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Categorized | Guerra, Politica

Italiani brava gente: missione di guerra a scopi “umanitari

Posted on 19 settembre 2016

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Generale FABIO MINI

Le critiche alla missione “sanitaria-militare” in Libia decisadal governo per conto di un’Italia in vacanza sono comprensibili ma rivolte alle persone sbagliate. Da più parti si sta infatti insistendo sul fatto che i militari italiani hanno imposto un cambiamento al conflitto portando “gli anfibi sul territorio libico”. Si dice anche che la missione cela dietro una sessantina di operatori sanitari quasi duecento militari addetti alla logistica e oltre un centinaio di parà, e che lo schieramento di questa componente “umanitaria ” è sostenuto da una nostra portaerei, dai droni e dai cacciabombardieri disponibili in tutto il Sud Italia.

Muoversi nella nebbia dell’indecisione

Come al solito, si fanno i conti in tasca allo strumento militare e si sorvola sui motivi politico-strategici della decisione. O, come sembra, dell’indecisione. È infatti proprio quando non si sa bene cosa fare, quali sono i fini degli interventi militari, quando non si capisce come l’intervento possa finire, quando non si è sicuri degli alleati e non si sa bene chi siano gli avversari da battere e gli interessi da difendere che si chiede ai militari di “fare qualcosa”. E non è affatto strano o ingiustificato che gli stati maggiori prendano precauzioni puramente militari e si muovano nella nebbia politica con la dovuta cautela.

La missione sanitaria-militare è stata spesso l’escamotage “umanitario” per interventi al buio, per nascondere le incognite e sottostare alle pressioni esterne. Non siamo i soli, ma più di altri abbiamo abusato di questo trucco invertendo il naturale ordine degli schieramenti di truppe (gli ospedali al seguito e per le esigenze dei contingenti) con il più facile schieramento degli ospedali prima o in sostituzione dei contingenti operativi.

Così i nostri medici militari sono stati mandati in Corea, in Libano, in Somalia, in Iraq (1991), sempre a scopo umanitario e pur sempre in guerra. Deteniamo il primato assoluto di militarizzazione della sanità con la fondazione, già durante le guerre d’indipendenza delle Squadriglie di soccorso (poi Corpo Militare della Croce Rossa) e del Corpo delle infermiere volontarie anch’esso a ordinamento militare.

Una commistione pericolosa

 

La sanità militare italiana ha accumulato grandi meriti umanitari e sviluppato una conoscenza unica nel campo della chirurgia di guerra. Ma grazie alle velleità politiche abbiamo anche mescolato le prerogative sanitarie internazionalmente riconosciute (immunità) con le esigenze delle operazioni belliche. La commistione è sempre stata pericolosa e conflittuale. Non a caso le organizzazioni umanitarie internazionali che operano in zone di conflitto non vogliono aver nulla a che fare con i contingenti militari.

Considerano la loro presenza e l’attività sanitaria militare un innalzamento del rischio e ritengono che in alcuni teatri gli stessi ospedali militari abbiano coperto azioni belliche.

Inoltre, le strutture sanitarie militari non garantirebbero lo scopo umanitario di curare tutti, amici e nemici, civili e militari, donne, uomini e bambini allo stesso modo e senza secondi fini di acquisizione d’informazioni, repressione e pressione psicologica.

D’altro canto, le stesse organizzazioni umanitarie sono state spesso accusate di abusare dei simboli sanitari e di favorire l’avversario sottraendo combattenti e terroristi alla cattura. Per quanto comprensibile, anche in assenza di secondi fini, la concomitante presenza militare e sanitaria è un elemento di alterazione della situazione operativa.

In teoria, la pura assistenza umanitaria non avrebbe bisogno di protezione militare. Anzi è spesso compromessa proprio dalla protezione armata che finisce per alimentare i sospetti e indurre amici e nemici a ignorare tutti i simboli umanitari. Ma la teoria, in queste guerre in-civili e terroristiche, soccombe e la

protezione dei propri contingenti, della popolazione inerme e dei non combattenti (se e quando si riescono a distinguere) giustifica ogni precauzione militare. Il problema non è quindi nei 300 o 3.000 militari impegnati sul terreno libico al seguito dei medici, ma nelle motivazioni, nelle aspettative e nelle prospettive che l’intervento “umanitario” si prefigge, al di là dell’insussistente “fare qualcosa”, delle pressioni esterne, delle velleità interne o del fumo negli occhi nazionali e internazionali. E queste cose non vanno chieste ai generali e ai soldati che già hanno valutato e riferito rischi e capacità. Bisogna chiederle al nostro governo, ai suoi consiglieri e i suoi stakeholders sperando che si rendano conto di stare usando uno strumento ambivalente: benigno dal punto di vista umano e mortale dal punto di vista politico e strategico.

 

Le subdole manovre del generale Haftar

 

Occorre rendersi conto che: 1) l’invio di tali forze de facto configura un intervento militare di guerra a prescindere dalle intenzioni. 2) La richiesta o l’autorizzazione del governo libico e delle Nazioni Unite non sono sufficienti a limitare i rischi politici visto che il governo di Serraj sostenuto dall’Onu non ha ancora ottenuto la fiducia di entrambi i parlamenti. 3) Le subdole manovre del generale Haftar e dei suoi sponsor egiziani non sono affatto dirette né verso il contrasto dei jihadisti né a favore della pacificazione nazionale. 4) Il terrorismo dell’Isis non è stato debellato ed invece sta prendendo tempo in attesa di una definitiva frattura tra i vari attori esterni e nello stesso ambito interno: in Iraq come in Siria e Libia. 5) Le linee della spartizione libica sono state già decise da tempo da americani, inglesi e francesi a prescindere dagli interessi politici ed economici italiani. 6) In tutti i paesi che hanno intrapreso le guerre dell’ultimo ventennio è in atto una seria revisione sulle loro finalità e modalità.

Dappertutto, tranne che in Italia, ci si interroga sull’Afghanistan, sull’Iraq, sull’Ucraina, sulla Siria, sulle rivoluzioni colorate, sulla Turchia e l’Iran, sugli Usa e la Russia e sulla stessa Libia.

 

Al di là dei trionfalismi fuori posto, il giudizio è per lo meno pesante. In questi giorni la Commissione affari esteri britannica ha pubblicato il proprio giudizio sulla guerra alla Libia del 2011. Non ci sono incertezze o mezzi termini: “L’intervento militare in Libia era fondato su assunti sbagliati”,” la decisione del governo

Cameron non si basava su informazioni accurate, fallì nel riconoscere che la minaccia ai civili da parte del regime di Gheddafi era stata sovrastimata e che i ribelli includevano una componente significativa di islamisti”. Così, l’intervento militare che “intendeva proteggere i civili è stato trasformato in un cambiamento di regime” senza però “una strategia che potesse sostenere e definire la Libia del post-

Gheddafi ”. “Le conseguenze sono state il collasso politico ed economico, la guerra tra milizie e tribù, la crisi umanitaria e dei migranti, la violazione diffusa dei diritti umani e la crescita dell’Isil in Nord Africa”. “Le azioni inglesi in Libia sono state parte di un intervento mal concepito i cui risultati sono evidenti ancora

oggi”. La leadership di Cameron non ne esce bene e così tutte quelle che nel 2011 decisero l’intervento militare scartando ogni alternativa incruenta: compresa la nostra.

 

Si può essere certi che fra non molto sarà giudicata con lo stesso rigore anche la fase attuale delle operazioni. E adesso chi glielo dice a Napolitano e Renzi?

 

 

 

Il fatto quotidiano, 18/09/2016

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