della disfatta di Böblingen aveva diffuso dovunque il terrore tra gli insorti. Le città libere, quante ne erano cadute tra le oppressive mani dei contadini, trassero subito un sospiro di sollievo. Heilbronn fu la prima che fece dei passi in vista di una riconciliazione con la lega sveva. Proprio a Heilbronn erano insediati la cancelleria dei contadini e i delegati delle diverse bande per deliberare le rivendicazioni che, in nome di tutti i contadini insorti, dovevano essere presentate all’imperatore e all’impero. Da questi dibattiti che dovevano portare ad un regolamento valido per tutta la Germania, emerse ancora una volta il fatto che nessuna classe da sola, neanche quella dei contadini, era ad un tal grado di sviluppo da poter rinnovare dal proprio punto di vista tutta la struttura sociale tedesca. Emerse del pari, che per raggiungere questo fine i contadini dovevano legare a sé la nobiltà e specialmente la borghesia. Pertanto, la direzione del dibattimento fu presa da Wendel Hipler. Tra tutti i capi del movimento, Wendel Hipler era quello che aveva la più perfetta conoscenza della situazione vigente. Egli non era un rivoluzionario come Münzer o un rappresentante dei contadini come Metzler o Rohrbach. La sua esperienza multilaterale, la sua pratica conoscenza della posizione reciproca delle singole classi gli impedivano di rappresentare esclusivamente una delle classi impegnate nel movimento di fronte alle altre. Precisamente, come Münzer, quale rappresentante di tutta quella classe che stava completamente fuori dell’organizzazione della società, cioè del proletariato allora ai suoi primi albori, fu spinto a presentire il comunismo, così Wendel Hipler, rappresentante di quella che potremmo dire la media di tutti gli elementi progressivi della nazione, arrivò al presentimento della moderna società borghese. E’ vero che i principi che egli rappresentava, le esigenze che egli poneva non costituivano qualcosa che fosse possibile attuare immediatamente, ma pure, erano certo il risultato necessario, se anche in qualche modo idealizzato, della dissoluzione reale della società feudale; e i contadini, non appena si diedero a fare dei progetti di leggi valide per tutto l’impero, non poterono respingerli. Così l’accentramento, che i contadini esigevano, prese qui a Heilbronn una forma più positiva, una forma, però, che era astralmente distante dall’idea che i contadini se ne facevano. Per esempio, questo accentramento prese contorni più netti nell’unificazione del sistema monetario, del sistema di pesi e misure: in breve si concretò in esigenze che interessavano molto più i borghesi che i contadini. Così furono fatte alla nobiltà delle concessioni che si avvicinano in modo molto significativo alle moderne soppressioni di vincoli giuridici, e che condussero alla definitiva trasformazione della proprietà fondiaria feudale in proprietà fondiaria borghese. Concludendo, allorché le rivendicazioni dei contadini furono raggruppate in una «riforma dell’impero», si dovettero subordinare, se non alle esigenze momentanee. agli interessi definitivi della borghesia.

 

Mentre a Heilbronn si discuteva ancora questa riforma dell’impero, l’autore della Dichiarazione dei dodici articoli, Gianni Berlin, mosse incontro a Truchsess per trattare, in nome del patriziato e della borghesia, la resa della città. Movimenti reazionari sorti in città, appoggiavano questo tradimento; Wendel Hipler dovette fuggire insieme ai contadini e andò a Weinsberg, dove cercò di riunire i rottami della banda del Württemberg e la truppa mobile di Gaildorf. Ma l’arrivo dell’elettore del Palatinato e di Truchsess lo allontanò anche da qui e dovette andare a Würzburg per mettere in movimento la Banda chiara luminosa. Le truppe della lega e dell’elettore sottomisero frattanto tutta la zona del Neckar, costrinsero i contadini a rinnovare il giuramento di soggezione, incendiarono molti villaggi e fecero massacrare o impiccare tutti i contadini fuggitivi che si poterono catturare. Weinsberg, per rappresaglia dell’esecuzione del conte di Helfenstein, fu completamente data alle fiamme e distrutta.

 

Frattanto le bande riunite davanti a Würzburg avevano cinto d’assedio il Frauenberg e il 15 maggio, ancora prima che si fossero aperta una breccia, avevano tentato un ostinato quanto vano attacco alla fortezza. Quattrocento dei migliori, per lo più appartenenti alla banda di Floriano Geyer, restarono cadaveri o feriti nei fossati. Due giorni dopo, il 17 maggio, arrivò Wendel Hipler e tenne un consiglio di guerra. Egli propose di lasciare davanti al Frauenberg solo 4.000 uomini, e di accamparsi con tutto il forte delle truppe, circa 20.000 uomini, sotto gli occhi di Truchsess, a Krautheim sul Jaxt, dove potessero concentrarsi tutti i rinforzi. Il piano era eccellente: solo con un concentramento delle masse e con la preponderanza numerica si poteva sperare di battere l’esercito dell’elettore che ora era forte di circa 13.000 uomini. Ma la demoralizzazione e lo scoraggiamento erano già diventati troppo grandi nei contadini per poter permettere ancora qualche azione energica. Götz von Berlichingen, che ben presto si rivelò traditore, probabilmente contribuì a trattenere le bande e così il piano di Hipler non fu attuato. Come sempre, le bande si dispersero. Solo il 23 maggio si mise in movimento la Banda chiara luminosa, ma dopo che i franconi ebbero promesso di seguire al più presto. Il 26 le compagnie del margraviato di Anspach, che accampavano a Würzburg, furono richiamate alla notizia che il margravio aveva aperte le ostilità contro i contadini, il resto dell’esercito occupato nell’assedio oltre alla Banda Nera di Floriano Geyer, prese posizione presso Heidingsfeld, non lontano da Würzburg.

 

La Banda chiara luminosa arrivò a Krautheim in condizione di non idoneità al combattimento. Qui molti appresero che, frattanto, i loro villaggi avevano prestato giuramento di soggezione a Truchsess e ne presero pretesto per ritornare a casa. La banda continuò la sua marcia verso Neckarsulm e il 28 intavolò trattative con Truchsess. Contemporaneamente furono mandati messaggeri ai contadini della Franconia, dell’Alsazia, e della Selva Nera-Hegau per chiedere il rapido invio di rinforzi. Da Neckarsulm Götz ritornò ad Oehringen. Ogni giorno la banda si andava assottigliando; anche Götz von Berlichingen era sparito durante la marcia. Aveva galoppato verso casa, dopo aver negoziato, valendosi della mediazione del suo compagno d’armi Dietrich Spät, il suo passaggio al campo avverso. In quel di Oehringen, in seguito a false notizie sull’arrivo del nemico, improvvisamente la massa sconsigliata e scoraggiata fu invasa dal panico: la schiera si disperse in pieno disordine, e solo a fatica Metzler e Wendel Hipler poterono concentrare qualcosa come 2.000 uomini che ricondussero a Krautheim. Frattanto era arrivato il contingente francone, forte di 5.000 uomini, ma in seguito ad una marcia laterale che doveva raggiungere Oehringen passando per Löwenstein e che era stata preordinata da Götz col fine evidente di tradire, esso non si incontrò con la Banda chiara e mosse alla volta di Neckarsulm. Questa cittadina, occupata da alcune compagnie della Banda chiara, era assediata da Truchsess. I franconi arrivarono durante la notte e videro i fuochi del campo della lega, ma i loro capi non ebbero il coraggio di osare un attacco e se ne tornarono a Krautheim dove finalmente trovarono il resto della Banda chiara luminosa. Neckarsulm, poiché la liberazione non venne, il 29 si arrese alle truppe della lega e subito Truchsess fece giustiziare tredici contadini e, mettendo tutto a ferro e a fuoco, mosse contro la banda. Il suo cammino in tutta la valle del Neckar, del Kocher e del Jaxt era segnato da macerie e da contadini appesi agli alberi.

 

A Krautheim l’esercito della lega andò ad urtare contro i contadini che, costretti da un movimento laterale dl Truchsess, si erano ritirati a Königshofen al Tauber. Qui essi presero posizione, forti di 8.000 uomini e 32 cannoni. Truchsess si avvicinò celato tra gole e selve, fece avanzare le colonne di accerchiamento e il 2 giugno attaccò con tale superiorità ed energia che essi, malgrado l’ostinatissima difesa opposta da numerose colonne e che si protrasse sino a notte, furono completamente battuti e fatti a pezzi. Anche qui, come sempre, la cavalleria della lega, la morte dei contadini,, contribuì in modo decisivo all’annientamento degli insorti, poiché essa si gettò sui contadini storditi dall’artiglieria, dal fuoco degli archibugi e dagli attacchi alla lancia, li scompaginò e li uccise ad uno ad uno. Che specie di guerra conducesse Truchsess con i suoi cavalieri lo dimostra la sorte toccata ai 300 borghesi di Königshofen che erano nell’esercito dei contadini. Nel corso della battaglia essi furono tutti uccisi ad eccezione di quindici, e, di questi quindici, quattro furono decapitati più tardi.

 

Dopo essersela sbrigata con gli insorti dell’Odenwald, della valle del Neckar e della Bassa Franconia, Truchsess, con incursioni, incendi di interi villaggi ed esecuzioni capitali senza fine, pacificò tutta quanta la zona e mosse quindi contro Würzburg. Ma frattanto venne a sapere che la seconda schiera francone al comando di Floriano Geyer e di Gregorio von Burg-Bernsheim, accampava presso Sulzdorf, e subito si volse contro di essa.

 

Floriano Geyer, che dopo il suo vano tentativo di attaccare il Frauenberg, era occupato principalmente ad intavolare trattative con i principi e le città, principalmente con Rothenburg e col margravio Casimiro von Anspach, in vista della loro possibile adesione alla fratellanza dei contadini, fu improvvisamente distolto da questa sua attività dalla notizia della sconfitta dei contadini di Königshofen. Con la sua banda egli si unì a quella dello Anspach, comandata da Burg-Bernsheim, che si era appena ricostituita. Il margravio Casimiro, servendosi dei mezzi della più pura tradizione degli Hohenzollern, e cioè con promesse e con masse minacciose di truppe, era riuscito a tenere in iscacco, nelle sue terre, l’insurrezione dei contadini. Egli manteneva la più completa neutralità verso tutte le bande straniere a patto che non adescassero nessun suddito dell’Anspach, e cercava frattanto di fomentare l’odio dei contadini principalmente contro gli enti ecclesiastici, poiché pensava di arricchirsi con la confisca che doveva colpire esclusivamente questi enti. Ben inteso però, che si preparava aspettando gli eventi. Difatti, era appena arrivata la notizia della battaglia di Böblingen, che egli aperse le ostilità contro i suoi contadini ribelli, saccheggiò e incendiò i loro villaggi e fece impiccare e massacrare molti di loro. Ma i contadini rapidamente si radunarono e, guidati da Gregorio di Burg-Bernsheim, il 29 maggio lo batterono a Windsheim. Erano ancora impegnati al suo inseguimento, quando li raggiunse l’appello dei contadini dello Odenwald, incalzati dalle truppe della lega. Allora si volsero immediatamente verso Heidingsfeld e da lì con Floriano Geyer di nuovo verso Würzburg (2 giugno). Sempre privi di notizie sugli insorti dell’Odenwald, lasciarono qui 5.000 contadini — gli altri si erano dispersi — e con 4.000 uomini andarono incontro agli altri insorti. Ma, resi sicuri da false notizie sull’esito della battaglia di Königshofen, furono attaccati da Truchsess a Sulzdorf e completamente battuti. Come al solito i cavalieri e i lanzichenecchi di Truchsess perpetrarono un’orribile carneficina. Floriano Geyer raccolse i resti della sua Banda nera e si rifugiò nel villaggio di Ingolstadt. Duecento uomini occuparono la chiesa e il cimitero e quattrocento il castello. Ma le truppe palatine li avevano inseguiti. Una colonna di 1200 uomini prese il villaggio e incendiò la chiesa: chi non perì tra le fiamme fu trucidato. Quindi le truppe palatine a furia di cannonate apersero una breccia nel cadente muro di cinta del castello e tentarono l’assalto. Respinti per due volte dai contadini che stavano al riparo dietro un muro interno, abbatterono a cannonate anche questo secondo muro e tentarono il terzo assalto, che, questa volta, riuscì. La metà della gente di Geyer fu uccisa ed egli riuscì a mettersi in salvo con gli ultimi duecento superstiti. Ma il giorno dopo (lunedì di Pentecoste) il suo rifugio era già scoperto; le truppe del Palatinato circondarono il bosco nel quale egli stava nascosto e distrussero tutta la banda. In questi due giorni furono fatti solo 17 prigionieri. Floriano Geyer con pochi dei più decisi riuscì ancora una volta ad aprirsi un varco e trovò scampo presso i contadini di Gaildorf che si erano tornati a riunire in numero di circa 7.000. Ma arrivato tra loro, li trovò in gran parte di nuovo dispersi a causa delle notizie catastrofiche che continuavano a venire da tutte le parti. Fece allora il tentativo di radunare nel bosco gli sbandati, ma il 9 giugno presso Hall fu sorpreso dalle truppe palatine e cadde combattendo.

 

Truchsess, che appena dopo la vittoria di Königshofen ne aveva data notizia agli assediati del Frauenberg, mosse ora su Würzburg. Il consiglio si intese segretamente con lui, cosicché, nella notte del 7 giugno, l’esercito della lega poté circondare la città, con i 5.000 contadini che vi si trovavano e, la mattina seguente, irrompervi senza colpo ferire per la porta che il consiglio aveva aperta. Con questo tradimento dell’«onorabilità» di Würzburg, fu disarmata l’ultima banda di contadini franconi e furono fatti prigionieri tutti quanti i comandanti. Truchsess ne fece subito decapitare 81. A Würzburg arrivarono ora, l’uno dopo l’altro, diversi principi della Franconia: lo stesso vescovo di Würzburg, quello di Bamberga, e il margravio di Brandeburgo-Anspach. I graziosi signori si divisero tra loro le parti. Truchsess partì insieme col vescovo di Bamberga, che ora si affrettò a rompere l’accordo concluso con i suoi contadini e abbandonò il suo paese alla mercé di bande infuriate di assassini incendiari dell’esercito della lega. Il margravio Casimiro devastò il suo stesso paese. Teiningen fu incendiata, un numero infinito di villaggi fu saccheggiato o dato alle fiamme; inoltre in ogni città il margravio istituì un tribunale sanguinario. A Neustadt sull’Aisch fece decapitare diciotto ribelli, e quarantatre a Mark-Bürgel. Da lì passò a Rothenburg dove la notabilità aveva già fatto una controrivoluzione ed aveva fatto catturare Stefano von Menzingen. I piccoli borghesi e i plebei di Rothenburg dovevano ora espiare duramente perché si erano comportati ambiguamente di fronte ai contadini, perché sino all’ultimo avevano negato il loro aiuto, perché nel loro egoismo di corta veduta avevano inceppato lo sviluppo dell’industria delle campagne a vantaggio delle corporazioni cittadine e perché solo a malincuore avevano rinunciato alle entrate derivanti alla città dalle prestazioni feudali dei contadini. Il margravio fece uccidere 16 di loro tra cui, naturalmente, Menzingen. Il vescovo percorse il suo dominio nella stessa maniera, dovunque saccheggiando, devastando, incendiando. Sul suo cammino trionfale fece giustiziare 256 ribelli e coronò la sua opera, al suo ritorno a Würzburg, facendo decapitare altri 13 cittadini.

 

Francoforte, che, anch’essa aveva avuto dei notevoli movimenti rivoluzionari, fu tenuta a freno, da prima con l’arrendevolezza del consiglio, più tardi col reclutamento di truppe.

 

Nella zona di Magonza il luogotenente, il vescovo Guglielmo di Strasburgo, ristabilì la calma senza incontrare resistenza. Tanto che fece giustiziare solo quattro persone. Il Rheingau che del pari era stato in fermento, ma dove da gran tempo tutti erano tornati a casa, fu invaso in seguito da Frowen von Hutten, cugino di Nerich, e completamente sedato con la esecuzione di dodici caporioni. Francoforte, che, anch’essa, aveva avuto dei notevoli movimenti rivoluzionari, fu tenuta a freno, e prima con l’arrendevolezza del consiglio, più tardi col reclutamento di truppe. Nel Palatinato Renano, dopo la rottura dell’accordo da parte dell’elettore, erano tornati a riunirsi circa 8.000 contadini e avevan ripreso a devastare conventi e castelli, ma l’arcivescovo di Treviri mosse in aiuto al maresciallo di Zabern e il 23 maggio li batté presso Pfedersheim. Una serie di atrocità (solo a Pfedersheim furono giustiziate 82 persone) e la presa di Weissenburg, avvenuta il 7 luglio, posero fine alla sollevazione.

 

Di tutte quante le bande due sole restavano ancora da vincere, quella della Selva Nera-Hegau e quella dell’Allgäu. L’arciduca Ferdinando aveva intrigato con entrambe. Come il margravio Casimiro e gli altri principi cercavano di utilizzare la sollevazione per appropriarsi dei beni e dei principati ecclesiastici, così Ferdinando cercò di utilizzarla per l’incremento della potenza dalla casa d’Austria. Pertanto, egli aveva trattato con il capitano dell’Allgäu Gualtiero Bach, con quello dello Hegau, Gianni Müller von Bulgenbach, per indurre i contadini a dichiararsi favorevoli all’annessione all’Austria. Ma sebbene i due capi fossero venali, dalle bande non avevano potuto ottenere nient’altro che la conclusione di un armistizio tra i contadini dell’Allgäu e l’arciduca e l’osservanza della neutralità verso l’Austria.

 

I contadini dello Hegau che nella loro ritirata dal Württemberg avevano devastato un certo numero di castelli e si erano incorporati dei rinforzi provenienti dai paesi del margraviato del Baden, marciarono su Friburgo, ne iniziarono il bombardamento il 18 aprile, e il 23, dopo la capitolazione della città, vi entrarono a bandiere spiegate. Da lì mossero contro Stockach e Radolfzell e condussero per lungo tempo piccole azioni contro le guarnigioni di queste città senza conseguire alcun successo. Queste città, e così pure la nobiltà e le altre città dei dintorni, in forza dell’accordo di Weingarten invocarono aiuti dai contadini del lago, e così gli antichi ribelli, forti di 5.000 uomini si sollevarono contro i loro stessi alleati. Tanto grande era in questi contadini l’incapacità di superare la ristrettezza del loro orizzonte. Solo 600 si rifiutarono, si vollero unire con gli insorti del Hegau e furono massacrati. Quelli del Hegau, indotti dal venduto Gianni Müller von Bulgenbach, levarono l’assedio e, appena, subito dopo, Gianni Müller fuggì, in massima parte si dispersero. Il resto si trincerò sul passo del Hilzingen, dove, il 16 luglio, fu battuto e annientato dalle truppe che frattanto si erano rese disponibili. Le città svizzere trattarono un accordo per i contadini del Hegau; esso però non impedì che Gianni Müller, malgrado il suo tradimento, fosse catturato e decapitato a Laufenburg. Nella Brisgovia ora anche Friburgo si distaccò dall’alleanza con i contadini (17 luglio) e mandò truppe contro di loro; ma anche qui a causa della debolezza delle forze dei principi, il 18 settembre, fu concluso un accordo a Offenburg, nei quale fu incluso anche il Sundgau. Le otto unità della Selva Nera e i contadini del Klettgau che non erano ancora stati disarmati, furono spinti ad insorgere dalla tirannia dei conte di Sulz e battuti nell’ottobre. Il 13 novembre gli insorti della Selva Nera furono costretti ad un accordo e il 6 dicembre cadde Waldshut, l’ultimo baluardo dell’insurrezione dell’alto Reno.

 

Dopo la partenza di Truchsess, i contadini dell’Allgäu avevano ripresa la loro campagna contro conventi e castelli ed avevano esercitate energiche rappresaglie per le devastazioni operate dalle truppe della lega. Essi avevano di fronte poche truppe che intrapresero solo piccoli attacchi, ma non poterono mai seguire i contadini nelle selve. Nel giugno scoppiò a Memmingen, che si era tenuta neutrale, un movimento contro i notabili, il quale poté essere represso solo per la casuale vicinanza di alcune truppe della lega che poterono venire in aiuto alla notabilità nel momento buono. Il parroco Schappeler, comandante del movimento plebeo, fuggì a San Gallo. I contadini si portarono davanti alla città ed erano sul punto di aprire una breccia quando appresero che da Würzburg stava arrivando Truchsess. Il 27 luglio, attraverso Babenhausen e Obergünzburg, marciarono su due colonne contro di lui. Ancora una volta l’arciduca Ferdinando cercò di guadagnare i contadini alla causa della casa d’Austria. Appoggiandosi sull’armistizio che egli aveva concluso con loro, chiese a Truchsess di non procedere ulteriormente. Ma la lega sveva gli ordinò ugualmente di attaccarle e di risparmiare solo di metterle a ferro e a fuoco. Truchsess però era troppo intelligente per rinunziare al suo solo e decisivo metodo di guerra anche se gli fosse stato possibile tenere a freno i suoi lanzichenecchi che dal Lago di Costanza al Meno erano sempre passati da un eccesso all’altro. I contadini presero posizione dietro l’Iller e il Luibas, forti di circa 23.000 uomini. Truchsess stava loro di fronte con 11.000 uomini. Le posizioni dei due eserciti erano forti: la cavalleria non poteva agire su un tale terreno e se i lanzichenecchi del siniscalco erano superiori ai contadini per organizzazione, risorse militari e disciplina, i contadini dell’Allgäu contavano su un buon numero di soldati addestrati e di capi sperimentati nelle loro file ed avevano artiglieria numerosa e ben servita. Il 19 luglio le truppe della lega aprirono un cannoneggiamento che fu proseguito il 20 dalle due parti, pur senza risultato. Il 21 Giorgio von Frundsberg con 300 lanzichenecchi venne a contatto con Truchsess. Questi conosceva molti dei capi dei contadini che avevano servito sotto il suo comando nelle campagne d’Italia, e con costoro intrecciò delle trattative. Dove le risorse militari non la potevano, poté il tradimento. Gualtiero Bach e altri capi contadini e capitani di artiglieria si lasciarono comprare. Fecero appiccare il fuoco alle riserve di polvere dei contadini e indussero la banda ad un tentativo di aggiramento. Ma appena i contadini ebbero lasciata la loro sicura posizione, caddero nell’imboscata che Truchsess, secondo l’accordo concertato con Bach e con gli altri traditori, aveva teso loro: tanto meno essi potevano difendersi, in quanto i loro capi, i traditori, col pretesto di una ricognizione, li avevano abbandonati e già erano in viaggio per la Svizzera. Due colonne di contadini furono così completamente sbaragliate, la terza, al comando di Knopf von Luibas, riordinatasi si poté ritirare. Essa si portò sul monte Kollen presso Kempten, dove fu accerchiata da Truchsess. Neanche qui egli osò attaccarli, ma tagliò loro i rifornimenti e li demoralizzò facendo bruciare circa 200 villaggi della zona. La fame e la vista delle loro case che bruciavano indussero finalmente i contadini ad arrendersi (25 luglio). Ne furono giustiziati più di venti. Knopf von Luibas, il solo capo di questa banda che non aveva tradito la sua bandiera, fuggì a Bregenz. Ma qui fu catturato e decapitato dopo lunga prigionia.

 

Così finì la guerra dei contadini nella Svevia e nella Franconia.

 

 

Capitolo VI

 

Subito dopo lo scoppio dei primi movimenti in Svevia, Tommaso Münzer era ritornato in tutta fretta in Turingia sin dalla fine di febbraio o dai primi di marzo aveva preso residenza nella città libera di Mühlhausen, dove il suo partito era fortissimo. Egli aveva tra le mani le fila di tutto il movimento, sapeva quale generale tempesta stesse per scoppiare nella Germania meridionale e aveva il proposito di trasformare la Turingia nel centro del movimento per la Germania settentrionale. Qui egli trovò un terreno di altissimo rendimento. La stessa Turingia centro del movimento della riforma era agitata al massimo grado; mentre le correnti dottrine religiose e politiche rivoluzionarie e, in misura non minore, le necessità materiali dei contadini oppressi avevano preparato per una sollevazione generale i paesi vicini: l’Assia, la Sassonia e il Harz. Specialmente a Mühlhausen la massa della piccola borghesia era stata guadagnata alla corrente estremistica münzeriana e non vedeva il momento di poter far valere la propria superiorità numerica sui petulanti notabili. Münzer stesso, per non compromettere il momento giusto, fu costretto ad agire da moderatore. Ma il suo discepolo Pfeifer, che qui dirigeva il movimento, si era già talmente compromesso che non poté impedire lo scoppio insurrezionale, e così il 17 marzo 1525, ancora prima della sollevazione generale della Germania meridionale, Mühlhausen fece la sua rivoluzione. Il vecchio consiglio patrizio fu rovesciato e il governo fu messo nelle mani del «Consiglio eterno» di nuova elezione, del quale Münzer fu nominato presidente.

 

Il peggio che possa accadere al capo di un partito estremo è di essere costretto a prendere il potere in un momento in cui il movimento non è ancora maturo per il dominio della classe che egli rappresenta e per l’attuazione di quelle misure che il dominio di questa classe esige. In questo caso, ciò che egli può fare dipende non dalla sua volontà, ma dal grado raggiunto dai contrasti tra le singole classi e dal grado di sviluppo delle condizioni materiali di esistenza e dei rapporti di produzione e di scambio, su cui poggia lo sviluppo dei contrasti delle classi. Ciò che egli deve fare, ciò che il suo partito esige da lui, a sua volta, non dipende da lui, e neppure dal grado di sviluppo raggiunto dalla lotta delle classi e dalle condizioni su cui è basata questa lotta: egli è legato alle dottrine che ha professato e alle esigenze che ha posto sino a quel momento, le quali, a loro volta, non derivano dalla posizione reciproca in cui le classi sociali si trovano in quel momento, né dal temporaneo e più o meno accidentale stato dei rapporti di produzione e di scambio, ma dall’esame più o meno penetrante che egli compie sui risultati generali del movimento sociale e politico. Egli si trova quindi necessariamente di fronte ad un dilemma insolubile: ciò che egli può fare contraddice a tutto ciò che ha fatto sino ad ora, ai suoi principi e agli interessi immediati del suo partito. e ciò che deve fare è inattuabile. In breve, egli è costretto a rappresentare, non il suo partito la sua classe, ma la classe per il cui dominio il movimento è maturo. Nell’interesse del movimento egli deve fare gli interessi di una classe che gli è estranea, e sbrigarsela con la propria classe con frasi, con promesse, con l’affermazione che gli interessi di quella classe ad essa estranea sono i suoi interessi. Chi incorre in questa falsa posizione è irrimediabilmente perduto.

 

Di ciò abbiamo avuto anche di recente degli esempi . Ci basterà richiamarci alla memoria la posizione assunta nell’ultimo governo provvisorio francese dai rappresentanti del proletariato, sebbene essi stessi non rappresentassero che un grado molto basso nello sviluppo del proletariato. Chi, dopo le esperienze del governo di febbraio — per non parlare dei nostri nobili governi provvisori tedeschi — può ancora fare delle speculazioni su posizioni ufficiali, deve essere o limitato d’intelligenza oltre ogni dire, o appartenere al partito rivoluzionario estremo tutt’al più con la frase.

 

La posizione di Münzer a capo del Consiglio eterno di Mühlhausen era tuttavia ancora più difficile di quella di qualsiasi governante rivoluzionario dei tempi moderni. Non solo il movimento di allora, ma perfino tutto quanto il secolo erano immaturi per l’attuazione di idee, di cui egli stesso aveva cominciato appena ad aver sentore. La classe che egli rappresentava, ben lungi dall’essere pienamente sviluppata e capace di soggiogare e di trasformare tutta quanta la società, era solo appena sul nascere. Il repentino mutamento sociale che stava davanti agli occhi della sua fantasia, aveva tante poche basi nei rapporti materiali allora vigenti, che, anzi, questi preparavano un ordinamento sociale che era precisamente il contrario dell’ordinamento sociale che egli sognava. Ma tuttavia egli rimaneva sempre legato alle sue prediche sull’eguaglianza cristiana e sulla evangelica comunanza dei beni. Doveva quindi fare almeno il tentativo di attuarle. E fu proclamata la comunanza di tutti i beni, l’obbligo, eguale per tutti. al lavoro e la soppressione di ogni autorità. Ma in realtà Mühlhausen rimase una città imperiale repubblicana con una costituzione alquanto democratizzata, con un senato eletto a suffragio universale, che però era sottoposto al controllo del foro e con un’assistenza materiale ai poveri improvvisata in tutta fretta. Il rivolgimento sociale che i borghesi protestanti di quel tempo guardavano con tanto terrore, in realtà non andò mai al di là di un debole e inconsapevole tentativo di instaurare prematuramente la società borghese futura.

 

Münzer stesso mostra di aver sentito l’abisso tra la sua teoria e la realtà che immediatamente gli stava davanti, abisso che tanto meno poteva rimanergli celato, quanto più travisate dovevano rispecchiarsi le sue geniali intuizioni nelle rozze teste della massa dei suoi seguaci. Egli si gettò con un ardore inaudito anche per lui stesso nella diffusione e nell’organizzazione del movimento, scrisse lettere e mandò emissari in tutte le direzioni. I suoi scritti e le sue prediche traspiravano un fanatismo rivoluzionario, che anche dopo i suoi primi scritti sbalordiva. L’ingenuo spirito giovanile dei suoi opuscoli rivoluzionari qui è completamente scomparso. Il linguaggio sereno, dignitoso del pensatore, che prima non gli era estraneo, non appare più. Münzer ora è interamente un profeta della rivoluzione: attizza incessantemente l’odio contro le classi dominanti, eccita le passioni più selvagge e parla solo con quei passaggi violenti che il delirio religioso e nazionale metteva sulle labbra dei profeti del vecchio testamento. Dallo stile che da ora egli dovette usare si vede a quale livello di cultura fosse il pubblico su cui egli doveva agire.

 

L’esempio di Mühlhausen e l’agitazione di Münzer esercitarono rapidamente la loro azione anche in paesi lontani. Nella Turingia, nell’Eichsfeld, nel Harz, nei ducati Sassonia nell’Assia e a Fulda, nell’Alta Franconia e nel Vogtland i contadini insorsero dovunque, si radunarono in schiere, incendiarono castelli e conventi. Più o meno Münzer era riconosciuto come capo di tutto il movimento e Mühlhausen rimaneva il punto centrale, mentre ad Erfurt vinceva un movimento prettamente borghese e il partito dominante si manteneva in una posizione ambigua verso i contadini.

 

In un primo tempo, nella Turingia i principi erano tanto imbarazzati e impotenti di fronte ai contadini, quanto lo erano nella Franconia e nella Svevia. Solo negli ultimi di aprile il langravio dell’Assia riuscì a raccogliere un corpo. Quello stesso langravio Filippo, la cui pietà tanto celebrano le storie della Riforma protestanti e borghesi, ma sulle cui infamie verso i contadini saremo noi a far sentire adesso qualche parolina. Il langravio Filippo, con poche marce e con decisione, sottomise presto la maggior parte del suo paese, quindi radunò nuove truppe e si volse verso il territorio dell’abate di Fulda che sin ad ora era il suo signore feudale. Il 3 maggio nel Frauenberg batté le bande dei contadini di Fulda, sottomise tutto il paese e approfittò dell’occasione non solo per svincolarsi dalla sovranità dell’abate, ma perfino per trasformare l’abbazia di Fulda in un feudo dell’Assia, salva naturalmente la sua futura secolarizzazione. Quindi prese Eisenach e Langensalza e mosse, insieme alle truppe del duca di Sassonia, contro la sede principale della ribellione, contro Mühlhausen. Münzer radunò presso Frankenhausen le sue forze che assommavano a circa 8.000 uomini e pochi cannoni. La banda della Turingia era molto lontana dal possedere quella capacità di urto di cui avevano dato prova le bande dell’Alta Svevia e della Franconia di fronte a Truchsess, era male armata, mal disciplinata, contava pochi soldati agguerriti ed era assolutamente priva di capi militari. Münzer stesso mostrava chiaramente di non possedere le minime conoscenze militari. Tuttavia, i principi trovarono opportuno usare, anche qui, quella tattica che così spesso aveva aiutato Truchsess a raggiungere la vittoria, lo spergiuro. Il 16 maggio intavolarono trattative, conclusero un armistizio e poi improvvisamente attaccarono i contadini ancora prima che l’armistizio fosse scaduto.

 

Münzer stava con i suoi sul monte che anche oggi si chiama Schlachtberg[1], trincerato dietro una barricata di carri. Lo scoraggiamento già cresceva notevolmente nella sua banda. I principi promisero l’amnistia se la banda avesse consegnato loro vivo Münzer. Questi allora fece formare dai suoi un circolo per discutere le proposte dei principi. Un cavaliere ed un prete si pronunziarono per la capitolazione: Münzer li fece portare in mezzo al circolo e decapitare. Quest’atto d’energia terroristica fu accolto con gioia dai rivoluzionari decisi; ma infine si sarebbero ancora per la massima parte dispersi se non si fosse osservato che i lanzichenecchi dei principi, malgrado la tregua, avevano circondato il monte e avanzavano in colonne serrate. Subito dietro ai carri si formò il fronte, ma già le palle di cannone e di archibugio piombavano sui contadini quasi privi di armi e non adusati al combattimento, già i lanzi erano arrivati davanti alla barricata. Dopo breve resistenza la linea fu spezzata, i contadini furono sbaragliati, i loro cannoni catturati. Fuggirono allora in selvaggio disordine, ma per andare tanto più facilmente a cadere tra le mani delle colonne di accerchiamento e della cavalleria che fecero una carneficina. Su 8.000 contadini 5.000 furono uccisi. Il resto rientrò a Frankenhausen, ma insieme vi entrò anche la cavalleria dei principi. La città fu presa, Münzer, ferito alla testa fu nascosto in una casa dove fu catturato. Il 25 maggio si arrese anche Mühlhausen. Pfeifer che vi era rimasto, fuggì, ma fu poi catturato nella zona dell’Eisenach.

 

Münzer fu sottoposto alla tortura alla presenza dei principi e decapitato. Egli salì sul patibolo con lo stesso coraggio con cui era vissuto: quando fu giustiziato aveva al massimo 28 anni.

 

Anche Pfeifer fu decapitato e, oltre a loro due, infiniti altri. A Fulda l’uomo di Dio Filippo d’Assia diede inizio al suo tribunale sanguinario. Costui e i principi della Sassonia fecero giustiziare, tra gli altri, ad Eisenach, 24 ribelli, a Langensalza 41, e 300 dopo la battaglia di Frankenhausen, a Mühlhausen più di 100, presso Germa 26, presso Tungeda 50, presso Sangerhausen 12, a Lipsia 8, per non parlare delle mutilazioni e delle altre dolcezze impiegate, né dei saccheggi e degli incendi di villaggi e città.

 

Mühlhausen dovette rinunziare alla sua condizione di città libera dell’impero e fu incorporata ai paesi sassoni, precisamente come l’abbazia di Fulda al Langraviato d’Assia.

 

I principi marciarono ora sulla selva della Turingia dove i contadini franconi del campo di Bildhaus si erano uniti con quelli della Turingia ed avevano incendiati molti castelli. Davanti a Meiningen si venne a battaglia; i contadini, battuti, si ritirarono verso la città, ma questa chiuse loro improvvisamente le porte e minacciò di attaccarli. La banda, presa dallo sgomento per questo tradimento dei suoi alleati, capitolò nelle mani dei principi e si sciolse mentre ancora duravano le trattative. La schiera di Bildhaus si era già dispersa da lungo tempo, e così, con lo sbaragliamento di questa schiera, fu annientato il resto degli insorti della Sassonia, dell’Asia, della Turingia e dell’Alta Franconia.

 

Nell’Alsazia la sollevazione scoppiò più tardi che sulla destra del Reno. Solo verso la metà di aprile si sollevarono i contadini del vescovato di Strasburgo e subito dopo di loro quelli dell’Alta Alsazia e del Sundgau. Il 18 aprile una banda di contadini della Bassa Alsazia saccheggiò il convento di Altorf. Altre bande si costituirono presso Ebersheim e Barr e così nella valle del Willer e dell’Urbis. Esse si unirono presto alla grande banda della Bassa Alsazia e organizzarono la presa delle città e dei borghi e la distruzione dei conventi. Dovunque fu fatta la leva di un terzo degli uomini. I dodici articoli di questa banda sono notevolmente più radicali di quelli svevo-franconi.

 

Mentre al principio di maggio una colonna d’insorti della Bassa Alsazia si concentrava presso Santo Ippolito e, dopo un vano tentativo di prendere questa città, il 10 maggio, d’accordo con i borghesi, s’impadroniva di Barken, il 13 di Rappoltsweiler e il 14 di Reichenweier; una seconda colonna, agli ordini di Erasmo Gerber, partiva per prendere di sorpresa Strasburgo. Il tentativo fallì. La colonna, allora si volse verso i Vosgi, devastò il convento di Mauergmünzer e assediò Zabern che si arrese il 13 di maggio. Da qui mosse verso la frontiera lorenese e fece insorgere la zona confinante del ducato di Lorena, mentre nello stesso tempo fortificava i valichi montani. Grandi accampamenti furono costituiti presso Herbolzheim sulla Saar e presso Neuburg; 4.000 contadini germano-lorenesi si trincerarono nei pressi di Saargemünd. Finalmente due bande avanzate, la banda di Kolben presso Stürzelbrunn e la banda di Kleeburg presso Weissenburg coprivano la fronte e il fianco destro, mentre il fianco sinistro era sostenuto dalla colonna dell’Alta Alsazia.

 

Quest’ultima, in movimento dal 10 aprile, aveva costretto ad entrare nella fratellanza dei contadini, il 10 maggio Sulz, il 12 Gebweiler, il 15 Sennheim e la zona circostante. E’ vero che il governo austriaco e le città imperiali della zona si erano subito uniti contro i contadini, ma erano troppo deboli per opporre loro una seria resistenza e meno ancora erano in condizioni di poterli attaccare. Così, ad eccezione di poche città, alla metà di maggio, tutta l’Alsazia era in mano ai ribelli.

 

Ma già si avvicinava l’esercito che doveva infrangere il criminale ardimento dei contadini alsaziani. Furono i francesi a restaurare qui il potere della nobiltà. Il duca Antonio di Lorena si mise in moto il 6 maggio con un esercito di 30.000 uomini, nel quale c’era il fiore della nobiltà francese e mercenari spagnoli, piemontesi, lombardi, greci e albanesi. Il 16 maggio, a Lützelstein, venne in contatto con 4.000 contadini che batté senza fatica e il 17 costrinse alla resa Zabern già occupata dai contadini. Ma mentre era ancora in corso l’ingresso dei lorenesi in città e il disarmo dei contadini, furono infrante le condizioni di resa: i contadini disarmati furono attaccati e in massima parte uccisi dai lanzichenecchi. Le restanti colonne della Bassa Alsazia si dispersero e il duca Antonio marciò contro i contadini dell’Alta Alsazia. Questi, che si erano rifiutati di muovere in aiuto ai contadini della Bassa Alsazia, a Zabern, furono attaccati da tutte le forze lorenesi presso Scherweiler. Si batterono con grande valore, ma l’enorme preponderanza numerica degli avversari — 30.000 contro 7.000 — e il tradimento di un certo numero di cavalieri, e specialmente del podestà di Reichenweier resero vana ogni bravura: furono totalmente battuti e sbaragliati. Il duca con orribile crudeltà pacificò ora tutta l’Alsazia. Solo al Sundgau fu risparmiata la sua presenza. Il governo austriaco, minacciando di chiamare nel loro paese il duca, al principio di giugno indusse i contadini della regione alla stipulazione dell’accordo di Ensisheim. Ma da parte sua il governo austriaco ruppe subito l’accordo e fece impiccare in massa i predicatori e i capi del movimento. I contadini, in seguito a ciò fecero una nuova insurrezione, che finalmente ebbe termine con l’inclusione dei contadini del Sundgau nel patto di Offenburg (18 settembre).

 

Ci resta ora da riferire sulla guerra dei contadini nella regione delle Alpi austriache. Queste zone, come il confinante arcivescovato di Salisburgo, dal tempo degli stara prava erano in permanente opposizione verso il governo e la nobiltà e le dottrine riformate avevano trovato qui un terreno favorevole. Persecuzioni religiose e arbitrarie oppressioni fiscali portarono allo scoppio dell’insurrezione.

 

La città di Salisburgo, sostenuta dai contadini e dai minatori, già dal 1522 era in lotta con l’arcivescovo per questioni riguardanti i suoi privilegi cittadini e l’esercizio del culto. Alla fine del 1524, l’arcivescovo attaccò la città con i lanzichenecchi che aveva reclutati, la terrorizzò con i cannoni del castello e perseguitò i predicatori di eresie. Contemporaneamente impose nuove ed opprimenti imposte e così eccitò straordinariamente tutta la popolazione. Nella primavera del 1525, mentre l’insurrezione scoppiava nella Sassonia e nella Turingia, improvvisamente i contadini e i montanari di tutto il paese si sollevarono, si organizzarono in bande al comando dei due capipopolo, Prossler e Weitmoser, liberarono la città e misero l’assedio al castello di Salisburgo. Come i contadini della Germania occidentale, anche questi si strinsero in una lega cristiana e sintetizzarono le loro rivendicazioni in articoli, che qui furono quattordici.

 

Anche nella Stiria, nell’Alta Austria,nella Carinzia e nella Carnia, dove imposte, dogane e ordinanze illegali avevano gravemente danneggiato il popolo nei suoi più prossimi interessi, nella primavera del 1525 i contadini si sollevarono. Presero una grande quantità di castelli e batterono colui che aveva trionfato degli stara prava, il vecchio capitano Dietrichstein, presso Gryss. Malgrado il governo riuscisse a sedare con false promesse una parte degli insorti, la massa rimase compatta e si unì con i salisburghesi, cosicché l’intera regione di Salisburgo e la massima parte dell’Alta Austria, della Stiria, della Carnia e della Carinzia era nelle mani dei contadini e dei minatori.

 

Nel Tirolo le dottrine riformate avevano trovato gran seguito. Qui avevano lavorato, con successo anche maggiore che nelle altre zone delle Alpi austriache, gli emissari di Münzer. Anche qui l’arciduca Ferdinando perseguitò i predicatori della nuova dottrina e, con nuovi arbitrari regolamenti fiscali, portò grave pregiudizio ai privilegi della popolazione. La conseguenza fu, come dappertutto l’insurrezione, che scoppiò qui nella primavera dello stesso anno 1525. Gli insorti, il cui capo supremo, Geismaier, l’unico comandante dei contadini che fosse provvisto di un notevole talento militare, era un seguace di Münzer, presero una gran quantità di castelli e, particolarmente nel Sud, nella valle dell’Adige, agirono molto energicamente contro i preti. Anche i montanari del Vorarlberg si sollevarono e si unirono agli insorti dell’Allgäu.

 

L’arciduca, stretto da tutte le parti, fece concessioni su concessioni ai ribelli, che prima avrebbe voluto sterminare col ferro e col fuoco. Convocò la dieta dei paesi ereditari e concluse con i contadini un armistizio che doveva durare sino alla riunione della dieta. Frattanto si armava per potere al più presto usare un altro linguaggio con quei criminali.

 

L’armistizio naturalmente non fu osservato a lungo. Negli arciducati, Dietrichstein, al quale era venuto a mancare il denaro, cominciò a prelevare contributi di guerra. Le sue truppe slave e ungheresi si permisero le più spudorate atrocità verso la popolazione. Gli stiriani allora ritornarono ad insorgere; nella notte tra il 2 e il 3 luglio attaccarono di sorpresa Dietrichstein a Schladming e uccisero tutti coloro che parlavano tedesco. Dietrichstein stesso fu fatto prigioniero. La mattina del 3 i contadini costituirono un tribunale, 40 nobili cechi e croati furono condannati a morte e immediatamente decapitati. La cosa fece effetto: l’arciduca accedette a tutte le rivendicazioni degli stati dei cinque arciducati (Alta e Bassa Austria, Stiria, Carinzia e Carnia).

 

Anche nel Tirolo furono approvate tutte le rivendicazioni poste nella dieta e così il Nord fu pacificato. Il Sud invece, di fronte alle decisioni moderate della dieta, rimase fermo nelle sue originarie rivendicazioni e non depose le armi. Solo in dicembre l’arciduca poté, con la forza, ristabilire l’ordine in questa regione. Né tralasciò di far giustiziare un gran numero di agitatori e di capi dell’insurrezione che erano caduti nelle sue mani.

 

In agosto 10.000 bavaresi, al comando di Giorgio von Frundsberg, mossero contro Salisburgo. Questa imponente forza militare e le divergenze che erano scoppiate tra i contadini indussero i salisburghesi a concludere con l’arcivescovo un accordo che fu perfezionato il 1° settembre e approvato anche dall’arciduca. Tuttavia molto presto i due principi, che frattanto avevano rafforzato sufficientemente le loro truppe, ruppero questo accordo e, con ciò, spinsero i contadini salisburghesi a una rinnovata insurrezione. Gli insorti resistettero per tutto l’inverno; nella primavera venne a mettersi alla loro testa Geismaier ed aperse una brillante campagna contro le truppe che arrivavano da tutte le parti. In una serie di brillanti combattimenti nel maggio e nel giugno del 1526 egli batté successivamente bavaresi, austriaci, truppe della lega sveva e i lanzichenecchi dell’arcivescovo di Salisburgo e per lungo tempo impedì ai diversi corpi di riunirsi. Frattanto trovava anche il tempo di assediare Radstadt. Infine, circondato da tutte le parti da truppe numericamente superiori, dovette ritirarsi. Si aperse un varco attraverso le Alpi austriache, condusse gli avanzi delle sue truppe in territorio veneziano. La repubblica di Venezia e la Svizzera offersero a questo instancabile capo dei contadini dei punti d’appoggio per nuovi intrighi. Per un anno fece dei tentativi di trascinarle in una guerra contro l’Austria, il che avrebbe dovuto dare l’occasione per una nuova sollevazione dei contadini. Ma durante queste trattative lo raggiunse la mano di un assassino. L’arciduca Ferdinando e l’arcivescovo di Salisburgo non erano tranquilli sino a che Geismaier fosse in vita. Assoldarono un sicario che nel 1527 riuscì a togliere dalla scena del mondo il pericoloso ribelle.

 


Capitolo VII

 

Con la ritirata di Geismaier su territorio veneto l’epilogo della guerra dei contadini si era concluso. I contadini erano stati condotti sotto la giurisdizione dei loro signori ecclesiastici, nobili o patrizi. Gli accordi che qua e là essi avevano stretti furono stracciati, i gravami che sino allora li avevano oppressi crebbero con le enormi contribuzioni che i vincitori imposero ai vinti. Il più grandioso esperimento rivoluzionario del popolo tedesco terminò con una sconfitta umiliante e con un’oppressione momentaneamente raddoppiata. Ma pure a lungo andare la repressione della sollevazione non produsse un peggioramento della situazione dei contadini. Ciò che principi, nobili e preti potevano estorcere per anni e anni ai contadini lo estorcevano già prima della guerra. Il contadino tedesco di allora aveva questo punto in comune col proletariato moderno: che, nel prodotto del suo lavoro, la parte che era sua si limitava al minimo dei mezzi di sussistenza necessaria al suo sostentamento e alla riproduzione della razza dei contadini. In media non c’era più niente da prendere. E’ vero che alcuni contadini benestanti furono realmente rovinati, che una quantità di affrancati furono costretti al servaggio, che intere plaghe appartenenti alle comunità furono confiscate e che un gran numero di contadini, con la distruzione delle loro case e la devastazione dei loro campi, come per il disordine generale furono gettati nel vagabondaggio o tra i plebei delle città. Ma le guerre e le devastazioni erano fenomeni di tutti i giorni in quel tempo, e in generale la classe dei contadini stava troppo in basso perché un inasprimento dei pesi fiscali potesse determinare un durevole peggioramento della sua condizione. Le guerre di religione che vennero dopo e finalmente la guerra dei trent’anni con le sue numerose e continuamente ripetute devastazioni e con lo spopolamento che provocò, colpirono i contadini molto più gravemente che la guerra dei contadini. Specialmente la guerra dei trent’anni annientò la parte più cospicua delle forze produttive impiegate nell’agricoltura, e, per questa ragione e per la contemporanea devastazione di molte città, ridusse per molto tempo contadini, plebei e borghesi rovinati al livello della povertà irlandese nella sua forma peggiore.

 

La classe che più di ogni altra sofferse delle conseguenze della guerra dei contadini fu il clero. I suoi conventi e le fondazioni erano stati incendiati, i suoi oggetti preziosi saccheggiati, venduti all’estero o fusi, le sue risorse divorate. Dappertutto era nelle condizioni più sfavorevoli per resistere e tutta la veemenza dell’odio popolare si rovesciò su di esso nel modo più feroce. Gli altri ceti, principi, nobiltà e borghesia trovarono perfino segreti motivi di gioia nelle ristrettezze in cui si trovavano gli odiati prelati. La guerra dei contadini aveva reso popolare la secolarizzazione dei beni ecclesiastici a vantaggio dei contadini. I principi laici, ed in parte le città, si diedero ad attuare questa secolarizzazione a loro profitto, e ben presto nei paesi protestanti i possedimenti dei prelati furono nelle mani dei principi o della notabilità. Ma anche il dominio dei principi ecclesiastici era stato messo a dura prova, e i principi laici riuscirono a sfruttare da questo lato l’odio popolare. Così, abbiamo visto che l’abate di Fulda fu degradato da signore feudale a vassallo di Filippo di Assia, e che la città di Kempten costrinse il principe abate a venderle a vilissimo prezzo una serie di privilegi importanti di cui egli godeva nella città.

 

Anche la nobiltà aveva notevolmente sofferto. La maggior parte dei suoi castelli era distrutta, un certo numero delle casate più cospicue era rovinato e poteva trovare i mezzi per vivere solo servendo i principi. La sua impotenza di fronte ai contadini era ormai constatata: dappertutto era stata battuta e costretta alla capitolazione, e solo gli eserciti dei principi l’avevano salvata. Doveva perciò perdere sempre più la sua condizione di ceto facente capo immediatamente all’impero e cadere sotto la giurisdizione dei principi.

 

Neppure le città avevano complessivamente tratti vantaggi dalla guerra dei contadini. Il dominio del patriziato fu consolidato quasi dappertutto, e l’opposizione della borghesia per lungo tempo rimase prostrata. Il vecchio andazzo patrizio che teneva vincolati da tutte le parti l’industria e il commercio continuò così a trascinarsi sino alla rivoluzione francese. Inoltre i principi resero responsabili le città dei successi che in seno ad esse il partito borghese o plebeo aveva conseguiti durante la guerra. Città che già prima appartenevano ai domini dei principi, furono gravate di pesanti tributi, private dei loro privilegi e asservite indifese al cupido arbitrio dei principi (Frankenhausen, Arnstadt, Schmalkalden, Würzburg ecc. ecc.); città imperiali furono incorporate nei territori dei principi (per es. Mühlhausen) o poste in una condizione di morale dipendenza dai principi confinanti, come molte città imperiali della Franconia. Coloro che, in queste circostanze, soli trassero vantaggio dall’esito della guerra dei contadini furono i principi. Abbiamo già visto al principio della nostra trattazione, come il deficiente sviluppo industriale, commerciale e agricolo della Germania rendesse impossibile ogni accentramento che dei tedeschi facesse una nazione, come esso permettesse solo una centralizzazione locale e provinciale, e come perciò i rappresentanti di questa centralizzazione entro i limiti del frazionamento, i principi, costituissero l’unico ceto a cui dovesse giovare ogni cambiamento della situazione sociale e politica esistente. Il grado di sviluppo della Germania di allora era così basso, e nello stesso tempo così difforme nelle diverse provincie, che potevano sussistere accanto ai principati laici sovranità ecclesiastiche, repubbliche cittadine, conti e baroni sovrani. Ma nello stesso tempo, questo basso grado di sviluppo tendeva pur sempre, per quanto lentamente e fiaccamente, alla centralizzazione provinciale, cioè alla subordinazione delle rimanenti città imperiali ai principi. Perciò alla fine della guerra dei contadini, solo i principi potevano aver guadagnato. Ed anche in realtà fu così. I principi guadagnarono, non solo relativamente, per il fatto che i loro concorrenti, il clero, la nobiltà, le città furono fiaccate, ma anche assolutamente, perché poterono prendersi la spolia opima di tutti gli altri ceti. I beni ecclesiastici furono secolarizzati a loro profitto; una parte della nobiltà, mezza rovinata o rovinata del tutto, dovette sottomettersi alloro dominio; il denaro ricavato dai contributi imposti alle città e alle comunità contadine rifluì nel loro fisco, che, per soprammercato, con l’eliminazione di tanti privilegi delle città, acquistò un campo di manovra molto più libero per le loro predilette operazioni finanziarie.

 

Il frazionamento della Germania, il cui inasprimento e il cui consolidamento fu il risultato principale della guerra dei contadini, fu nello stesso tempo, anche la causa del suo insuccesso.

 

Abbiamo visto come non solo la Germania fosse frazionata in infinite provincie indipendenti e quasi totalmente estranee l’una all’altra, ma anche come, in ciascuna di queste provincie la nazione si smembrasse in molteplici articolazioni di frazioni di ceti. Oltre ai principi e ai preti, troviamo nobili e contadini nella campagna, patrizi, borghesi e plebei nelle città, ceti i cui interessi erano totalmente estranei tra di loro ma anche si intersecavano e si contrapponevano. Su tutti questi complicati interessi, vi erano per soprammercato anche quelli dell’imperatore e del papa. Abbiamo visto come questi diversi interessi pur con difficoltà, incompiutamente e in modo differente a seconda delle località, si concentrassero definitivamente in tre grandi gruppi; come, malgrado questo faticoso raggruppamento, ciascuna casta agisse in senso opposto alla direzione dello sviluppo nazionale determinata dalla situazione esistente, si muovesse a proprio arbitrio, venisse perciò in collisione non solo con tutti i ceti conservatori, ma anche con gli altri ceti che a questi si opponevano e finalmente dovesse soccombere. Così fu della nobiltà nella sollevazione di Sickingen, dei contadini nella guerra dei contadini, dei borghesi in tutta quanta la loro addomesticata riforma. Perfino i contadini e i plebei nella maggior parte delle regioni tedesche non solo non pervennero mai ad un’azione comune, ma si intralciarono a vicenda. Abbiamo anche visto da quali cause fossero determinati e questo spezzettamento delle lotte delle classi e il suo risultato, cioè la sconfitta totale dei rivoluzionari, parziale del movimento borghese.

 

Dalla nostra esposizione risulterà ben chiaro a ciascuno come il frazionamento locale e provinciale e la limitatezza di vedute, locale e provinciale anch’essa, che ne derivava, necessariamente rovinassero tutto il movimento e come né i borghesi, né i contadini, né i plebei agissero unitariamente sul piano nazionale. Così, per esempio, in ogni provincia i contadini agirono di proprio arbitrio, si rifiutarono sempre di dare aiuto ai vicini insorti, e perciò in singoli combattimenti vennero decimati successivamente da eserciti che non raccoglievano neppure la decima parte degli insorti.

 

I vari armistizi ed accordi conclusi dalle singole schiere con i loro avversari costituiscono altrettanti tradimenti alla causa comune. Il fatto poi che l’unico raggruppamento delle singole schiere che fu possibile non dipese dal maggiore o minore coordinamento della loro azione, ma dal nemico a cui soggiacquero, che era lo stesso per tutte, è la prova più evidente del grado di estraneità reciproca dei contadini delle varie provincie.

 

Anche qui si ripresenta spontanea l’analogia col movimento del 1848-50. Anche nel 1848 gli interessi delle classi dell’opposizione vennero in collisione tra di loro e ogni classe agì per conto proprio. La borghesia, troppo sviluppata per sopportare ancora più a lungo l’assolutismo burocratico feudale, non era però ancora abbastanza forte per subordinare ai propri interessi quelli delle altre classi. Il proletariato, troppo debole per poter contare su un rapido scavalcamento del periodo borghese e sulla sua prossima conquista del potere, già nel periodo dell’assolutismo aveva imparato troppo bene a conoscere le dolcezze del regime borghese ed era in generale troppo sviluppato, per poter vedere, sia pure per un momento solo, nell’emancipazione della borghesia, la propria emancipazione. La massa della nazione, piccoli borghesi, alleati dei piccoli borghesi (artigiani) e contadini, fu lasciata in asso da coloro che per il momento erano ancora i suoi naturali alleati, i borghesi, perché ai loro occhi era troppo rivoluzionaria e in parte dal proletariato, perché ai suoi occhi non era abbastanza avanzata. Si divise in frazioni, non venne a capo di nulla e si oppose ai suoi oppositori di sinistra e di destra.

 

La limitatezza locale di vedute, finalmente non può essere stata maggiore nei contadini del 1525 di quella che ci fu in tutte le classi che parteciparono al movimento del 1848. Le cento rivoluzioni locali, le cento reazioni locali che le seguirono senza neanch’esse incontrare ostacoli nel loro sviluppo, il mantenimento della congerie dei piccoli stati ecc. ecc., sono prove che parlano davvero abbastanza chiaramente. Chi, dopo le due rivoluzioni tedesche del 1525 e del 1848 e i risultati che ne sorsero, può ancora vaneggiare di repubblica federativa, non merita altro che di essere ricoverato in un manicomio.

 

Ma le due rivoluzioni, quella del secolo decimosesto e quella del 1848-50. malgrado tutte le analogie, differiscono tra loro in modo essenziale. La rivoluzione del 1848 è una prova, se non del progresso della Germania, certo del progresso dell’Europa.

 

«Chi trasse profitto dalla rivoluzione del 1525? I principi. Chi trasse profitto dalla rivoluzione del 1848? I grandi principi d’Austria e di Prussia. Dietro ai piccoli principi del 1525 stavano i piccoli borghesi che li tenevano legati a sé con il pagamento delle imposte, dietro ai grandi principi del 1850, dietro all’Austria e alla Prussia stanno i grandi borghesi filistei che li sottomettono ben presto al loro giogo con il debito pubblico. E dietro ai grandi borghesi stanno i proletari».

 

La rivoluzione del 1525 fu un affare locale tedesco. Inglesi, francesi, boemi, ungheresi avevano già fatta la loro guerra dei contadini quando i tedeschi fecero la loro. Se la Germania era frazionata, l’Europa lo era anche di più. La rivoluzione del 1848 non fu un affare locale tedesco: essa fu una singola fase di un grande avvenimento europeo. Le cause motrici che hanno agito durante tutto il suo corso non sono costrette entro lo spazio angusto di un singolo paese e neanche di una parte del mondo. Anzi, i paesi che furono il teatro di questa rivoluzione hanno meno degli altri partecipato alla sua genesi. Sono materia grezza più o meno priva di consapevolezza e di volontà che viene modellata nel corso di un movimento a cui ora tutto il mondo prende parte, un movimento che nella situazione sociale odierna può sembrare una forza estranea, mentre in realtà non è che il nostro proprio movimento. E’ perciò impossibile che la rivoluzione del 1848-50 finisca come quella del 1525.

 

 

Friedrich Engels: La guerra dei contadini in Germania 

Note alla Prefazione:

[1] «Nuova gazzetta renana. rivista politico-economica». Si pubblicò ad Amburgo sotto la direzione di Marx ed Engels nel 1850. Ne uscirono complessivamente 6 fascicoli
[2] Nel 1866 scoppiò una guerra sanguinosa, ma di breve durata, tra l’Austria e la Prussia (di quest’ultima era alleata l’Italia). La vittoria delle truppe prussiane a Sadowa e la conclusione del conflitto (pace di Praga, 23 agosto 1866) segnarono lo scioglimento della Confederazione germanica e l’estromissione dell’impero d’Austria dalla vita della Germania, che si avviò alla propria unità sotto l’egemonia della Prussia.
[3] Questo congresso della I° Internazionale ebbe luogo nel settembre 1869
[4] il 19 luglio 1870 provocata da Bismarck, scoppiò la guerra tra la Francia e la Prussia. La campagna si concluse in sei settimane con la sconfitta della Francia. Risultato del conflitto tu la costituzione dell’impero tedesco di cui, pur riluttanti, fecero parte anche Il Baden, Il Württemberg e la Baviera, la quale fu costretta a riconoscere il titolo di Imperatore al re di Prussia, pur conservando alcune prerogative sovrane
[5] Organo socialdemocratico, bisettimanale, pubblicato a Lipsia tra il 1869 e il 1876 sotto la direzione di Guglielmo Liebknecht.
[6] Nelle elezioni del 1874 i socialdemocratici ebbero 351.670 voti, marcando un aumento del 200 % rispetto al 1871.

Note Cap. 1

[1] Ansa o Lega Ansestica: unione commerciale fra le città della Germania settentrionale, sotto la guida di Lubecca. Amburgo e Brema. Durò dal XIII al XVII secolo.
[2]Stände: strati sociali organizzati (nobiltà, clero, borghesia).
[3] Il termine tedesco che usa Engles è Höriger. La differenza tra servo della gleba e emancipato ricorda quella che sussisteva a Roma tra lo schiavo o il liberto. Il carattere che distingueva l’emancipato dal servo della gleba era la mancanza di quel rapporto servile che legava questo al signore. Ciò che non impediva però che gli emancipati dovessero ai signore delle prestazioni che poco differivano da quelle a cui erano tenuti i servi e che fossero poi gravati di imposte reali che finivano con lo schiacciarli.
[4] Laudemio si diceva la tassa che il vassallo pagava ai padrone all’atto dell’investitura. Si chiama più comunemente tassa dominicale.
[5] Codice penale promulgato sotto l’Imperatore Carlo V nel 1532.

Note Cap. 2

[1] Secondo una leggenda un ricco mercante di Lione Pierre de Vaud o Valdo, di fronte alla corruzione dilagante del clero, decise di seguire i consigli evangelici,. distribuì ai poveri i suoi beni e con un gruppo di seguaci iniziò nel 1176 la sua predicazione. E’ probabile che la setta che prese il nome di Pierre de Vaud esistesse già prima della sua predicazione, e del resto essa si fuse con altre sette esistenti in Italia, i catari e i patarini. In un primo tempo i valdesi non ebbero alcuna coscienza della loro opposizione alla chiesa, ma il carattere della loro predicazione, la lettura libera del Vangelo, l’ostilità al mistero della transustanziazione e il carattere laico della loro predicazione spinsero la chiesa a perseguitarli. Una crociata fu organizzata contro di loro da Pio IV nel 1477 e le persecuzioni si susseguirono sino al secolo XVIII. Solo nel 1848 essi ottennero il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e la libertà religiosa in Piemonte e nella Savoia. La chiesa valdese esiste anche oggi e conta qualche migliaio di adepti.
[2] Questa setta i cui caratteri sono molto simili a quelli dei valdesi trae il suo nome dalla città di Albi nella Linguadoca. Il terreno è dunque sempre la Francia meridionale. Gli albigesi professavano il cristianesimo apostolico e ispiravano la loro vita alla semplicità del Vangelo. Il papa Calisto II li scomunicò nel concilio di Tolosa del 1119 e il papa Innocenzo II nel 1139. Nel 1209 Innocenzo III bandì una crociata contro di loro. Fu una vera e propria guerra che si protrasse per venti anni A spiegarne il carattere basta tener presente che la crociata fu capeggiata dal signori della Francia settentrionale, che, in uno stadio di sviluppo notevolmente meno avanzato del mezzogiorno, era legata alla chiesa romana così come a tutto il modo di vita feudale e trovava nella crociata un pretesto per distruggere la potenza economica e politica del Sud. La pace fu conclusa nel 1229 dopo una serie di crudeltà inaudite commesse specialmente da Simone di Monfort e dai legati del papa: la presa di Bezier fu seguita dalla strage di 20.000 albigesi.
[3] Il supplizio di Huss fu seguito in Boemia dall’esplosione di un movimento rivoluzionarlo i cui obiettivi erano la lotta contro l’autorità del papa e per la riforma della chiesa, la lotta contro i tedeschi per l’indipendenza nazionale del cechi. La parola d’ordine del movimento fu «il calice ai laici». Secondo il rito cattolico infatti la comunione si somministra al laici nella specie del pane e al clero sotto le due specie del pane e del vino. Il significato dunque di questa esigenza espressa nella parola d’ordine degli insorti era la soppressione di un privilegio del clero in materia sacramentale. Dal nome latino calix gli insorti si chiamarono calistini. Sul principio tutto il popolo boemo scese in lotta: i nobili speravano di arricchirsi con i beni dei clero, i ricchi borghesi speravano di estendere la loro influenza economica alle città tedesche e i contadini, appoggiati dalla piccola borghesia urbana e dagli strati proletari, aspiravano al possesso della terra. Questi ultimi, dal nome del monte Tabor, presero il nome di taboriti. Dopo aver riportato una grande vittoria a Tauss, i taboriti, i quali avevano un programma non corrispondente alle possibilità di sviluppo della società del tempo, si trovarono isolati dagli altri gruppi sociali che avevano raggiunto i loro obiettivi e, battuti dal re Sigismondo, si dispersero rapidamente.
[4] Le prime notizie che abbiamo di questa setta risalgono al secolo XI, ma solo nei secoli XIII e XIV s’irradiò dall’Italia nel mezzogiorno della Francia, nell’Alsazia e nella Lorena. I flagellanti. così chiamati perché praticavano la flagellazione, volevano rendere perfetto il loro distacco dal mondo e riprodurre in sé le sofferenze di Cristo. La chiesa in principio non avversò questa pratica, seguita anche da Gregorio VII, ma quando i flagellanti cominciarono a manifestare la loro ostilità agli ordini monastici e ad esigere riforme della chiesa; furono condannati dal Concilio di Costanza.
[5] Setta che si sviluppò tra i poveri tessitori inglesi nel secolo XIV ed ebbe ramificazioni nel Paesi Bassi, nella Fiandra e nel Brabante. I lollardi chiedevano la riforma della chiesa inglese e la comunità dei beni. Si andarono estinguendo sebbene lentamente, dopo che Giovanni Ball, loro massimo rappresentante fu ucciso durante il grande movimento insurrezionale del 1358.
[6] Nei secolo X all’avvicinarsi dell’anno 1000, si diffuse la cosiddetta dottrina millenaristica (o chilialistica, dall’equivalente termine greco) che, traendo lo spunto dall’Apocalisse annunciava che nel secolo prossimo tutti i mali dell’umanità. sarebbero stati guariti dal ritorno di Cristo sulla terra. Il millenarismo, che interpretava il bisogno di rigenerazione sociale sentito profondamente dalle masse oppresse, ebbe larga diffusione e costituì il precedente ideologico di tutti i movimenti riformatori sviluppatisi nei secoli successivi.
[7] «Mentitore»

Note Cap. 4

[1] La guerra che si svolse in Inghilterra, negli anni 1455-1485, tra la dinastia dei Lancaster, simboleggiata da una rosa rossa, e la dinastia degli York, simboleggiata da una rosa bianca. I Lancaster, i quali rappresentavano gli interessi dei grandi feudatari del Galles e del Nord, miravano a dividere l’Inghilterra in tanti stati feudali. Gli York, i quali rappresentavano gli interessi della borghesia delle città sudorientali e dei contadini, miravano a costituire uno stato unitario retto da una dinastia assoluta. La Guerra delle due Rose si concluse con la vittoria degli York e l’ascesa al trono di Edoardo IV.

Note Cap. 5

[1] Dal 1507 al 1573 governatore di Filippo II nei Paesi Bassi, cercò di reprimervi l’insurrezione con feroce crudeltà.

Note Cap. 6

[1] «Monte della battaglia»

 

 

 

 

 

Comments are closed.

Blog di aqiva su Google+

SeguiIn campo

Archivi

In campo sui Social Network

In campo su Google+

agosto: 2017
L M M G V S D
« Giu    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

SeguiIn campo

In campo su Google+