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Guerres et Capital Introduzione: Ai nostri nemici di Éric Alliez e Maurizio Lazzarato

Posted on 13 ottobre 2016

 

Afghanistan

Afghanistan, 2005

Si vous voulez connaître une question,
faites-en l’histoire.
— Un (impossible) maître en politique

 

1. Viviamo nel tempo della soggettivazione delle guerre civili. Non usciamo da un’epoca in cui il mercato, gli automatismi della governamentalità e della depoliticizzazione dell’economia del debito trionfano per rivivere l’epoca delle “concezioni del mondo”, ma per entrare nell’epoca della costruzione di nuove macchine da guerra.

 

2. Il capitalismo e il liberalismo portano le guerre al loro interno come le nuvole portano la tempesta. Se la finanziarizzazione di fine XIX° secolo e inizio del XX° ha portato alla guerra totale e alla la rivoluzione russa, alla crisi del 1929 e alle guerre civili europee, la finanziarizzazione contemporanea ci porta alla guerra civile globale, acuendo tutte le proprie polarizzazioni.

 

3. Dal 2011, sono molteplici le forme di soggettivazione delle guerre civili che modificano profondamente sia la semiologia del capitale che le pratiche di lotta opponendosi ai mille poteri della guerra come condizione permanente di vita. Dal lato delle sperimentazioni delle macchine anticapitalistiche, Occupy Wall Street negli Stati Uniti, gli Indignados in Spagna, le lotte studentesche in Cile e nel Québec, la Grecia nel 2015 si battono con armi impari contro l’economia del debito e le politiche di austerità. Le “primavere arabe”, le grandi manifestazioni del 2013 in Brasile, gli scontri al Gezi Park in Turchia fanno circolare le stesse parole d’ordine e di disordine in tutti i Sud del mondo. Nuit Débout in Francia è l’ultimo episodio di un ciclo di lotte e di occupazioni che erano forse cominciate a Piazza Tienanmen nel 1989. Dal lato del potere, il neoliberalismo, al fine di alimentare le sue politiche economiche predatorie, promuove una post-democrazia autoritaria e poliziesca, gestita dai “tecnici” del mercato, mentre le destre storiche dichiarano guerra allo straniero, all’immigrato, al mussulmano e ai più poveri (underclass) a vantaggio di un’estrema destra “non più demonizzata”. È quest’ultima che apertamene interviene sul terreno delle guerre civili designando per prima il “nemico” e rilanciando una guerra razziale di classe. L’egemonia neofascista sui processi di soggettivazione viene anche confermata dalla ripresa della guerra contro l’autonomia delle donne e il divenire minore della sessualità (in Francia la Manif pour tous) come estensione del dominio endocoloniale della guerra civile. All’era della deterritorializzazione senza limiti di Thatcher e Reagan segue oggi la riterritorializzazione razzista, nazionalista, sessista e xenofoba di Trump, che ha già preso la testa di tutti i nuovi fascismi. Il sogno americano si è trasformato nell’incubo di un pianeta insonne.

 

4. Lo squilibrio tra le macchine da guerra del capitale e i nuovi fascismi, da un lato, la lotta multiforme contro il sistema-mondo del nuovo capitalismo, dall’altro, è evidente. Squilibrio politico, ma anche squilibrio intellettuale. Questo libro si concentra su un vuoto, un represso sia teorico che pratico, che è da sempre al cuore della potenza e dell’impotenza dei movimenti rivoluzionari: il concetto di “guerra” e di “guerra civile”.

 

5. “È come una guerra”, abbiamo sentito dire ad Atene durante il fine settimana del 11-12 luglio 2015. Con ragione. La popolazione è stata l’oggetto di una vasta strategia di prosecuzione della guerra per mezzo del debito che ha completato la distruzione della Grecia e, allo stesso tempo, ha attivato l’autodistruzione della “costruzione europea”. L’obiettivo della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale non è mai stato la mediazione o la ricerca di un compromesso, ma la sconfitta in campo aperto dell’avversario. L’affermazione “è come una guerra” deve essere subito corretta: è una guerra. La reversibilità della guerra e dell’economia economia è il fondamento stesso del capitalismo. Carl Schmitt a svelato l’ipocrisia “pacifista” del liberalismo nel sottolineare la continuità tra l’economia e la guerra: l’economia persegue gli obiettivi di guerra con altri mezzi (“il razionamento del credito, l’embargo sulle materie prime, la svalutazione della valuta”). Due alti ufficiali dell’aereonautica cinese, Qiao Liange Wang Xiangsui, hanno definito le offensive finanziarie come “guerre senza spargimento di sangue”, ma crudeli ed efficaci come le “guerre sanguinarie”: una fredda violenza. Il risultato della globalizzazione, spiegano, “è che riducendo lo spazio del campo di battaglia in senso stretto, il mondo intero [è stato trasformato] in un unico e generale campo di battaglia”.  L’estensione della guerra e la moltiplicazione dei suoi nomi finiscono per stabilire un continuum tra guerra, economia e politica. Ma è fin dall’inizio che il liberalismo è una filosofia di guerra permanente. (Papa Francesco sembra predicare nel deserto, affermando, con una chiarezza che fa difetto ai politici, agli esperti e anche ai critici più incalliti del capitalismo: “Quando parlo di guerra, intendo la vera guerra, non la guerra di religione, ma di una guerra mondiale frammentata. […] È la guerra condotta in nome degli interessi economici, del denaro, delle risorse naturali, per il dominio dei popoli”).

 

6. Nello stesso anno 2015, pochi mesi dopo la sconfitta della “sinistra radicale” greca, il Presidente della Repubblica Francese ha dichiarato, la sera del 13 novembre, che la Francia è in “guerra” e ha promulgato lo stato di emergenza. La legge che lo autorizza la sospensione delle “libertà democratiche” per conferire poteri “straordinari” alla gestione della sicurezza pubblica, è stata approvata nel 1955 durante la guerra coloniale in Algeria. Applicata nel 1984 in Nuova Caledonia e nelle “rivolte delle banlieue” nel 2005, lo stato di emergenza ripone al centro dell’attenzione la guerra coloniale e la guerra postcoloniale. Ciò che è successo a Parigi in una brutta notte nel mese di novembre, nelle città del Medio Oriente è teatro quotidiano. È lo stesso orrore che mette in fuga milioni di profughi che si “riversano” in Europa. I profughi rendono chiare le più antiche tecnologie colonialiste per regolare i movimenti migratori la cui causa principale  deve essere cercata nell’estensione “apocalittica” nelle “guerre infinite” dichiarate dal cristiano-integralista George Bush e dal suo staff neocon. La guerra neocoloniale non avviene solo nelle “periferie” del mondo ma attraversa in tutti i modi possibili il “centro”, contro le figure del “nemico islamico interno”, degli immigrati, dei rifugiati, dei migranti. Né sono esclusi (da questa guerra) gli eterni ultimi: i poveri, gli operai impoveriti, i precari, i disoccupati di lunga durata e gli endo-colonizzati di entrambe le rive dell’Atlantico…

 

7. Il “patto di stabilità” (lo stato di eccezione “finanziario” in Grecia) e il “patto di sicurezza” (lo stato di eccezione “politico” in Francia) sono due facce della stessa medaglia. Destabilizzando e ristrutturando continuamente l’economia mondiale, i flussi di credito e le minacce di guerra sono, assieme agli Stati che li integrano, le condizioni di produzione e riproduzione del capitalismo contemporaneo.

Il denaro e la guerra costituiscono le strutture portanti del mercato mondiale, chiamato anche “governante” dell’economia mondiale. In Europa, tale dispositivo si incarna nell’emergenza finanziaria che riduce a zero i diritti del lavoro e della sicurezza sociale (sanità,istruzione, alloggio, ecc), mentre l’emergenza anti-terrorismo sospende i diritti “democratici” già esangui.

 

8. La nostra prima tesi sarà che la guerra, la moneta e lo Stato sono le forze costitutive o costituenti, vale a dire ontologiche, del capitalismo. La critica dell’economia politica risulta inadeguata nella misura in cui l’economia non sostituisce la guerra ma la continua con altri mezzi, che passano necessariamente per lo Stato: regolamentazione della moneta e monopolio legittimo della forza per la guerra interna ed esterna. Per produrre la genealogia e ricostruire lo “sviluppo” del capitalismo, dovremmo implicare e articolare al contempo critica dell’economia politica, critica della guerra e critica dello Stato. L’accumulazione e il monopolio della proprietà da parte del Capitale e l’accumulazione del monopolio della forza da parte dello Stato si nutrono reciprocamente. Senza l’esercizio della guerra esterna e senza l’esercizio di una guerra civile all’interno dei propri confini dello Stato, il Capitale non si sarebbe mai costituito. E viceversa: senza la cattura e la valorizzazione della ricchezza creata dal Capitale, mai lo Stato avrebbe potuto esercitare le proprie funzioni amministrative, giuridiche, di governamentalità, né organizzare un esercito la cui potenza è in costante crescita. L’espropriazione dei mezzi di produzione e l’appropriazione dei mezzi di esercizio della forza sono le condizioni per la formazione del Capitale e per la costituzione dello Stato, che si sviluppano in parallelo. La proletarizzazione militare accompagna la proletarizzazione industriale.

 

9. Ma di quale “guerra” si tratta? Il concetto di “guerra civile mondiale”, proposto contemporaneamente da Carl Schmitt e da Hannah Arendt all’inizio degli anni 60, ne rappresenta forse la definizione più appropriata? Le categorie di “guerra infinita”, di “guerra giusta” e di “guerra contro il terrorismo” corrispondono ai nuovi conflitti nell’era della globalizzazione? Ed è possibile riprendere il sintagma “della” guerra al singolare senza immediatamente assumere il punto di vista dello Stato? La storia del capitalismo è, dall’origine, attraversata e costituita da una molteplicità di guerre: guerre di classe, di razze, di genere[1], guerre di soggettività, guerre di civiltà. “Le guerre” e non la guerra: questa è la nostra seconda tesi. Le “guerre” come fondamento dell’ordine interno ed esterno, come principio d’organizzazione della società. Le guerre, non solo di classe, ma anche militari, civili, di sesso, di razza sono così funzionali, in quanto costituenti, alla definizione del Capitale, al punto che Das Kapital di Karl Marx dovrebbe essere riscritto dall’inizio alla fine per tenere conto in maniera realista della loro dinamica. Nei principali snodi della storia del capitalismo, non si trova la “distruzione creatrice” di Schumpeter, prodotta dall’innovazione imprenditoriale, ma sempre l’attuarsi delle guerre civili.

 

10. 1492, l’Anno Uno del Capitale, la formazione del capitale si dispiega attraverso le diverse guerre su entrambi i lati dell’Atlantico. La colonizzazione interna (Europa) e la colonizzazione esterna (Americhe) sono parallele, si rafforzano a vicenda e insieme delimitano l’economia mondiale. Questa doppia colonizzazione rappresenta ciò che Marx ha chiamato “accumulazione primitiva” (Ursprüngliche Akkumulation). Al contrario, se non di Marx, almeno di un certo marxismo a lungo dominante, non concordiamo con la tesi secondo la quale l’accumulazione primitiva sia una semplice fase dello sviluppo, destinata a essere superata da e tramite un “modo specifico di produzione” del Capitale. Essa è invece una condizione perenne che accompagna incessantemente lo sviluppo del capitale, in modo tale che, se l’accumulazione primitiva continua nel tempo, allora le guerre di classe, di razza, di sesso, di soggettività continuano anch’esse, sono infinite. La combinazione di queste ultime, in particolare la guerra contro i poveri e le donne all’interno dell’Europa e la guerra contro i popoli all’esterno dell’Europa, che si è completamente dispiegata nell’accumulazione “primitiva”, precede e rende possibile le “lotte di classe” del XIX° e del XX° secolo, inserendole in una guerra comune contro la pacificazione produttiva. Una pacificazione ottenuta a qualunque costo (“sanguinoso” e non) costituisce lo scopo della guerra del capitale come “relazione sociale”.

 

11. “Volendosi concentrare esclusivamente sul rapporto tra capitalismo e industrialismo, Marx finisce per non accordare alcuna attenzione alla stretta relazione che questi due fenomeni intrattengono con il militarismo”. La guerra e la corsa agli armamenti sono entrambe condizioni per lo sviluppo economico e per l’innovazione tecnologica e scientifica, sin dagli esordi del capitalismo. Ogni stadio di sviluppo del capitale escogita un suo proprio, specifico, “keynesismo di guerra”. Questa tesi di Giovanni Arrighi ha il solo difetto di limitarsi a “la” guerra tra Stati e di “non accordare sufficiente attenzione alla stretta relazione” che il Capitale, la tecnologia e la scienza intrattengono con “le” guerre civili. Un colonnello dell’esercito francese ha riassunto così le funzioni esplicitamente economiche della guerra: “Noi siamo produttori come tutti gli altri”. Questa affermazione svela uno degli aspetti più inquietanti del concetto di produzione e di lavoro, aspetto che gli economisti, i sindacati e marxisti ortodossi si guardano bene dal tematizzare.

 

12. La forza strategica di destrutturazione/ristrutturazione dell’economia-mondo è, sin dall’accumulazione primitiva, rappresentata dal Capitale nella sua forma più deterritorializzata, vale a dire il Capitale finanziario (che può essere definito così ancor prima di aver ricevuto tutte le credenziali di convalida balzachiana). Foucault critica il concetto marxiano di Capitale perché, secondo lui, non ci sarebbe mai “il” capitalismo, ma piuttosto “un insieme politico-istituzionale”, storicamente determinato (l’argomento ha conosciuto in seguito, un vivo successo).Benché in realtà Marx non abbia mai utilizzato il concetto di capitalismo, va comunque mantenuta la distinzione tra quest’ultimo e “il” capitale, perché la sua logica, quella del Capitale finanziario (A-A’) è, storicamente, la più operativa. Ciò che viene definito “crisi finanziaria” mostra questa logica all’opera nelle più efferate politiche di austerità. La molteplicità di forme statali e di organizzazioni transnazionali del potere, la pluralità di complessi politico-istituzionali che definiscono la varietà dei “capitalismi” nazionali sono violentemente centralizzate, subordinate e comandate dal capitale finanziario globalizzato. La molteplicità delle formazioni di potere si piega insomma, più o meno docilmente (ma più che meno), alla logica della proprietà astratta, alla proprietà dei creditori. Il Capitale, con la sua dinamica (A-A’) di riconfigurazione planetaria dello spazio attraverso l’accelerazione costante del tempo, è una categoria storica, una “astrazione reale”, direbbe Marx, che produce effetti reali di privatizzazione della Terra, dell’umano e del non umano e anche del comune del mondo (si pensi all’accaparramento delle terre – land grabbing – che è, a sua volta, la conseguenza diretta della crisi alimentare del 2007-2008 e costituisce una delle strategie di uscita dalla crisi finanziaria). È in tale senso che noi usiamo il concetto “storico-trascendentale” di Capitale come agente di lungo corso (con meno maiuscole possibili) della colonizzazione sistematica del mondo . Perché lo sviluppo del capitalismo, a partire da un certo momento, non è più passato dalle città che hanno a lungo funzionato come suo vettore, ma attraverso lo Stato?

 

13. Perché solo lo Stato, nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII, sarà in grado di effettuare l’esproprio / l’appropriazione della molteplicità delle macchine da guerra dell’epoca feudale (occupate a organizzare guerre “private”) per centralizzarle e istituzionalizzarle in una sola macchina da guerra trasformata in esercito dotata del monopolio legittimo della forza. La divisione del lavoro non opera solo nella produzione, ma anche nella specializzazione della guerra e del mestiere di soldato (Adam Smith). La centralizzazione e l’esercizio della forza tramite un “esercito regolato” è opera dello Stato ed entrambe costituiscono anche la condizione dell’accumulazione della “ricchezza” delle nazioni “civili e opulente” a spese dei paesi poveri – in verità, non riguardano per niente le “nazioni” ma piuttosto “waste lands” come diranno i colonizzatori (Locke Wasteland).

 

14. La costituzione dello Stato in “megamacchina” del potere sarà quindi basata sulla cattura dei mezzi di esercizio della forza, sulla loro centralizzazione e istituzionalizzazione. Ma, a partire dal 1870, e soprattutto sotto l’influenza di un’accelerazione imposta dalla “guerra totale”, il capitale non si accontenta più di intrattenere un rapporto di alleanza con lo Stato e la sua macchina da guerra. Comincia ad assoggettarla direttamente grazie all’integrazione dei suoi strumenti di polarizzazione. La costruzione di questa nuova macchina da guerra capitalista integrerà lo Stato, la sua sovranità (politica e militare) e l’insieme di tutte le sue funzioni “amministrative”, modificandole profondamente sotto il comando del capitale finanziario. Dalla prima guerra mondiale, il modello dell’organizzazione scientifica del lavoro e il modello militare di organizzazione e conduzione della guerra penetrano in profondità nel funzionamento politico dello Stato, ridefinendo la divisione liberale dei poteri a favore del potere esecutivo. Contemporaneamente, la politica, non più dello Stato ma del Capitale, si impone nel definire l’organizzazione, lo svolgimento e gli obiettivi della guerra. Con il neoliberismo, questo processo di cattura della macchina da guerra e dello Stato si realizza pienamente nel modello assiomatico del Capitalismo Mondiale Integrato (CMI). Utilizziamo il concetto di  CMI di Félix Guattari per suffragare la nostra terza tesi:  il Capitalismo Mondiale Integrato è l’assiomatica della macchina da guerra del Capitale che ha portato a subordinare la deterritorializzazione dello Stato alla deterritorializzazione superiore del Capitale (finanziario). La macchina della produzione non si distingue più dalla macchina da guerra, ed è in grado di integrare il civile e il militare, la pace e la guerra in un continuum di potere.

 

15. Nella lunga durata del rapporto capitale/guerra, lo scoppio della “guerra economica” tra gli imperialismi, alla fine del XIX secolo, costituisce un punto di svolta, un processo di trasformazione irreversibile della guerra e dell’economia, dello stato e della società. Il capitale finanziario trasmette l’illimitatezza (della sua valorizzazione) alla guerra facendo di questa ultima una potenza senza limite (guerra totale). La congiunzione dell’illimitatezza del flusso della guerra e l’assenza di limiti del flusso di capitale finanziario nella prima guerra mondiale, forza i confini sia della produzione che della guerra, generando lo spettro terrificante della produzione illimitata per la guerra illimitata.  Si deve alle due guerre mondiali il fatto di aver realizzato per la prima volta la subordinazione totale (o sussunzione reale) della società e delle forze produttive all’economia (di guerra), attraverso l’organizzazione e la pianificazione della produzione, del lavoro e della tecnica, della scienza e del consumo,  su una scala fino a quel momento sconosciuta. Il coinvolgimento dell’insieme della popolazione nella “produzione” è stata accompagnato dalla costituzione di un processo di soggettivazione di massa attraverso la gestione delle tecniche di comunicazione e produzione dell’opinione pubblica. Dall’istituzione di programmi di ricerca senza precedenti finalizzati alla “distruzione” scaturirono le scoperte scientifiche e tecnologiche che, una volta , trasferite ai mezzi di produzione di “beni” sono andate a costituire le nuove generazioni di capitale costante. È questo il passaggio che sfugge all’operaismo (e al post-operaismo) che data questa rottura, questa grande biforcazione, molti più tardi, negli anni 1960-1970.

 

16. L’origine del welfare non deve essere ricercata unicamente dal lato della logica assicurativa contro i rischi del “lavoro” e i rischi della “vita” (la scuola foucaultiana sotto influenza padronale), ma dapprima e soprattutto nella logica della guerra. Il warfare ha ampiamente anticipato e preparato il welfare. Già dal 1930, l’uno e l’altro diventano indiscernibili. L’enorme militarizzazione della guerra totale, che ha trasformato l’operaio internazionalista in 60 milioni di soldati nazionalisti, sarà “democraticamente” riterritorializzato dal welfare. La conversione delleconomia di guerra in economia liberale, la conversione della scienza e della tecnologia da strumenti di morte in mezzi di produzione di “beni” e la conversione soggettiva della popolazione militarizzata in “lavoratori” sono realizzate grazie all’enorme dispositivo d’intervento statale al quale partecipano attivamente le imprese (corporate capitalism). Il warfare prosegue con altri mezzi la sua logica nel welfare. Lo stesso Keynes aveva riconosciuto che la politica della domanda effettiva non aveva altri modelli di realizzazione che un regime di guerra.

 

17. Inserito nel 1951 nel suo “Oltrepassamento della metafisica” (il superamento in questione era stato pensato durante la Seconda Guerra mondiale), questo sviluppo di Heidegger definisce precisamente come si trasformano i concetti di “guerra” e di “pace” alla fine delle due guerre totali: “Guerra” e “pace”, avendo perso la loro propria essenza, sono assunte nell’errare e, poiché sono divenute irriconoscibili, nessun differenza appare più tra esse, e scompaiono nel processo in cui il fare produce sempre ulteriori fattibilità. La domanda che chiede quando ci sarà finalmente la pace non può trovare risposta, ma non perché la durata della guerra sia imprevedibile, bensì perché già la domanda stessa si volge verso qualcosa che non esiste più, dato che la guerra non è già più niente che possa concludersi in pace. La guerra è divenuta una sottospecie dell’usura dell’essente, che viene continuata in tempo di pace. […] Questa lunga guerra, nella sua lunghezza, non va lentamente verso una pace di tipo tradizionale, ma verso una situazione in cui i caratteri costitutivi della guerra non sono più esperiti come tali e ciò che costituisce la pace ha perso ogni senso e ogni contenuto. Il passaggio sarà riscritto alla fine di Mille piani per indicare in che modo la capitalizzazione tecnico scientifica (essa rinvia a ciò che noi chiamiamo il “complesso militare-industriale scientifico-universitario) causerà “una nuova concezione della sicurezza come guerra materializzata, come insicurezza organizzata o catastrofe programmata, distribuita, molecolarizzata”.

 

18. La Guerra fredda è la socializzazione e la capitalizzazione della subordinazione (sussunzione reale) della società e della popolazione all’economia di guerra avvenuta prima metà del XX secolo. Essa costituisce un passaggio fondamentale per la formazione della macchina da guerra del Capitale, che non si appropria dello Stato e della guerra senza subordinare anche il “sapere” al suo processo. La Guerra fredda espanderà il campo di produzione delle innovazioni tecnologiche e scientifiche indotto dalle due guerre totali. Praticamente tutte le tecnologie contemporanee, e nello specifico la cibernetica, le tecnologie computazionali e informatiche sono, direttamente o indirettamente, gli esiti della guerra totale che la Guerra fredda ri-totalizza a suo modo. Ciò che Marx chiama il “General Intellect” è nato da/nella “produzione per la distruzione” delle guerre totali prima di essere riorganizzata dalle Ricerche Operative (OR) della Guerra fredda in strumenti (R&S) di comando e di controllo dell’economia-mondo. È ad un altro spostamento maggiore rispetto all’operaismo e al post-operaismo che la storia bellica del Capitale ci costringe. L’ordine del lavoro (“Arbeit macht frei”) imposto dalle guerre totali si trasforma in ordine liberal-democratico del pieno impiego come strumento di regolazione sociale dell’”operaio-massa” e di tutto il suo ambiente domestico.

 

19. Il ‘68 si colloca sotto il segno della riemergenza politica delle guerre di classe, di razza, di sesso e di soggettività che la “classe operaia” non può più subordinare ai suoi “interessi” e alle sue forme d’organizzazione (Partito-sindacato). Se è negli Stati Uniti che la lotta operaia ha “raggiunto in assoluto il suo livello più alto” (“Marx a Detroit”), è proprio lì che essa è stata sconfitta alla fine dei grandi scioperi del dopoguerra. La distruzione dell’ ”ordine del lavoro” organizzato dalle due guerre totali, che si trasforma nella Guerra fredda in “ordine del salariato” non sarà soltanto l’obiettivo di una nuova classe operaia che riscopre la propria autonomia politica, essa sarà anche il risultato della molteplicità delle guerre che, un po’ tutte contemporaneamente, si sono accese partendo da esperienze singolari dei “gruppi-soggetto”, esprimendo modalità comuni di rottura soggettiva. Le guerre di decolonizzazione e di tutte le minoranze razziali, delle donne, degli studenti, degli omosessuali, degli alternativi e degli antinuclearisti, ecc., hanno definito nuove pratiche di lotta, di organizzazione e soprattutto hanno delegittimato, nel corso degli anni ‘60 e ‘70, l’insieme dei “poteri-saperi” del capitalismo della guerra fredda. Noi non abbiamo soltanto letto la storia del capitale attraverso la guerra, ma ugualmente quest’ultima attraverso il 68 che solo rende possibile il passaggio teorico e politico dalla guerra alle guerre.

 

20. La guerra e la strategia occupano un posto centrale nella teoria e nella pratica rivoluzionarie del XIX° secolo e della prima metà del XX° secolo. Lenin, Mao e il generale Giap hanno minuziosamente commentato Della guerra di Clausewitz. Il pensiero del ’68 si è invece astenuto dal problematizzare la guerra, a parte le eccezioni di Foucault e di Deleuze-Guattari. Costoro non solo si sono proposti di rovesciare la celebre formula di Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”) analizzando le modalità secondo le quali la “politica” può essere ritenuta come la continuazione della guerra con altri mezzi, ma hanno soprattutto radicalmente trasformato i concetti di guerra e di politica. La loro problematizzazione della guerra è strettamente dipendente dalle mutazioni del capitalismo e dalle lotte che si sviluppano nel Dopoguerra, prima di cristallizzarsi in quella strana rivoluzione che fu il 1968: la “microfisica” del potere di Foucault è un’attualizzazione della “guerra civile generalizzata”; la “micropolitica” di Deleuze e Guattari è invece indissociabile dal concetto di “macchine da guerra” (la sua costruzione è interrelata al percorso militanti di uno dei due). Se si isola l’analisi delle relazioni di potere dalla guerra civile generalizzata, come fa la critica foucaultiana, la teoria della governamentalità non è più che una variante della governance neoliberale; e si stacca la micropolitica dalla macchina da guerra, come fa la critica deleuziana (che opera contemporaneamente una estetizzare la macchina da guerra), non rimangono che delle “minoranze” impotenti di fronte al Capitale che mantiene l’iniziativa.

 

21. Siliconati dalle nuove tecnologie di cui hanno sviluppato la forza di fuoco, i militari confondono la macchina tecnica con la macchina da guerra. Le conseguenze politiche sono temibili. Gli USA hanno progettato e condotto la guerra in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003) a partire dal principio “Clausewitz out, computer in” (la stessa operazione è stranamente ripresa dai supporters del capitalismo cognitivo che dissolvono l’omnirealtà delle guerre nei computer e negli “algoritmi” che hanno tuttavia contribuito, in un primo luogo, a farle). Credendo di dissipare la “nebbia” e l’incertezza della guerra (Clausewitz) attraverso l’accumulazione dell’informazione, gli strateghi della guerra ipertecnologica, digitalizzata e centrata sulla “rete” si sono velocemente disillusi: la vittoria rapidamente acquisita si è trasformata in una sconfitta politico-militare che ha scatenato in situ il disastro del Medio-oriente, senza risparmiare il mondo libero venuto ad apportargli i suoi valori in uno strano remake del Dottor stranamore. La macchina tecnica non spiega niente e non può molto da sola senza mobilizzare altre “macchine”. La sua efficacia e la sua esistenza stessa dipendono dalla macchina sociale e dalla macchina da guerra che hanno il più sovente profilato la tecnologia secondo un modello di società fondato sulle divisioni, i domini e gli sfruttamenti (Fast Cars, Clean Bodies, per citare il titolo del bel libro di Kristin Ross [Rouler plus vite, laver plus blanc, in francese]).

 

22. Se la Caduta del muro segna l’atto di decesso di una mummia di cui il ’68 ha cancellato persino la preistoria comunista, e se deve dunque essere ritenuta un non-evento (ciò che dice in modo melanconico la tesi della Fine della Storia), il fiasco sanguinoso delle prime guerre post-comuniste condotto dalla macchina imperiale, al contrario, ha fatto epoca. E ciò anche a causa del dibattito che ha innescato tra i militari, da cui è sorto un nuovo paradigma della guerra. Antitesi delle guerre industriali del XX° secolo, il nuovo paradigma è definito come una “guerra in seno alla popolazione”. Questo concetto che, alla lettera, ispira un improbabile “umanismo militare”, lo facciamo nostro raggirandone però il senso, trasformando la “guerra in seno alla popolazione” nel plurale delle nostre guerre. La popolazione è il campo di battaglia all’interno del quale si esercitano delle operazioni contro-insurrezionali di ogni genere che sono al contempo, e in modo indiscernibile, militari e non-militari, portatrici di “guerre sanguinose” e delle “guerre non sanguinose”.Nel fordismo, lo Stato non garantiva solamente la territorializzazione del Capitale, ma anche della guerra. Ne deriva che la globalizzazione non libererà il capitale dal controllo dello Stato senza liberare al contempo la guerra, la cui continuità con l’economia passa a una potenza superiore, integrando il piano del capitale. La guerra deterritorializzata non è più la guerra tra stati, ma un seguito ininterrotto di guerre multiple contro le popolazioni, che rimanda definitivamente la “governamentalità”  dalla parte delle teorie de la governance in un’impresa comune di diniego delle guerre civili globali. Ciò che si governa e ciò che permette di governare, sono le divisioni che proiettano le guerre in seno alla popolazione al rango di contenuto reale della biopolitica. Una governa mentalità biopolitica di guerra come distribuzione differenziale della precarietà e norma della “vita quotidiana”. Tutto il contrario della Grande Narrazione della nascita liberale della biopolitica condotta in un famoso corso al Collège de France, a cavallo degli anni 1970 e 1980.

 

23. Approfondendo le divisioni, accentuando le polarizzazioni, l’economia del debito trasforma la “guerra civile mondiale” (Schmitt, Arendt) in un groviglio di guerre civili: guerre di classe, guerre neocoloniali contro le “minoranze”, guerre contro le donne, guerre di soggettività. La matrice di queste guerre civili è la guerra coloniale. Quest’ultima non è mai stata una guerra tra Stati, ma, per definizione, una guerra dentro e contro la popolazione, dove le distinzioni tra pace e guerra, tra combattenti e non-combattenti, tra l’economico, il politico e il militare non hanno mai avuto luogo. La guerra coloniale dentro e contro le popolazioni è il modello di guerra che il Capitale finanziario ha scatenato a partire dagli anni ’70, in nome di un neoliberalismo combattente. La sua guerra sarà al contempo frattale e trasversale: frattale, in quanto produce indefinitamente la sua invarianza tramite un cambiamento constante di scala (la sua “irregolarità” e le “rotture” che introduce si esercitano a diverse scale di realtà); e trasversale, perché si dispiega simultaneamente al livello macropolitico (giocando tutte le grandi opposizioni duali: classi sociali, bianchi e non-bianchi, uomini e donne…) e micropolitico (via l’engineerinig molecolare che privilegia le interazioni più elevate). Essa può così coniugare il livello civile con quello militare nel Sud e nel Nord del mondo, nei Sud e nei Nord di tutto il mondo. La sua prima caratteristica è dunque di essere non tanto una guerra senza distinzioni quanto una guerra irregolare. La macchina da guerra del capitale che, agli inizi degli anni ’70, ha definitivamente integrato lo Stato, la guerra, la scienza e la tecnologia enuncia chiaramente la strategia della globalizzazione contemporanea: precipitare la fine della breve storia del riformismo del capitale – Full Employement in a Free Society, secondo il titolo del libro-manifesto di Lord Beveridge pubblicato nel 1944 – attaccando ovunque e con tutti i mezzi le condizioni di realtà del rapporto di forze che aveva imposto tale riformismo. Un’infernale creatività sarà dispiegata dal Progetto politico neoliberale per far finta di dotare il “mercato” delle qualità sovraumane d’information processing: il mercato come ultimo cyborg.

 

24. La maggiore consistenza dei neofascismi a partire dalla “crisi” finanziaria del 2008 costituisce una svolta nello svolgimento delle guerre in seno alla popolazione. Le loro dimensioni al contempo frattali e trasversali assumono una nuova e significativa efficacia nel dividere e nel polarizzare. I nuovi fascismi mettono alla prova tutte le risorse della “macchina da guerra”, in quanto se quest’ultima non s’identifica necessariamente con lo Stato, essa può anche sfuggire al controllo del Capitale. Mentre la macchina da guerra del Capitale governa attraverso una differenziazione “inclusiva” della proprietà e della ricchezza, le nuove macchine da guerra fasciste funzionano secondo il principio esclusione a partire dall’identità della razza, del sesso e della nazionalità. Le due logiche sembrano incompatibili. In realtà, convergono inesorabilmente (cfr. la “preferenza nazionale”) man mano che lo stato d’emergenza economico e politico s’installa nel tempo coercitivo del global flow. Se la macchina capitalista continua a diffidare dei nuovi fascismi, ciò non è in ragione dei suoi principi democratici (il Capitale è ontologicamente antidemocratico!) o della rule of law, ma in quanto, come il nazismo, il postfascismo può “autonomizzarsi” dalla macchina da guerra del Capitale e sfuggire al suo controllo. Non è esattamente ciò che è successo con i fascismi islamisti? Formati, armati, finanziati dagli USA, hanno rivoltato le loro armi contro la superpotenza e i suoi alleati che li avevano strumentalizzati. Dall’Occidente alle terre del Califfato e viceversa, i neonazisti di ogni obbedienza incarnano la soggettivazione suicidaria del “modo di distruzione” capitalista. Si tratta anche della scena finale del ritorno del rimosso coloniale: gli jihadisti 2.0 scuotono le metropoli occidentali come il loro nemico più interno. L’endocolonizzazione diventa così il modo di coniugazione generalizzato della violenza “topica” del capitalismo sulle popolazioni. Quanto ai processi di convergenza o di divergenza tra macchina da guerra capitalista e neofascista, dipenderanno dall’evoluzione delle guerre civili in corso, e dai pericoli che un eventuale processo rivoluzionario potrebbe far correre alla proprietà privata, e più generalmente al potere del Capitale.

 

25. Impedendo di ridurre il Capitale e il capitalismo a un sistema o a una struttura, e l’economia a una storia di cicli che si conchiudono su loro stessi, ecc., le guerre di classe, di razza, di sesso, di soggettività contestano ugualmente alla scienza e alla tecnologia ogni principio d’autonomia, ogni via reale verso la “complessità” o un’emancipazione forgiata secondo i principi di una concezione progressista (e oggi accelerazionista) del movimento della Storia.Le guerre iniettano dei rapporti strategici l’indeterminazione dello scontro, l’incertezza della lotta e rendono inoperante ogni meccanismo d’auto-regolazione (del mercato) o ogni regolazione tramite feedback (“sistemi uomini-macchine” che aprono la loro “complessità” sul futuro). L’“apertura” strategica della guerra è radicalmente altra rispetto all’apertura sistemica della cibernetica, che non a caso è nata dalla/nella guerra. Il capitale non è struttura, né sistema, è “macchina”, e macchina da guerra di cui l’economia, la politica, la tecnologia, lo Stato, i media, ecc. non sono che articolazioni informate da relazioni strategiche. Nella definizione marxista/marxiana di General Intellect, la macchina da guerra, integrando al suo funzionamento la scienza, la tecnologia, la comunicazione, è curiosamente sottovalutata a profitto di un poco credibile “comunismo del capitale”.

 

26. Il capitale non è un modo di produzione senza essere, al contempo, un modo di distruzione. L’accumulazione infinita che sposta in continuazione i suoi limiti per ricrearli di nuovo è allo stesso tempo distruzione allargata illimitata. Gli aumenti di produttività e gli aumenti di distruttività progrediscono parallelamente. Si manifestano nella guerra generalizzata che gli scienziati preferiscono chiamare Antropocene piuttosto che Capitalocene, anche se, con ogni evidenza, la distruzione degli ambienti nei e per i quali viviamo non comincia con l’“uomo” e i suoi bisogni crescenti, ma con il Capitale. La “crisi ecologica” non è il risultato di una modernità e di un’umanità cieche agli effetti negativi dello sviluppo tecnologico, ma il “frutto della volontà” di alcuni uomini di esercitare un dominio assoluto sugli altri uomini a partire da una strategia geopolitica mondiale di sfruttamento senza limiti di tutte le risorse umane e non-umane.Il capitalismo non è solamente la civiltà più mortifera della storia dell’umanità, quella che ha introdotto tra noi “la vergogna d’essere uomo”; è anche la civiltà per la quale il lavoro, la scienza e la tecnica hanno creato, altro privilegio (assoluto) nella storia dell’umanità, la possibilità dell’annientamento (assoluto) di tutte le specie e del pianeta stesso che le alberga. Nel frattempo, la “complessità” (del salvataggio) della “natura” promette ancora la prospettiva di bei profitti in cui si intrecciano la tecno-utopia del geoengineering e la realtà dei nuovi mercati del “diritto ad inquinare”. Nel punto di confluenza dell’uno e dell’altro, il Capitalocene non spedisce il capitalismo sulla Luna (vi ha già fatto ritorno), ma porta a compimento la mercificazione globale del pianeta facendo valere i suoi diritti su ciò che a buon diritto è stata definita troposfera.

 

27. La logica del Capitale è logistica di una valorizzazione infinita. Implica l’accumulazione di un potere che non è solamente economico per la semplice ragione che si intreccia con i poteri e i saperi strategici sulla forza e la debolezza delle classi in lotta alle quali si applica e con le quali non cessa di spiegarsi. Foucault fa notare come i marxisti hanno riposto la loro attenzione sul concetto di “classe” a dispetto di quello di “lotta”. Il sapere sulla strategia è così evacuato a profitto di un’impresa alternativa di pacificazione (Tronti ne propone la versione più epica). Chi è forte e chi è debole? In che modo i forti sono divenuti deboli, perché i deboli sono divenuti forti? Come rinforzare sé stessi e indebolire l’altro al fine di dominarlo e sfruttarlo? È la pista anticapitalista del nietzscheanesimo francese che ci proponiamo di seguire e reinventare.

 

28. Il Capitale è uscito vincente dalle guerre totali e dallo scontro con la rivoluzione mondiale, di cui il 1968 costituisce per noi la cifra. Da allora, non cessa di volare di vittoria in vittoria perfezionando il suo motore a raffreddamento. Ciò prova che la prima funzione del potere è di negare l’esistenza delle guerre civili, cancellandone persino la memoria (la pacificazione è una politica del terra bruciata). Walter Benjamin ci ricorda che la riattivazione della memoria delle vittorie e delle sconfitte da cui i vincitori traggono il loro dominio non può venire che dai “vinti”. Problema: i vinti del ’68 hanno gettato l’acqua sporca delle guerre civili con il vecchio bebè leninista, alla fine dell’“autunno caldo” sancito dalla sconfitta della dialettica del “partito dell’autonomia”. Entrata nella “stagione invernale” sul finire della seconda Guerra fredda assicurandosi il trionfo del “popolo del capitalismo” (“‘Peolpe’s Capitalism’ – This IS America!”), la Fine della Storia ha preso il testimone senza fermarsi di fronte a una Guerra del Golfo che “non ha avuto luogo”. Ad eccezione di una costellazione di nuove guerre, di macchine rivoluzionarie o militanti mutanti (Chiapas, Birmingham, Seattle, Washington, Genova…), e di nuove sconfitte. Le nuove generazioni di critici declinano “il popolo che manca” e sognano insonni di processi destituenti sfortunatamente riservati ai loro amici.

 

29. Tagliamo corto, indirizzandoci ai nostri nemici. Questo libro non ha altro obiettivo che di far sentire, sotto l’economia e la sua “democrazia”, dietro le rivoluzioni tecnologiche e l’“intellettualità di massa” del General Intellect, il “ringhio” delle guerre reali in corso in tutta la loro molteplicità. Una molteplicità che non è da fare, ma da disfare e rifare al fine di caricare di nuovi possibili le “masse o flussi” che ne sono doppiamente i soggetti. Dal lato delle relazioni del potere in quanto soggetti alla guerra e/o dal lato delle relazioni strategiche che sono suscettibili di proiettarle al rango di soggetti di guerre, con “le loro mutazioni, i loro quanta di deterritorializzazione, le loro connessioni, le loro precipitazioni”. Insomma, si tratterebbe di trarre una lezione da ciò che ci è apparso come lo scacco del pensiero del ’68 di cui siamo gli eredi, fino alla nostra incapacità di pensare e di costruire una macchina da guerra collettiva all’altezza della guerra civile scatenata dal neoliberalismo e del primato assoluto dell’economia come politica esclusiva del capitale. Tutto accade come se il ’68 non fosse riuscito a pensare fino in fondo, non la sua sconfitta (i Nouveaux Philosophes sono i professionisti della cosa), ma l’ordine guerriero che ha saputo infrangere la sua insistenza tramite una distruzione continua, messa all’infinito presente, delle lotte di “resistenza”.

 

30. Non si tratta e non si deve trattare di smetterla con la resistenza. Ma con il “teoreticismo” soddisfatto di un discorso strategico impotente di fronte a ciò che succede. E a ciò che ci è successo. In quanto, se i dispositivi di potere sono costituenti a dispetto delle relazioni strategiche e delle guerre che conducono, non vi possono essere, al loro cospetto, che soli fenomeni di “resistenza”. Con il successo che conosciamo. Graecia docet.

 

Post-scriptum: Questo libro si colloca sotto il segno di un (impossibile) “maestro in politica” [maitre en politique] – o, più esattamente, dell’adagio althusseriano forgiato all’angolo di un materialismo storico nel quale ci riconosciamo: “Se volete conoscere una questione, fatene la storia”. Il 1968, grande deviazione rispetto alle leggi dell’althusserismo (e di tutto ciò che esse rappresentano), è il diagramma di fuga di un secondo volume, provvisoriamente intitolato “Capitale e guerre”. Ci proponiamo di riprendere l’inchiesta sulla strana rivoluzione del ’68 e sui suoi seguiti, dove il treno della contro-rivoluzione ne contiene tante altre: tutta una molteplicità di contro-rivoluzioni in forma di restaurazioni. Queste sono analizzate dal punto di vista di una pratica teorica politicamente “sovradeterminata” dalle realtà guerriere del presente. È in quest’ottica che arrischieremo una “lettura sintomatica” del Nuovo Spirito del Capitalismo (le cui manne discenderebbero dalla “critica artistica” made in ‘68), dell’Accelerazionismo (la versione al contempo più up-to-date e più regressiva del post-operaismo) e il Realismo speculativo (abbiamo dunque rinunciato a includerlo nella nostra lettura dell’Antropocene).


NOTE
[1] Usiamo in modo intercambiabile “guerra contro le donne”, “guerra dei sessi” e “guerra di genere”. Senza entrare nel dibattito che attraversa il pensiero femminista, i concetti di “donna”, “sesso” e “genere” (come quello di “razza”, per altro) non rinviano ad alcun essenzialismo ma alla costruzione politica dell’eterosessualità e del patriarcato come norma sociale di controllo della riproduzione della forza lavoro, della sessualità e della riproduzione della popolazione, di cui la cellula famigliare è il fondamento. Si tratta di una vera e propria guerra che viene condotta contro le donne per sottoporle a un regime di sottomissione, dominio e di sfruttamento.
 http://effimera.org/guerres-et-capital-introduzione-ai-nostri-nemici-eric-alliez-maurizio-lazzarato/

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