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Emmanuel Todd, “Dopo l’impero” di Alessandro Visalli

Posted on 16 giugno 2017

Nel post “La grande partita”, è formulata l’ipotesi che la possibile transizione (incerta come tutte) dal globalismo umanista di Obama all’apparente unilateralismo muscolare di Trump sia un sintomo di un sottostante largo scontro egemonico tra sistemi di élite, e connesse aree di consenso, entro il capitalismo anglosassone. C’è la possibilità che si sia ad un punto di biforcazione dei sentieri, come tutti intrinsecamente instabile, nel quale diversi network organizzativi ed agenti competono per attrarre capitali e risorse verso i propri schemi. Provando ad essere molto sintetici, al prezzo della semplificazione di ciò che è complesso, uno scontro tra diversi schemi di espansione produttiva, commerciale e finanziaria.

Il nucleo dello scontro è il capitale mobile (quel che si chiama in genere “finanziarizzazione”) sfuggito, nella sua logica autopoietica, alla capacità di servire gli obiettivi di lungo termine, ed in particolare quell’insieme di istituzioni, esigenze, rappresentazioni, nuclei identitari, patti e tradizioni narrative che chiamiamo “nazioni”. Ma sfidare l’egemonia del capitale finanziario mobile significa andare allo scontro con un potentissimo network informale di tecnici (con relative tecniche e saperi), istituzioni sia pubbliche sia private sia ibride, luoghi di addensamento, discorsi e agenti (economici e politici).

Non senza ragione molti dubitano che in campo ci sia davvero questa sfida. Segnalando anche le molte relazioni personali del Presidente con il mondo dell’alta finanza e di molti degli uomini scelti, individuano nelle retoriche utilizzate per vincere, e nella strana coalizione sociale che le ha seguite, solo una tattica, preludio ad un tradimento.

È del tutto possibile, sul piano soggettivo. Ma ci sono forze ed esigenze più profonde in campo; molti degli uomini stessi, e delle reti organizzative, dell’alta finanza, e molti più fuori (in particolare nel settore dell’industria, ma anche nell’amministrazione) sanno che questo assetto globalista ed imperiale non può più reggere. Precisamente che la globalizzazione sotto egemonia della finanza erode costantemente le basi del potere economico, politico e militare imperiale. Dunque l’interesse a breve termine sta andando in conflitto con il destino a lungo termine. Ma, a ben vedere, va in conflitto anche con la stessa sopravvivenza a breve termine, date le conseguenze sociali, la disgregazione, l’immane distruzione di risorse umane, l’annientamento di ogni centro politico in tutto l’occidente.

Torna, dunque, il momento delle scelte.

Prima di proseguire questo discorso, che richiederà molte letture per essere radicato, prestiamo qualche attenzione al libro che Emmanuel Todd scrive nel 2002, “Dopo l’Impero. La dissoluzione del sistema americano”.

La tesi del libro, scritto da un sociologo e demografo francese che però ha una formazione anglosassone (Cambridge) subito dopo lo schock delle torri gemelle, è che l’America è in preda ad un ripiegamento narcisista che indebolisce in modo decisivo le sue risorse egemoniche imperiali, dal lato della capacità di proiettare un universalismo inclusivo ed egualitario, proprio mentre tutte le altre basi di forza economica e militare sono sempre più insufficienti. Dunque che sia diventata ormai un problema per il mondo.

Gli USA, insomma, vivono di “tributi” che estraggono da clienti e subalterni nel loro vasto impero, ma non sono più indipendenti, avendo negli anni novanta ‘scelto’ la strada della finanziarizzazione (in modo adattivo). Creano, dunque, tensione artificialmente (e teatralmente, colpendo deboli con forze sovrabbondanti, “colpendo l’uovo con il sasso”, come scriveva Sun Tzu) per vendere protezione. ‘Predazione’ ed ‘oligarchia’ camminano insieme, perché entrambi sono figli della stessa deformazione imperiale, che deve fondarsi sui protettorati necessari europeo e giapponese, e sul controllo del rivale russo.

Il demografo francese propone un modello esplicativo generale, costruito sulla relazione tra processi di alfabetizzazione, demografici e crisi di ‘modernizzazione’. E propone una visione generale dell’orientamento antropologico, fondato sulle forme di socializzazione storicamente sedimentate, dei diversi paesi sull’asse “differenzialismo” vs “egualitarismo”.

Sulla base di queste posizioni teoriche Todd vede nella ripresa della Russia (dopo il rischio di dissoluzione degli anni di Eltsin), un paese dotato di una forma di universalismo egualitario più potente, e individua nella sfida che l’Europa (se volesse prendere la responsabilità di porsi come fonte di “regolazione keynesiana” alternativa) potrebbe portare al dominio senza egemonia americano, le ragioni della possibile uscita dallo stallo nel quale la potenza declinante ha portato il mondo. È, in un certo senso, la struttura della mossa che Trump sembra contemplare: ridurre il deficit americano mentre gli altri centri regionali riducono il loro surplus, creare un sistema-mondo meno squilibrato, in cui i più “vivano del proprio”, e quindi rendersi anche meno dipendenti dai flussi finanziari mobili (che costantemente sviluppano una capacità di ricatto verso la logica “territorialista” nazionale). Transitare in un più sostenibile mondo multipolare (che non può significare che l’Eurasia si salda, perché in tal caso gli USA resterebbero isolati, dunque non significa alleanza tra Europa, Russia e Cina, e neppure tra queste ultime due).

Fin qui l’argomento di Todd, che risente certamente dei tempi, e condivide con una parte non piccola delle élite europee (scrivendo a dieci anni da Maastricht, e sei anni prima della crisi finanziaria) l’idea che l’Europa, abbastanza chiaramente in qualche rapporto con la Russia, potrebbe essere protagonista dei futuri assetti egemonici mondiali. E’ quel che abbiamo più volte chiamato il sogno della semi-egemonia (cfr. la tesi 8 in “Dieci proposizioni sull’Europa ”).

Ma per capire meglio il testo di Todd, che pur risentendo del clima degli anni in cui fu scritto ha molti tratti interessanti bisogna tenere presente che con il clima vengono anche alcune delle sue illusioni: come quella che l’Europa potesse divenire un centro di regolazione keynesiana, fondato sulla domanda interna, mentre la prevalenza tedesca affermatasi dopo il 2010 ha riportato in auge un approccio fortemente “differenzialista”, quello della tesi 8, di tipo mercantilista/coloniale, incapace di sviluppare autentica egemonia fuori del circuito limitato dei clientes e soci, tra i quali vanno annoverati molti ceti politici e mediatici. Al più questo lascia spazio ad una ipotesi di saldatura tra centri imperiali tra il nord Europa e la Russia (ventilata nell’ultimo articolo di Caracciolo come possibilità e tentazione ma incompatibile con qualsiasi grande strategia anglosassone) che ci potrebbe portare in luoghi della storia molto pericolosi.

Al netto di questa considerazione vale la pena di focalizzare la questione dei “tributo” (p. 82). La potenza americana del dopoguerra si fonda su due aree di ‘protettorato’ (ed inizialmente di vera e propria occupazione militare, progressivamente ristretta a semplici basi permanenti per la protezione) nelle potenze sconfitte. Nel 1998 sono ancora presenti all’estero 260.000 soldati americani, di cui 220.000 in basi di terra, che sono interamente e generosamente pagati dai paesi ospitanti come “partecipazione” alle spese, secondo una consolidata abitudine (le truppe di Napoleone, ad esempio, quando erano all’estero invariabilmente vivevano delle risorse locali, tramite requisizioni, razzie o tributi). Di queste 60.000 sono in Germania e 40.000 in Giappone (ovvero il 40%), quindi 35.000 in Corea e 11.000 in Italia. Unendo tutti paesi sconfitti in qualche guerra (o aiutati) si arriva a 180.000 uomini, oltre 2/3. In una prima fase, 1990-95, la caduta dell’Urss aveva spinto per il ritiro, ma dopo il 1997 il deficit commerciale americano è esploso e questo ha spinto a riportare all’estero i militari, le due cose sono legate secondo l’autore. Bush aumenta le spese militari in tutto il suo mandato, ma questo è solo un elemento. L’America ha un deficit commerciale che all’epoca era superiore ai 500 Mld di dollari all’anno (ora è cresciuto ulteriormente), questo significa che deve trovare il modo di pagare le sue importazioni, dato che non lo può fare con le esportazioni.

Questo elemento di banale contabilità di base, e dato che non si può come faceva l’Atene imperiale, prelevare un phoros per le spese comuni di difesa contro un nemico (i persiani), o condurre un saccheggio di guerra sistematico come Roma, porta gli Stati Uniti a ovviare con una varietà di mezzi indiretti:

– Intanto vendono armi; ovvero esportano in modo costrittivo e altamente opaco: 32 miliardi di dollari nel 1997, il 60% del relativo “mercato”.

– Ovviamente non basta (il deficit nel 2000 è 450 Mld), quindi ci sono le rendite petrolifere, controllate attraverso multinazionali del settore strettamente intrecciate con la politica e considerate sincrone con l’interesse nazionale (come, del resto la nostra).

– E infine, decisiva, c’è la moneta.

Il dollaro riesce normalmente a resistere ad un deficit persistente e continuato per decenni (ovvero minore domanda di dollari da parte estera per acquisti commerciali, rispetto alla necessità di cambiarli con altre valute, per pagare le importazioni), senza deprezzarsi significativamente. E i tassi di interesse sono tra i più bassi del mondo. L’equilibrio è interamente affidato ai flussi finanziari liberalizzati, cioè al capitale mobile (tedesco, giapponese, cinese, arabo) che affluisce dai paesi in surplus commerciale a quello in deficit, comprando titoli. Buoni del Tesoro, azioni, obbligazioni, valori mobiliari.

In sostanza gli Stati Uniti reggono in un equilibrio strutturalmente instabile per effetto della vendita continua di beni di investimento con i quali proventi pagano consumi. E i compratori si fidano in assenza di alternative anche perché questo paese ha l’esercito e la capacità di distruzione che lo rende indispensabile e non sfidabile; fino a che lo è.

Come dichiarò il Segretario di Stato americano O’Neill all’epoca dello scandalo Enron (che poteva spaventare gli investitori) l’idea della élite americana è che “l’equilibrio dei conti esteri non ha più alcuna importanza”. Ma l’ex ambasciatore Felix Rohatyn precisa anche il volume di questa “non importanza”: 1 miliardo di dollari al giorno di entrate finanziarie per pagare un corrispondente deficit commerciale. Cioè gli USA devono vendere ogni giorno 1 Mld di titoli a qualcuno per comprare le 16.000 macchine (o altri prodotti) europee e giapponesi che importano.

Nel 1990 in questo modo i flussi di capitali verso gli Stati Uniti erano di 88 miliardi di dollari, man mano che i deficit commerciale esplode, però, aumentano anche questi, e il mondo si avvita nella globalizzazione finanziaria. Nel 2001 erano diventati 865 miliardi di dollari. Questi flussi si sono anche spostati progressivamente, da investimenti diretti negli anni novanta (anni di ristrutturazioni aziendali e fusioni in grande stile), a Buoni del Tesoro nel periodo intermedio e soprattutto azioni negli anni successivi al 2000 (c’è stata la piccola bolla dei tecnologici).

Il meccanismo, “in fondo molto semplice”, di questi “tributi” che il mondo paga volontariamente allo squilibrio è connesso con l’aumento dell’ineguaglianza. I capitali che si accumulano in mani incapaci di spenderli cercano di mettersi al sicuro, la capitalizzazione in borsa negli USA cresce del 360% in otto anni tra il 1990 ed il 1998 (in Giappone cala del 15%, ma altrove aumenta comunque di valori vicino al 200%), entrando in quello che l’autore chiama (dopo la crisi del 2001, ma prima di quella del 2007-8) “un miraggio”. E del quale annuncia un crollo: “la scienza economica dovrebbe speculare, analizzare, prevedere: la caduta degli indici di borsa, la sparizione di Enron, l’implosione della società di revisione Andersen forniscono piste ed ipotesi. Per le banche europee e giapponesi ogni fallimento americano si traduce in volatilizzazione di attivi … un investimento massiccio negli Stati Uniti è l’annuncio di una catastrofe imminente” (p.94). Una profezia, direi. “Non sappiamo ancora come e a che ritmo gli investitori europei, giapponesi e altri si ritroveranno spennati, ma accadrà”.

Secondo la lettura di Todd il punto cruciale della storia recente, la svolta del sentiero, si manifesta quando l’Unione Sovietica collassa, insieme ad essa viene meno l’invenzione della guerra fredda (come dice Arrighi) che ha consentito nel dopoguerra a diversi tipi di capitalismo (giapponese, tedesco, svedese e coreano è l’elenco di un libro influente come “Il vantaggio competitivo delle nazioni”, del 1990 del guru del marketing Michael Porter) di convivere calibrando l’accettazione delle regole liberali. A quel momento si iniziò a concepire un mondo in equilibrio e ci fu una breve fase di smobilitazione militare. Ma nel primo quinquennio l’economia e la società russa continuò a disgregarsi, nel 1995 la produzione si dimezza, l’Ucraina, la Bielorussia ed il Kazakistan diventano indipendenti, 75 milioni di persone. Dai 268 milioni di abitanti dell’Unione Sovietica del 1981 (contro 230 degli Stati Uniti) ai 144 milioni del 1995 (mentre gli USA sono saliti a 285. Una completa inversione demografica.

Nel 1996 sembra ad alcuni allora che il vecchio avversario sia sul punto di disintegrarsi. È questo il momento in cui alle élite americane si presenta “l’opzione imperiale”, e il sogno di vincere definitivamente la “partita di scacchi” (l’anno in cui appare “La grande scacchiera” di Brzezinski è il 1997). La globalizzazione finanziaria, che riduce anche la pluralità di capitalismi all’unico modello anglosassone, accelera negli stessi anni, e i flussi puramente finanziari verso gli USA esplodono da 60 a 271 Mld. Ciò consente di distribuire consumi senza produzione, ovvero di “comprare tempo” (Streeck) garantendosi insieme il consenso del sistema industriale (che vuole pagare poco il lavoro, esternalizzando quando può e ricattando comunque), dei lavoratori e delle classi medie (alle quali il sistema finanziario offre l’alternativa al reddito del facile indebitamento).

Si tratta di un abbandono al corso naturale delle cose, i decisori americani sono “privi di volontà”, interamente catturati dal gioco miope e ravvicinato delle lobby. Ovvero interamente piegati alla logica autoaccrescitiva del capitale. Questa non-scelta univa il vantaggio di accontentare gli spiriti animali del capitale (con cospicui vantaggi anche personali) e di garantirsi comunque il consenso. È la famosa “terza via”.

Dunque questa “classe dirigente priva di volontà” (p.118) porta il mondo e gli stessi Stati Uniti su un sentiero pericoloso, mentre “un’opzione nazionale a lungo termine sarebbe stata infinitamente più sicura”. La massa continentale del paese e la concentrazione del suo sistema finanziario (alla fine limitato a poche unità aziendali, sia pure enormi, e poche decine di migliaia di persone), lo rendevano possibile e più stabile, ma bisognava concentrarsi sulla regolazione della finanza, la protezione dell’industria, ed una politica multilaterale basata su un riconoscimento reciproco (quel che altrove chiama universalismo egualitario).

Meglio abbandonarsi invece al corso degli eventi e trarne beneficio immediato, quindi prendere la “china infinita” del deficit commerciale e l’opzione imperiale che vi è strutturalmente legata. Ma questa ipotesi comportava un rischio: che i rivali si riprendessero, lasciando l’America esposta in condizioni di debolezza strutturale (ovvero impoverita e dipendente dai flussi finanziari che sono volatili per loro natura). Come dice passando “da una posizione semi-imperiale ad una pseudo-imperiale”.

Ma come si è arrivato a questo punto?

Brevemente, nel 1945 (per la transizione dalla egemonia inglese rinvio ad Arrighi) gli Stati Uniti si ritrovano in una posizione di assoluta preminenza, ad essere insieme la fabbrica del mondo e la sua cassaforte e insieme avendo l’esercito più potente. Per risollevare i vecchi centri e insieme controllarli, dirigendo i flussi di capitale verso di loro nel mentre li rendevano dipendenti dalla protezione garantita dal sistema militare-industriale cresciuto all’ombra delle due guerre, ci fu “l’invenzione della guerra fredda” (e quel suo collaterale che è il processo di unificazione europea al suo inizio).

Entro lo schema di ordine degli Accordi di Bretton Woods, e delle sue “istituzioni” (FMI, OCSE, BM), avviene quindi la crescita ordinata e in certi termini condivisa del dopoguerra; fino a che la contemporanea espansione delle spese di protezione (e la guerra del Vietnam) e la crescente pressione di un sistema industriale cresciuto in Europa (Germania, Francia, Italia, Inghilterra) e in oriente (Giappone), portano in deficit contemporaneamente la bilancia commerciale e quella pubblica USA.

La centralità del dollaro nel sistema prevedeva la finzione della possibilità del cambio in oro, e le riserve americane, pur ingenti, erano ormai palesemente insufficienti ad onorare tale impegno nei confronti della enorme massa di dollari detenuti all’estero sotto forma di riserve. In una condizione in cui si vendevano ormai più merci di quante se ne comprassero dall’America l’Inghilterra e la Francia posero la questione e questa ultima ruppe gli indugi inviando un incrociatore a chiedere l’oro. La risposta, dopo una breve crisi diplomatica di Nixon fu la sospensione (e poi cancellazione) del privilegio di cambio in oro. Come ovvio l’incrociatore non sfidò le portaerei USA.

Dal 1971-73 esplode la turbolenza di cambi (alla quale l’Europa cerca di rispondere con lo SME) e si espande enormemente la finanzia, di fatto ormai libera di creare denaro dal nulla, nel sempre più complesso gioco ad incastri fuori delle giurisdizioni.

Dopo il 1989 gli USA restano senza avversario, e quindi anche senza missione, ma si trasformano, come detto in nazione sempre più “predatrice”, vivendo di fatto alle spalle del mondo intero. Il loro militarismo diventa “teatrale” e rivolto a ricreare l’effetto della guerra fredda senza disporre più di uno sfidante reale.

La versione di impero che prende piede in questa circostanza è in qualche modo simile al modello ateniese della Lega di Delo, in cui le potenze maggiori fornivano navi e le minori denaro, il phoros. Alla fine, la protezione verso i persiani si mutò in quella verso Sparta e l’accordo in una dittatura democratica. Durante questa storia la stessa struttura sociale della città egemone, e i suoi equilibri politici, mutarono, come accadde anche a Roma (in modo più pronunciato) gli ingenti tributi crearono una ricchezza non derivante dalla produzione, e il territorio più ricco dell’Europa del tempo, cominciò inavvertitamente a declinare. Alla fine “una minoranza piena di ricchezza dominava una popolazione proletarizzata” che viveva in sostanza dei benefici dell’impero. Le classi sociali intermedie collassarono e la plebe fu nutrita e distratta con sempre crescente difficoltà (p.62).

La plutocrazia si contrappose a quel punto alla plebe senza quasi filtri tra le due. Si tratta dello stesso processo, derivante allora come ora da una globalizzazione politico-militare, che si sta manifestando e nel quale la ricchezza, è il punto centrale, “non deriva da un’attività direttamente produttiva ma da un effetto di dominazione politica sul mondo esterno” (p.73).

Questo fenomeno si accompagna in qualche modo anche all’involuzione della democrazia: oligarchia, proletarizzazione e disattivazione politica e predazione vanno insieme (per un’analisi di parte della letteratura sulle trasformazioni della democrazia nell’età neoliberale si può vedere l’ultimo post).

Il problema è che gli Stati Uniti non hanno le risorse sufficienti a sostenere questa sfida, né militari (il loro esercito di terra non riesce a combattere contro avversari seri, e neppure a subire perdite senza che i prezzi politici salgano in modo insostenibile) né industriali e neppure finanziarie. Hanno ancora una posizione di relativo predominio, ma non sufficiente ad essere l’unico egemone (per leggere una valutazione in parte diversa si può confrontare il libro del 2015 di Joseph Nye “Fine del secolo americano?”).

Inoltre, è una delle tesi del libro, l’universalismo anglosassone è di tipo differenzialista, quindi inadatto a consentire una proiezione di egemonia realmente globale. Gli americani, in sostanza, sono orientati dalle loro esperienze e strutture sociali, nel “codice antropologico iniziale” (che si radicano sino alla famiglia ed alla gestione delle esperienze di parentela) a considerare gli uomini differenti gli uni dagli altri. Invece i popoli che “hanno una struttura familiare egualitaria in cui i fratelli vengono definiti come equivalenti – fu il caso di Roma, della Cina, del mondo arabo, della Russia e della Francia nordorientale – tendono a considerare come uguali gli uomini e i popoli” (p.97).

I popoli in cui, viceversa, i fratelli non sono eguali – Atene, la Germania – “non riescono a sviluppare una percezione egualitaria degli uomini e dei popoli”. Tendono a separare il mondo nella loro percezione in superiori e inferiori (notoriamente classificano, ad esempio, i popoli del sud -definizione in cui c’è l’Italia intera, dalle Alpi alla Sicilia – come “inferiori”).

Gli anglosassoni sono una sorta di ibrido, ma si orientano verso il “differenzialismo”, dunque un universalismo debole ed insufficiente a garantire un’autentica integrazione. Il modo di trattare indiani e neri è un monito.

Ora, in particolare dopo il “ripiegamento” degli anni duemila è chiaro che un impero non può essere differenzialista. Per la stessa ragione alla insufficiente egemonia tedesca in Europa mancherà sempre qualcosa.

Nel 2002, si cominciava a vedere che qualcosa non funzionava nel sogno unilaterale americano: la Russia aveva ripreso una sua capacità di coesione e si riaffacciava come potenziale controegemone, almeno regionale sfidando la superiorità militare, in particolare nei teatri di terra; il processo europeo rappresentava una sfida altrettanto forte.

La Russia propone in sostanza all’Europa da fare da contrappeso alla forza americana, in qualche modo offrendo protezione ad un costo inferiore, non avendo bisogno di sostenere uno squilibrio tra produzione e consumi della stessa entità. Inoltre l’universalismo russo, per il quale tutti gli uomini sono eguali dalla nascita, è del tipo capace di espansione generale e non allontana le minoranze (p.143).

Senza che la Cina entrasse nel suo radar (anche se alla data stava crescendo, accelerando, da venti anni) Todd inquadra l’altra sfida egemonica essenziale nella stessa Europa, che si è dotata di un’arma contro il principale fattore di potere ed equilibrio americano sin dai primi anni novanta: l’euro. Una moneta chiaramente progettata con un occhio a questa sfida di potenza (e l’altro al controllo dei subalterni, siano essi paesi del sud o classi lavoratrici, da parte del “differenzialista” maggiore, la Germania).

Per l’autore l’Europa ha una potenza economica (siamo prima del declino relativo avviato con la grande crisi del 2008) in grado, se organizzata dalla coppia franco-tedesca, di sfidare nel medio termine quella americana, diventata per lo più da protettrice del mondo sua predatrice.

Ma per “infrangere il sistema americano”, oltre all’alleanza con la Russia, ci vorrebbe una “maggiore concertazione economica tra le nazioni europee” (che si aspetta dall’euro) e la nascita di un bilancio comune. Se questo non sarà “l’euro scomparirà”, ma se fosse potrebbe sfidare l’unica reale funzione residua e ragione di essere della priorità americana, il suo ruolo di consumatore di ultima istanza. Cioè il ruolo di “regolatore keynesiano della domanda”.

Come noto dall’osservazione di questi ultimi anni l’Europa ha scelto la strada opposta: di vivere della domanda americana, cioè di esportazioni, accettando il ruolo subalterno disegnato dal finto egemone americano.

Ha scelto di contrapporre alla domanda gonfiata dal debito verso l’interno e attrattiva di investimenti dall’esterno americana la simmetrica politica di austerità, rivolta a proteggere i creditori tedeschi (e francesi).

Un francese avrebbe potuto prevederlo.

 

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