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Democrazia, libertà, dittatura e Unione Europea: l’analisi storico – filologica di Luciano Canfora

Posted on 16 luglio 2016

 Democrazia, libertà, dittatura e Unione Europea: l’analisi storico – filologica di Luciano Canfora

 

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Alcuni stralci del saggio “La democrazia. Storia di un’ideologia” di Luciano Canfora, in cui lo studioso discute filologicamente il significato originario del concetto di democrazia a partire dall’attenzione di Aristotele circa “il nesso profondo tra appartenenza popolare e ruolo di capo, esemplificato nella storia greca arcaica dall’esperienza delle cosiddette “tirannidi”, e spiega il contrasto primigenio che vige nei due concetti di democrazia e di libertà, anche alla luce dell’uso strumentale e falsato che del termine greco “democrazia” hanno fatto gli artefici dell’Unione Europea.

«[…] “Pisistrato – dice Aristotele – essendo demagogòs [cioè capo della fazione popolare] divenne tiranno; e la frase potrebbe intendersi “in quanto era demagogòs divenne tiranno, considerato quel che lo stesso Aristotele scrive nella Politica: “il tiranno viene instaurato dalla massa popolare contro i nobili, perché la protegga contro di essi” (1360, 12-14). La traiettoria di Pericle, del resto, era sfociata alla fine nel potere personale, come diagnosticava, con ammirazione, Tucidide.
Nel linguaggio politico greco di età romana si osserva un uso non frequente, ma interessante, di demokratìa, e di un derivato demokràtor, che significano chiaramente, se correttamente si intendono i contesti, “il dominio sul popolo” (o sull’intera comunità). Del conflitto fra Cesare e Pompeo infatti si dice, nelle Guerre Civili di Appiano, che i due avevano lottato “contendendosi la demokratìa (perì tes demokratìas). E Dione Cassio, lo storico vissuto al tempo dei Severi, sembra, a giudicare da un tardo testimone di epoca bizantina che ne riferisce il pensiero, che definisse Silla, dittatore, col termine demokràtor. Il termine corrisponde nella sostanza alla nozione di dittatore, ma non nel senso tecnico – costituzionale bensì nel valore, ben più ricco, di “dominio personale incontrastato e accettato”, di cui magari l’assunzione della dictatura può essere, come lo fu nel caso di Silla, una premessa: ma il tratto determinante, caratteristico, è che si tratta di un forte potere personale al di sopra della legge.  Demokratìa e dittatura a questo punto coincidono.
Appare così, in tutta la sua concretezza, la estrema, imbarazzante vicinanza di forme diverse e magari classificate dalla “dottrina” come distanti od opposte. E sembra innegabile che l’esperimento, o “ritrovato”, politico che più ha contribuito a creare quest’impressione di vicinanza, e a confondere le idee non solo delle masse ma anche dei teorici della politica, è il cesarismo – bonapartismo – fascismo. Non se ne esce se si lasciano in ombra i contenuti di classe che stanno sotto la “corteccia” dei “sistemi politici”.
[…] Che la democrazia sia un’invenzione greca è opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale nozione approssimativa si è visto quando è stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione Europea (diffusa il 28 maggio 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo – tra i più autorevoli, l’ex presidente francese Giscard D’Estaing – hanno pensato di imprimere il marchio greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a. C.) […]: “la nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero” (Queste parole sono scomparse nella redazione definitiva). E’ una falsificazione di quello che Tucidide fa dire a Pericle. E non è per nulla trascurabile cercar di capire perché si sia fatto ricorso a una tale “bassezza” filologica.
Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: “la parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico [ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con “costituzione”] è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione [la parola adoperata è appunto oikèin], esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza [dunque non c’entra il “potere”, e men che meno il “popolo intero”]. Pericle prosegue: “perciò nelle controversie private attribuiamo a ciascun ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la libertà” (II, 37). Si può sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza è che Pericle pone in antitesi “democrazia” e “libertà”.
[…]Democrazia era il termine con cui gli avversari del governo “popolare” definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento (kràtos indica per l’appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico ruotante intorno all’assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. […] Prende le distanze, il Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della “maggioranza”, nondimeno da noi c’è libertà.
[…]Ecco dunque come si incomincia a comprendere la gaffe compiuta dagli artefici del preambolo della Costituzione europea. Da un’informazione di tipo scolastico, e forse anche medio-bassa, essi sapevano che: “la Grecia inventò la democrazia” (formula ad effetto e talmente schematica da risultare, se studiata in profondità, falsa). Sapevano anche che gli autori antichi (ateniesi o che parlano di Atene) menzionano e discutono e giudicano il meccanismo della democrazia politica. Probabilmente hanno cercato dapprima tra i pensatori politici (Platone e Aristotele), e debbono essersi stupiti constatando che nelle loro opere, così largamente conservate, la democrazia è un bersaglio polemico costante, nel caso della Repubblica di Platone addirittura il bersaglio di una feroce polemica. Si sono rivolti altrove. Hanno cercato forse tra gli oratori? Non sappiamo. Se l’hanno fatto ne saranno usciti allarmati. Avranno trovato in Isocrate la definizione di Sparta come “perfetta democrazia” e si saranno chiesti con imbarazzo: ma come? Non era la città oligarchica per eccellenza? (altro luogo comune). E allora sono finiti a bussare alla porta di Tucidide (da Demostene era meglio non fermarsi, visto che suggerisce che gli avversari politici bisogna “bastonarli” e che per lo più vanno bollati come “traditori” e “agenti del nemico”). Ma cosa scegliere nell’arduo, dialettico Tucidide? Sono finiti, sempre grazie all’informazione scolastica, sull’epitaffio di Pericle. Basta un index verborum, un lessico, e dalla voce demokratìa si arriva facilmente a quel luogo. Però, una volta letto, non deve aver dato molta soddisfazione. Anche le traduzioni correnti, per quanto composte, e talvolta accomodanti, non riescono a nascondere il tono distaccato e perplesso con cui Pericle si esprime. Di qui la soluzione più brillante, e a suo modo classica: cambiare il testo; far dire a Tucidide quello che non dice.
Il viaggio attraverso i Greci dev’essere stato comunque istruttivo, speriamo. Deve aver fatto intravvedere una realtà particolarmente significativa, quantunque non edificante: non esistono autori ateniesi che inneggino alla democrazia. Non sarà un caso […]»

  Tratto da Luciano Canfora, La democrazia, storia di un’ideologia, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 9-16, passim.

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