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Divinum est pati: domande punk sulla teodicea a Gaetano Piccolo SJ

Posted on 28 agosto 2016

28 agosto 2016

Teodicea, ovvero: perché Dio permette il male? Ho spesso la tentazione di chiudere la questione con un: «È l’armonia degli opposti di Eraclito, baby. È ‘male’ solo nella tua percezione», quando la causa è esterna all’uomo, ed un più prosaico: “È la libertà dell’uomo, baby. Vedi Sant’Agostino e le pere”, quando la causa è invece interna all’uomo. Ma, pensando alla sofferenza delle vittime di innumerevoli e costanti tragedie, risulta difficile chiudere il tutto con una battuta. Come uscirne? 

Ho girato la domanda a Gaetano Piccolo SJ, Docente di Metafisica presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana, e pure brain su queste pagine, data la sua formazione filosofica, la sua esperienza accademica, la sua riflessione costante sul tema e la sua appartenenza a un ordine -la Compagnia di Gesù- che nel discernimento, quindi nel chiarimento delle questioni, trova una delle sue principali ragioni d’essere. Il suo blog personale è: piccologaetanoblog.wordpress.com.

GPSJ: “Il dramma del terremoto ha riacceso la domanda che ogni uomo si porta dentro: perché il male? Anche Voltaire se lo chiedeva all’indomani del terremoto di Lisbona del 1755. Questa domanda inevitabilmente ne sottende un’altra: Dov’è Dio? Come è possibile che un Dio buono permetta la sofferenza, il dolore, la morte? Comprendo che nell’esperienza quotidiana, nella vita pratica, le distinzioni servano a poco, eppure l’intelligenza ne ha bisogno per capire e mettere ordine. C’è un male di natura che è quello degli sconvolgimenti del creato: ciò che dovrebbe essere stato pensato come buono, come dice la Genesi, si trasforma in agguato mortale per il suo abitante principale, quell’uomo che per Dio è cosa molto buona: perché dunque, Signore, ci hai messo dentro un mondo che a tratti diventa nostro nemico, nonostante quella bellezza di cui pure è capace? C’è poi un male fisico ovvero la malattia, la mancanza di quella integrità che riconosciamo come male perché non dovrebbe essere così: essere ciechi, avere un tumore, perdere una parte del corpo… E infine c’è un male morale, il male che ha la sua origine nella libertà dell’uomo, il male che riguarda le azioni cattive che l’uomo è capace di compiere quando si allontana dal bene condiviso, saputo, riconosciuto, quel bene che si dovrebbe fare”.

Molte delle menti più brillanti di sempre hanno provato nei secoli a dare una risposta ai quesiti in apertura, eppure è come se nessuna di queste fosse soddisfacente a lungo, nonostante tutte abbiano un senso. Come mai l’inquietudine permane? Yin e Yang e altri concetti millenari, ma i miei amici svedesi qui sotto in calce si lamentano anche oggi, e a ragion veduta….

GPSJ: “Non c’è domanda più profonda della domanda sul male, perché ci costringe a cercare l’origine, ma proprio per questo, diciamo subito, che è una domanda che già di per sé non può trovare risposta, perché noi NON siamo la nostra origine e non arriveremo mai a conoscerla, perché da sempre siamo già dati. Eppure, metterci davanti a questa domanda ci aiuta a riconoscere quell’anarchia che ci costituisce da sempre: non ci possediamo mai. La domanda sul male arriva sempre inevitabilmente a incontrare questa nostra ambiguità originaria, questa notte da cui siamo stati tratti fuori. Le nostre origini non si possono mai definire, ma solo raccontare: non è certo un caso che tutte le culture conservino dei miti sulle origini. Nella tradizione rabbinica si racconta che la lettera Aleph, la prima lettera dell’alfabeto ebraico, si arrabbiò con Dio, perché aveva iniziato il racconto biblico, nella Genesi, con la lettera Beth, la seconda lettera dell’alfabeto. Dio allora spiegò che la lettera Beth è chiusa a destra, da dove in ebraico di comincia a leggere, perché oltre quel limite non è possibile andare, noi possiamo conoscere solo dalla prima parola della creazione in poi. Cosmo vuol dire ordine, ma anche bellezza (da qui infatti anche la parola cosmetica), ma ciò non toglie che questo cosmo non sia perfetto. La perfezione non può appartenere alla creatura. Il fatto stesso di essere creato, cioè di non originare se stesso, è già il limite costitutivo delle cose. L’imperfezione si traduce in un disordine ricorrente. In questo senso il cosmo creato è simile alla creatura: anche in noi, per quanto cerchiamo di ristabilire un ordine, il disordine di tanto in tanto ritorna. In questo disordine ciclico del cosmo non c’è colpa, ma solo espressione di imperfezione. Siamo dentro un cosmo che aspetta di essere redento, come noi. Così le nostre imperfezioni fisiche non sono mai espressione di una colpa, sebbene in molte culture queste credenze si siano diffuse. Dio non permette il male e non lo vuole: o ci creava imperfetti come siamo o non ci creava. Mi sembra abbastanza ovvio che esserci valga molto più che esserci anche se in modo imperfetto. L’imperfezione è pensata da Dio come luogo dell’amore: tra esseri perfetti non potrebbe esserci amore, ciascuno amerebbe solo se stesso, come l’atto puro di Aristotele. Paradossalmente, l’amore trova il suo fondamento proprio nell’imperfezione. Per questo l’incarnazione è fondamentale per capire l’identità di Dio: non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio…
La libertà infine è il grande dono pesante che l’uomo si porta sulle spalle e talvolta, come il Grande inquisitore di Dostoevskij, preferiremmo non avere questo dono di una libertà a cui Dio non mette alcun limite, fino al punto da darci la libertà di rifiutare perfino lui stesso. L’amore infatti non può costringere. L’uomo vive sempre sul crinale della libertà”.

Già che salta fuori lo Stagirita: riesco ad affrontare meglio il dilemma sul male in una prospettiva ellenica che in una prospettiva biblica, per via delle differenti percezioni del Divino. Ma sento attrazione per Cristo e quindi anche di dovere fare i conti con il Dio del Libro, Quello che cerca la relazione con l’uomo. Di nuovo: come uscirne?

GPSJ: “Dov’è dunque Dio in tutto questo male che oscura la vita dell’uomo e del mondo? È strano forse che a differenza dei grandi sapienti dell’antichità, Cristo non abbia mai avuto l’ardire di spiegare il male, tutt’al più ha chiesto al Padre di non lasciarci soli nel male e ci ha insegnato a pregare così. Cristo però silenziosamente ha preso quel male su di sé, senza alcuna parola, come davanti a Pilato che lo interrogava. Non ci sono parole né davanti al male né quando sei travolto dal male. Silenziosamente Cristo prende su di sé il male del mondo, lui, innocente, e lo porta sulla croce. Perché solo la sofferenza può dare un senso al male. Solo la sofferenza ha una forza più grande del male al punto da poterlo espiare. Divinum est pati: non ci può essere sofferenza in cui Dio non ci sia, perché la sua parola sul mondo è stata la sua sofferenza. Il suo Vangelo l’ha proclamato prendendo su di sé la sofferenza del mondo. La sofferenza è l’unica strada che ci permette di attraversare il male. Vivere la sofferenza solo come punizione non farà altro che accrescere il potere del male. Proprio per questo il dolore è il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo, è il luogo dell’alleanza, è il luogo in cui Dio e l’uomo possono congiungere i loro sforzi”.

http://www.glistatigenerali.com/filosofia_teologia/divinum-est-pati-domande-punk-sulla-teodicea-a-gaetano-piccolo/

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