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Giorgio Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi

Posted on 08 aprile 2016

Giorgio Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi

recensione di Federica Pazzelli

Questo agile libretto di Giorgio Agamben, recentemente edito per i tipi di Laterza, pone a tema la rinuncia al soglio pontificio da parte di Benedetto XVI, provando però a leggerla alla luce di un contesto più ampio. Ad avviso di Agamben, infatti, la profonda valenza della decisione di Benedetto XVI può trovare un proprio luogo di senso nell’intersezione tra due riflessioni: quella sul «mistero del male» o «dell’anomia» – il mysterion tes anomias (mysterium iniquitatis) della Seconda lettera ai Tessalonicesi (2, 1-11) di Paolo –; e quella sul significato che il ruolo della Chiesa – intesa, ancora paolinamente, come corpo di Cristo – assume sul piano escatologico, ovvero in rapporto alla fine dei tempi.
Queste sommarie indicazioni aiutano forse a gettare una prima luce sull’apparente cripticità del titolo di questo volumetto: Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi è in effetti una dichiarazione di intenti sul compito, che Agamben fa proprio, di far giocare tra loro il mysterion tes anomias, la radicalità della decisione del Pontefice e la questione escatologica.
Credo allora che, per dare alcune essenziali indicazioni sui contenuti del testo, si possa senza troppo impaccio provare a esporre sinteticamente questo intreccio di temi che fa da sfondo alla posizione di Agamben sul rifiuto di Benedetto XVI.
I testi di riferimento che, a vario titolo, concorrono alla messa in questione della rinuncia di Ratzinger al pontificato sono essenzialmente tre: il Liber regularum di Ticonio (teologo donatista del IV secolo); la già menzionata Seconda lettera ai Tessalonicesi di Paolo e, seppur in misura minore, La città di Dio di Agostino. Muovendosi tra queste tre opere, l’autore riesce a calare il significato della decisione di Benedetto XVI all’interno di un contesto a un tempo politico e teologico, storico ed escatologico, che connette intimamente tra loro il problema del male, il ruolo della Chiesa e la parusia.
L’assunto di partenza del ragionamento ci giunge proprio dalle pagine di Ticonio, che nella seconda – e, in misura minore, nella settima – delle sue regulae per l’interpretazione della Scrittura afferma la natura bipartita del corpo del Signore (De Domini corpore bipartito è infatti il titolo della seconda regula), ovvero della Chiesa: secondo tale dottrina la Chiesa avrebbe in sé due aspetti, uno ‘destro’ e uno ‘sinistro’, uno benedetto e uno peccaminoso; questi due aspetti, tuttavia, costituiscono il solo e medesimo corpo, e dunque non possono essere separati. Fusca sum et decora, dichiara la sposa del Cantico dei cantici (1, 4) menzionato da Ticonio: «nera io sono e bella». L’unica sposa di Cristo ha dunque due lati che però, formando un solo corpo, sono indivisibili.
Questa dottrina del resto ritorna, sebbene in modo meno radicale e drammatico, nella celeberrima immagine delle due città adottata da Agostino, lettore attento del testo di Ticonio («senza il quale Agostino non avrebbe mai potuto scrivere il suo capolavoro, La città di Dio», dichiara, forse un po’ troppo parzialmente, Agamben, p. 9), dal quale viene profondamente influenzato nell’interpretazione della Scrittura, se non altro fino alla svolta teologica dell’Ad Simplicianum (elemento, questo, che avrebbe forse meritato di essere esplicitato dall’autore).
Ciò che ad Agamben preme sottolineare è come il testo di Ticonio sia ben presente al giovane teologo Ratzinger, che nel 1956 pubblica, nella Revue des Études augustiniennes (2/1956, pp. 173-185), un articolo intitolato Considerazioni sul concetto di Chiesa di Ticonio nel Liber regularum (Beobachtungen zum Kirchenbegriff des Tyconius in Liber regularum), nel quale significativamente dichiara di condividere la tesi di Ticonio: il Cristo e l’Anticristo convivono indissolubilmente nella Chiesa, e ciò sino alla fine dei tempi, quando il Messia sarà nuovamente rivelato (art. cit., p. 181).
Altro dato interessante è che, nel Liber regularum, Ticonio citi implicitamente la Seconda lettera ai Tessalonicesi, con riferimento a quel celebre e oscuro passaggio in cui Paolo profetizza la fine dei tempi (2 Tess. 2, 1-11). È in questa sede che l’Apostolo scrive che «il mistero dell’anomia (mysterion tes anomias) è già in atto; solo ciò che trattiene (to katechon), finché non sia tolto di mezzo» (p. 24, la traduzione è dello stesso Agamben). Paolo viene dunque letto alla luce della dottrina del corpo bipartito del Signore, e in tal senso la Seconda lettera ai Tessalonicesi funge quasi da trait d’union tra il problema del ruolo della Chiesa e quello della parusia.
Qual è, brevemente, la questione messa in campo dall’intreccio di questi testi? Precipuamente l’attualità del «mistero dell’anomia», vale a dire la sua storicità. Il male appartiene alla storia prima che all’escatologia: è un «mistero» nell’accezione greca del mysterion, del ‘dramma’, un insieme di atti mediante i quali l’intervento divino si manifesta nel mondo e nella temporalità ai fini della salvezza di coloro che vi partecipano. Il mistero è quella dimensione di senso che, eccedendo rispetto al mero dato fattuale, consente di interpretare la storia in chiave teologica e non solamente come successione temporale di accadimenti. È il mysterion che, proiettando il senso della storia alla parusia, funge da perno ermeneutico per una lettura escatologica del corso degli eventi. Ciò che non va obliato – ed è questo il punto su cui ribatte Agamben – è che il mysterion è nella storia, sebbene teso oltre essa.
In tale contesto, compito della Chiesa è di collocarsi nell’intersezione dialettica tra storia, mistero e parusia. Essa deve tener ben fermi entrambi gli aspetti – storico ed escatologico – del mistero del male, perché è solo dalla consapevolezza della loro reciprocità che può comprendere se stessa nei termini di corpus bipartitum del Signore, in cui grazia e peccaminosità si legano in modo indissolubile e che solo a livello escatologico, dunque alla fine dei tempi, potranno essere separate.
Per un verso, allora, la Chiesa deve tener ben presente il piano escatologico: l’accettazione della presenza dell’Anticristo quale propria componente intrinseca, infatti, rappresenta ad avviso di Agamben un momento imprescindibile nella presa di coscienza, da parte della Chiesa, del proprio ruolo messianico e spirituale. Da questo punto di vista, sono ancora Ticonio e Agostino lettori della Seconda lettera ai Tessalonicesi a vedere proprio nella Chiesa to katechon, quell’elemento di «trattenimento» della fine dei tempi a causa del quale la separazione tra giusti ed empi, che dovrebbe essere differita all’Ultimo Giorno, non può avvenire, perché la stessa seconda venuta di Cristo è inesorabilmente ritardata. Secondo tale visione, dunque, sembrerebbe essere proprio la componente fusca della Chiesa a impedire la risoluzione finale del conflitto tra bene e male. Ma come interpretare oggi l’esser ‘nero’ della Chiesa? Agamben individua un importante elemento di crisi (che accomuna in tal senso Chiesa e Stato) nell’erronea sovrapposizione tra i due principi regolatori di ogni istituzione storica, sia essa politica o religiosa: legalità e legittimità. Nella misura in cui la consapevolezza della necessaria duplicità di tali principi viene a mancare ed essi vengono confusi e sovrapposti, ecco allora che qualsiasi istituzione è inesorabilmente votata alla rovina, perché il problema della legalità dell’esercizio del potere sfuma in quello del mancato riconoscimento della sua legittimità. Nel caso della Chiesa, tale pervertimento assume le sembianze di una progressiva economizzazione che, facendo perdere di vista alla Chiesa la propria messianicità ed eclissandone la propria funzione escatologica, la porta a delegare allo Stato quel ruolo di guida del gregge di Dio che viceversa dovrebbe appartenerle. Quando l’elemento temporale predomina su quello spirituale, la Chiesa perde di vista il proprio fine ultimo ed è destinata a corrompersi. Questo pericolo era già messo in luce da Ticonio e Agostino, come detto. Ma ritorna anche in età contemporanea, con le riflessioni di Ivan Illich e di Fëdor Dostoevskij (impossibile non pensare alla celebre leggenda del Grande Inquisitore narrata da Ivan ad Alëša ne I fratelli Karamazov).
Per altro verso, la Chiesa ha il dovere di non obliare l’elemento storico. Se l’anomia è momento presente nel tempo e se la Chiesa stessa, in quanto bipartita, è katechon, ciò che ritarda la parusia, è pertanto illusorio e fuorviante pensare di poter rimandare la risoluzione del conflitto tra bene e male alla fine dei tempi, di poter differire la riconciliazione dell’empietà nella giustizia solo dopo la seconda venuta del Cristo. La presa di coscienza dell’attualità del male significa allora per la Chiesa un’assunzione di responsabilità nei confronti della storia: la messianicità non esclude, ma implica l’iniziativa umana; la riconciliazione del conflitto tra giusti e malvagi non va rimessa interamente all’eskaton, bensì presa in carico ora, nel presente, accettando di calarsi dentro il mistero del male, dentro il dramma dell’anomia che ritarda e «trattiene» la seconda venuta del Messia. La proposta che Agamben avanza, appoggiandosi alle riflessioni di Ticonio e Paolo e alla mediazione del Ratzinger teologo, è allora quella di una Chiesa nuovamente investita di responsabilità storica, in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte.
È quindi in tale quadro che trova collocazione il gesto di Benedetto XVI, che Agamben legge come testimonianza, da parte del Pontefice che da giovane studiava la dottrina di Ticonio, della maturata consapevolezza della presenza del katechon nella Chiesa e, al contempo, dell’esigenza di una rinnovata coscienza storica; o, il che è dire lo stesso, della necessaria compresenza dell’elemento temporale e di quello escatologico per investire di senso il ruolo messianico della Chiesa oggi. Il gesto di Benedetto XVI viene allora interpretato da Agamben come evocazione storica della separazione tra il decorum e il fuscum nella Chiesa che avverrà alla fine dei tempi: «l’abdicazione non può non evocare in questa prospettiva qualcosa come una discessio, una separazione della Chiesa decora dalla Chiesa fusca; e tuttavia Benedetto XVI sa che questa può e deve avvenire soltanto al momento della seconda venuta di Cristo, che è precisamente ciò che la bipartizione del corpo della Chiesa, agendo come katechon, sembra destinata a ritardare» (p. 15).
Non si tratta dunque di un gesto di rinuncia, di rifiuto, ma al contrario di accettazione, di assunzione del dramma del male, nella consapevolezza che solo in tal modo sia possibile agire nella storia per ciò che è oltre la storia. Ecco in che termini «compiendo il “gran rifiuto”, Benedetto XVI ha dato prova non di viltà […], ma di un coraggio che acquista oggi un senso e un valore esemplari» (p. 5). E l’«esemplarità» della rinuncia del Pontefice sta proprio in ciò: essa segna il tempo presente mostrando la presenza dell’Anticristo nel corpo di Cristo e, allo stesso tempo, sottolineando come il corso della storia non sia un susseguirsi immutabile di eventi, il cui giudizio sia inevitabilmente rimesso alla fine dei tempi, bensì l’orizzonte di iniziativa della Chiesa, che solo rendendosi consapevole della propria natura bipartita può intervenire realmente nel mistero della storia, esercitando autenticamente il proprio ruolo messianico («non è possibile che la Chiesa sopravviva, se rimanda passivamente alla fine dei tempi la soluzione del conflitto che ne dilania il “corpo bipartito”», p. 17).
A questo proposito, vorrei aggiungere una piccola considerazione. A mio modo di vedere, questa lettura del gesto del Pontefice avrebbe forse richiesto ulteriori approfondimenti. Ciò che mi è parso di riscontrare nel testo è una messa a fuoco quasi mai pienamente centrata su quello che avrebbe viceversa dovuto costituirne il nocciolo teorico, ovvero il «gran rifiuto» di Benedetto XVI: l’ipotesi di lavoro non viene avanzata e articolata dall’autore in modo netto, ma sembrerebbe piuttosto dover essere estrapolata dal lettore a partire dal complesso intreccio di rimandi esegetici e bibliografici costruito da Agamben.
Ecco allora che non è ben chiaro in che modo la stesura negli anni Cinquanta di un articolo sul concetto di Chiesa in Ticonio possa essere stata per il futuro Benedetto XVI così determinante nella decisione di rinunciare al Soglio di Pietro; così come non si comprende il ruolo attribuito ad Agostino, se non quello di una sorta di epigono di Ticonio; qualche parola avrebbe inoltre forse dovuto essere spesa sul nesso tra la figura di Ratzinger e la Seconda lettera ai Tessalonicesi, in modo da chiarire in che termini interpretare il gesto del Pontefice nella dialettica di senso tra tempo e kairos potesse trovare piena giustificazione.
L’impressione di non piena focalizzazione della questione sembrerebbe del resto trovare conferma considerando il libriccino dal punto di vista strutturale. Nella sua ossatura, esso può essere diviso in due parti. La prima di esse comprende due testi: Il mistero della Chiesa (pp. 3-19), ovvero una riflessione sul significato del gesto di Benedetto XVI alla luce della dottrina di Ticonio; e Mysterium iniquitatis. La storia come mistero (pp. 21-39), trascrizione di una conferenza tenuta da Agamben nel novembre 2012 a Friburgo, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in teologia. È lo stesso autore a chiarirci, in una Avvertenza iniziale (p. VII), la motivazione alle spalle della decisione di affiancare i due testi: egli dichiara infatti che le considerazioni presentate in occasione della conferenza di Friburgo si intrecciano in modo così stretto con le suggestioni derivate dal gesto di Benedetto XVI, che non gli è sembrato inopportuno presentarle in una ideale linea di continuità.
La seconda parte del volumetto è invece costituita da una Appendice in cui l’autore riporta alcuni testi che, in varia misura, contribuiscono a una maggiore comprensione della sua proposta di lettura: la Dichiarazione di Celestino V, l’altro Pontefice passato alla storia per aver rinunciato al soglio pontificio (pp. 42-43) e quella di Benedetto XVI (pp. 44-47), entrambe con il testo latino a fronte; la seconda e settima regula del Liber di Ticonio, rispettivamente dedicate a Il corpo bipartito del Signore (pp. 49-53) e a Il diavolo e il suo corpo (pp. 54-59), tratte dalla traduzione italiana al testo, curata da Luisa e Daniela Leoni (Sette regole per la Scrittura, EDB, Bologna 1997, pp. 29-32 e 83-87); il capitolo 19 del Libro XX de La città di Dio di s. Agostino (pp. 61-66), dedicato al commento diretto dei versetti della Seconda lettera ai Tessalonicesi, nella traduzione di Carlo Carena (La città di Dio, Einaudi-Gallimard, Torino 1992, pp. 987-990). Correda il libro una bibliografia essenziale (pp. 67-68) contenente i principali testi di appoggio adottati da Agamben.
Si tratta dunque di un libretto composito, che raccorda tra loro testi piuttosto eterogenei e – eccezion fatta naturalmente per l’Appendice – occasionati in modo perlopiù indipendente rispetto al «gran rifiuto» del Pontefice. Elemento, questo, che contribuisce a lasciar permanere, sebbene latente e quasi impalpabile, l’impressione che la costruzione del contesto interpretativo offuschi il vero fulcro della questione, e che la lettura del gesto di Benedetto XVI non trovi, nel testo, un proprio esplicito luogo di esposizione, limitandosi piuttosto a lasciarsi talvolta catturare attraverso l’imponente sfondo esegetico messo in campo da Agamben.
Tenendo fermo questo caveat, del resto affatto personale, il testo è a mio parere indubbiamente notevole, perché in grado di fornire una lettura del presente del tutto degna di attenzione e, aiutando a inscrivere la rinuncia di Benedetto XVI all’interno di un quadro teologico e politico così articolato, si rivela una guida preziosa nella comprensione del ruolo storico e messianico della Chiesa nella realtà odierna.

Giorgio Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi, Editori Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 67, € 7,00

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