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Alle radici della guerra, di Giorgio Paolucci

Posted on 07 settembre 2016

Soldati in Marcia in Polonia PDF Stampa E-mail
Scritto da Giorgio Paolucci
Sabato 03 Settembre 2016 18:13
 

In un mondo in cui non si muove foglia che il dio denaro non voglia la narrazione corrente che descrive la guerra moderna come uno scontro fra diverse fedi religiose o diverse  civiltà è in realtà una costruzione tutta ideologica per occultare il fatto che le radici della guerra affondano negli elementi costitutivi del modo di produzione capitalistico.

Con il crollo del muro di Berlino e con la fine della guerra fredda non avrebbero dovuto esserci più guerre. L’economista liberale Francis Fukuyama, nel suo saggio La fine della storia e l’ultimo uomo, giunse a sostenere che con la fine il comunismo, potendosi finalmente dispiegare su scala planetaria la “democrazia liberale” (ritenuta oltre che la forma di governo più confacente al capitalismo, anche, fra tutte quelle possibili, la migliore in assoluto) sarebbe venuta  meno anche la principale causa scatenante delle guerre.

E pertanto la storia stessa, in quanto teleologicamente intesa come la progressiva successione di stadi tutti tendenti al raggiungimento di questo obbiettivo, si sarebbe conclusa. In questo nuovo mondo, senza storia, ogni singolo individuo avrebbe potuto finalmente compiutamente realizzarsi in base alle proprie aspirazioni e capacità. Con maggiore prudenza il politologo statunitense Samuel P. Hutington, sostenne, invece, che era sì venuta meno la contrapposizione politico- ideologica fra comunismo e capitalismo, ma permanendo le diversità culturali e per certi versi antropologiche che distinguono tutti i popoli del pianeta fra loro, la sola affermazione della democrazia liberale non sarebbe stata sufficiente a evitare l’insorgere di scontri fra queste diverse civiltà. E difficilmente potremmo dargli torto se ci attenessimo alle sole cronache e alle descrizioni che fanno delle guerre, che ormai insanguinano tutti i continenti, i media e, salvo qualche rara eccezione, gli analisti della borghesia. Stando a queste, infatti, da una parte troviamo i buoni, ossia la fantomatica Comunità internazionale, o l’ancora più imprecisato Occidente -ivi compresi i cosiddetti paesi d’ispirazione islamica ma di un Islam moderato, e dall’altra, l’Islam deviato da quei barbari sanguinari che si sono costituiti nel famigerato Stato islamico di Siria e Iraq o Califfato, Isis, Isi o Daesh che dir si voglia, dedito a spargere terrore e a sgozzare uomini, donne e bambini considerati infedeli perché di religione diversa oppure perché, anche se di religione islamica, di fede diversa da quella sunnita  a cui essi si richiamano.  Poco importa, poi, come si approfondisce nell’articolo Guerra sempre più globale e nuovo disordine mondiale, che appare in questo stesso numero di D-M-D’, che il Califfato disponga di armi in gran parte di provenienza statunitense e che fra i suoi maggiori finanziatori figuri la moderata Arabia Saudita della famiglia dei Saud che in quanto a sgozzamenti non è seconda a nessuno. Ma soprattutto che il conflitto si dirami con maggiore intensità: “ In un quadrante inscritto tra il Mar Rosso e Mare Arabico, passaggio ineludibile dal Mediterraneo all’Oceano Indiano e viceversa, dove convergono le piattaforme continentali di Europa, Africa e Asia. Massimo tesoro energetico del pianeta; dove giacciono i due terzi delle riserve provate di petrolio, un terzo di quelle gasiere. E da dove parte ogni giorno un quarto del greggio commerciato sui mercati mondiali.”[1]

In un mondo in cui non si muove foglia che il dio denaro non voglia, già solo questo dato ci dice quanto la narrazione che descrive la guerra moderna come uno scontro fra diverse fedi religiose e/o civiltà, o più in generale come scontro in difesa di qualche più o meno nobile ideale sia una costruzione tutta ideologica per occultare il fatto che le radici della guerra affondano, invece, negli elementi costitutivi del modo di produzione capitalistico.

La missione del capitalismo

Il perché lo troviamo iscritto nella formula generale del capitale di Marx: D-M-D’, dove D indica il capitale monetario che il capitalista investe in una determinata combinazione di fattori produttivi per ottenere M ossia una certa quantità di merci.  D’, il capitale monetario iniziale aumentato di un certo surplus ottenuto dalla vendita di M. Quindi M, l’attività produttiva, si configura non come il fine ultimo del modo di produzione capitalistico, ma come il medium per accrescere il capitale monetario investito in essa. Per i capitalisti è del tutto indifferente che si producano caramelle, autovetture o bombe. Il loro unico scopo è investire, per esempio, un capitale 100 per ricavarne uno di 150 e successivamente uno di 150 per ottenerne uno di 225 e così via. La missione del capitalismo, e dei capitalisti, è solo quella che Marx definisce la riproduzione allargata o accumulazione del capitale per cui i capitalisti sono, per così dire, condannati a realizzare di volta in volta un surplus di capitale sempre maggiore. Ma affinché ciò possa realizzarsi occorre che di volta in volta si accresca sia la quota parte del capitale formata da capitale fisso, macchine, materie prime, mezzi di produzione di ogni genere e che d’ora innanzi chiameremo sempre capitale costante, sia della quota che viene investita per comprare la forza-lavoro o capitale variabile. Sennonché, nota Marx: “ L’aumento del capitale implica l’aumento della sua parte costitutiva variabile ossia convertita in forza-lavoro….. Supponiamo, che insieme a circostanze altrimenti invariate, rimanga invariata la composizione del capitale, ossia che una determinata massa di mezzi di produzione o di capitale costante richieda sempre la medesima massa di forza-lavoro per essere messa in moto; in tal caso la domanda di lavoro e il fondo di sussistenza degli operai aumentano evidentemente in proporzione del capitale e aumenteranno tanto più rapidamente quanto più rapidamente aumenterà il capitale. Siccome il capitale produce annualmente un plusvalore di cui una parte viene annualmente unita al capitale originario, siccome questo aumento stesso aumenta ogni anno aumentando il volume del capitale già operante ….i bisogni di accumulazione del capitale potranno superare l’aumento della forza-lavoro o del numero degli operai, la domanda di operai potrà superare la loro offerta, e quindi potranno aumentare i salari. Questo dovrà addirittura accadere perdurando costante il presupposto di cui sopra (un’immutata composizione del capitale – ndr). Siccome ogni anno vengono occupati più operai che nell’anno precedente, presto o tardi si dovrà arrivare al punto in cui i bisogni dell’accumulazione cominciano a sorpassare la consueta offerta di lavoro, in cui quindi subentra un aumento dei salari[2] Da qui l’impulso a modificare la composizione del capitale, che d’ora innanzi chiameremo sempre composizione organica; a modificare cioè il rapporto fra il capitale costante e il capitale variabile in modo che uno stesso numero o un numero minore di lavoratori possa mettere in moto una massa maggiore di mezzi di produzione; l’impulso, cioè, a ridurre il numero dei lavoratori per ogni unità supplementare di capitale costante investito nella produzione.

Ora poiché, come ha dimostrato Marx e la storia ampiamente confermato, il plusvalore su cui si fonda l’accumulazione del capitale deriva unicamente dal frutto dello sfruttamento della forza-lavoro, mentre il capitale costante, non cede alle merci che contribuisce a produrre una sola briciola in più del valore in esso già incorporato, la sostituzione di forza –lavoro con macchine può avvenire alla sola condizione che con esse si riesca a incrementare, mediante l’intensificazione del tempo di lavoro, la produttività del lavoro cosicché in una stessa unità di tempo un numero minore di lavoratori produca una stessa o una massa più grande di plusvalore oppure che venga prolungata la durata della giornata lavorativa o entrambe le due cose insieme. Che è poi quanto è accaduto nel corso della prima rivoluzione industriale, Allora, a seguito dell’introduzione nei processi produttivi della macchina a vapore, si ebbe sia un forte incremento della produttività del lavoro sia il prolungamento della giornata lavorativa. Questa fu prolungata smisuratamente e fu ridotta soltanto quando, raggiunte le sedici ore giornaliere, oltre che risultare incompatibile con gli ulteriori perfezionamenti delle macchine, metteva a rischio la sopravvivenza della stessa società borghese. Con una giornata lavorativa così lunga, infatti, non era possibile svolgere, oltre al lavoro in fabbrica, nessun’altra attività sociale, ivi compresa la stessa riproduzione della classe operaia. Un rischio troppo grande perché il capitalista globale ideale, lo Stato non ne prendesse atto e imponesse per legge il primo limite legale alla sua durata.  Da allora e fino ai primi anni ’80 del secolo scorso l’incremento della produttività del lavoro è sta il più importante propulsore del processo di accumulazione del capitale e dello sviluppo del modo di produzione capitalistico.

Una contraddizione insormontabile

Ma anche l’impiego di più macchine e di macchine sempre più perfezionate ha limiti insormontabili. Infatti, così come non è possibile prolungare all’infinito la durata della giornata lavorativa, anche l’incremento della produttività del lavoro, mediante l’intensificazione del tempo di lavoro, incontra nella struttura del corpo umano limiti altrettanto insormontabili. Per esempio, la velocità di una linea di montaggio non potrà mai superare quella consentita dalla tecnologia disponibile in quel determinato momento in relazione ai limiti strutturali dello scheletro del corpo umano. Un uomo non sarà mai veloce quanto un ghepardo, né potrà mai tener dietro a una linea di montaggio che scorra a velocità supersonica. Dall’impossibilità di incrementare la produttività del lavoro all’infinito, come esige il processo di accumulazione del capitale, discende, parallelamente alla maggior crescita del capitale costante rispetto a quello variabile, l’inaridirsi anche dell’unica fonte di produzione del plusvalore, il lavoro salariato; cosi che con il progredire dello sviluppo tecnologico, a un certo punto, l’incremento della produzione di plusvalore, non sarà più sufficiente a valorizzare adeguatamente tutti i capitali supplementari che si vanno via via producendo dando luogo al fenomeno di quella che Marx definisce sovraccumulazione o sovrapproduzione del capitale. Nel senso che si producono più capitali di quanti ne possano essere reinvestiti con profitto nella produzione.

Da qui l’impulso a cercare nuovi sbocchi di mercato; a investire i capitali addizionali in altri settori produttivi e/o in altri paesi o aree in cui i prezzi della forza-lavoro e/o degli altri fattori produttivi sono più bassi rispetto a quelli del paese di origine; a tesaurizzarli in attesa di tempi migliori, oppure a darli in prestito come capitali produttori di soli interessi; infine a investirli in attività meramente speculative. La contraddizione però, essendo immanente al processo di accumulazione del capitale, non cessa di operare per cui la produzione di capitali addizionali in eccesso potrà anche rallentare e perfino bloccarsi per qualche tempo, ma non cessare. A un certo punto, quindi, i capitali supplementari che non potranno essere reinvestiti con profitto nella produzione, saranno inevitabilmente più numerosi di quelli che vi vengono investiti fino a provocare il blocco della produzione e con esso la crisi dell’intero sistema.

In realtà, il modo di produzione capitalistico sarebbe morto e sepolto già da un pezzo senza l’ausilio del progresso scientifico e della guerra. Infatti, il primo, mettendo a disposizione macchine sempre più efficaci, ha consentito di spostare sempre più in avanti i limiti oltre i quali ogni ulteriore incremento della produttività del lavoro sarebbe risultato impossibile e, dando vita a nuovi settori produttivi, di creare via via un numero di posti di lavoro maggiore di quelli che venivano distrutti negli altri settori.

Si pensi, per esempio, alla macchina a vapore. Appena introdotta, provocò nel settore tessile la scomparsa del lavoro a domicilio e la disoccupazione di tutti i lavoratori del settore.  Nel volgere di qualche decennio, però, grazie a essa nacquero anche nuovi settori produttivi e in particolare le ferrovie, cioè il settore che più di ogni altro ha consentito alla allora nascente grande industria di divenire veramente adulta e giungere così fino ai nostri giorni.  “Durante la seconda metà del secolo XIX e i primi anni del secolo XX, la costruzione della rete ferroviaria assorbì direttamente enormi quantità di capitale. I dati di censimento relativi allo sviluppo dei capitali da un decennio all’altro indicano che dal 1850 al 1900 l’investimento nelle ferrovie superò l’investimento in tutte le industrie manifatturiere messe insieme.”[3] Per non dire, poi, dei milioni e milioni di posti di lavoro creati successivamente nel settore automobilistico e del suo enorme indotto. E poi dicevamo: la guerra. “ Dal punto di vista delle loro conseguenze economiche, le guerre si devono dividere in due fasi: la fase della guerra guerreggiata e quella delle conseguenze. Entrambe comportano uno sconvolgimento dell’economia, che è tanto più radicale quanto più la guerra è lunga e totale. E’ per questa ragione che grandi guerre come quella come quella del 1914-1918 e del 1939-45 sono dal punto di vista economico simili alle innovazioni [tecnologiche – n.d.r] rivoluzionarie. Durante la fase della guerra guerreggiata, la domanda militare naturalmente sale alle stelle, le risorse si trasferiscono ai settori dell’economia che vi provvedono [ spostamento di capitali da un settore all’altro –n.d.r.], mentre la domanda civile si riduce con l’impiego combinato dell’aumento dei prezzi e del razionamento….Gli impianti esistenti sono convertiti alla produzione di guerra e la stessa destinazione viene data alla maggior parte del nuovo investimento. La costruzione di case è ridotta al minimo ….In breve, non solo la produzione complessiva aumenta fino ai limiti delle risorse disponibili, ma l’intera struttura della vita economica è drasticamente trasformataDurante la fase della guerra guerreggiata, le esistenti dotazioni di capitali e di beni di consumo durevoli e civili sono state impiegate con intensità maggiore del normale …e anche le sostituzioni delle parti logorate sono state in larga misure sospese… Questa è l’origine –insieme, aggiungiamo noi, alle immani distruzioni che la guerra porta con sé – dei diffusi arretrati di domanda che esistono alla fine delle grandi guerre. In una certa misura a questi arretrati si può far fronte con la riconversione delle fabbriche di guerra alle produzioni di pace, ma una parte cospicua del precedente investimento in impianti per la produzione di materiale bellico è troppo specializzata o male localizzata per la produzione civile e si deve demolire. In tal modo si creano gli sbocchi di investimento capaci di assorbire grandi quantità di surplus per parecchi anni di seguito.[4] Esattamente come previsto – e prevedibile-  dalla critica marxista dell’economia politica.

 Le attese deluse della rivoluzione informatica

Quando comparvero le prime macchine a controllo numerico e la robotica iniziò a trovare le sue prime applicazioni nei processi produttivi, i capitalisti esultarono. Immaginando che fosse ormai prossima – come ebbe a titolare un suo libro dedicato a questa questione, l’economista Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, intravedevano un futuro senza lavoro salariato e senza lotta di classe. L’allora presidente dell’Iri, Romano Prodi, immaginò di lì a poco la nascita di una società in cui tutti sarebbero stati “capitalisti di se stessi. Invece, il futurologo Alvin Toffler coniò il neologismo prosumer per indicare il nuovo nascente soggetto che grazie alle nuove tecnologie avrebbe prodotto da sé tutto quanto gli era necessario per soddisfare i suoi bisogni.  Ci fu chi previde perfino che sarebbero nate ben 12 mila nuove professioni con cui sarebbe stato sostituito il lavoro operaio che sarebbe stato cancellato..

Visti gli odierni esiti, si sarebbe tentati di liquidare queste previsioni come il frutto della fervida fantasia di qualche scrittore di fantascienza, ma sarebbe fuorviante. Chi le formulava, infatti, muoveva dal presupposto che il capitale non si sostanzia del plusvalore estorto ai lavoratori ma che il suo continuo accrescimento dipendesse unicamente del tipo di tecnica produttiva in uso nel sistema.  “Rimarrebbe da chiedersi – scriveva, per esempio, qualche anno prima Claudio Napoleoni, uno degli economisti che allora andava per la maggiore- da che cosa dipende che il sistema economico abbia o non abbia sovrappiù, e quindi da che cosa dipende che le sue industrie conseguano o non conseguano un profitto. In via immediata, la risposta è che ciò dipende dal tipo di tecnica produttiva che il sistema adopera. I metodi di produzione in uso nel sistema economico possono essere tali che ciò che con essi si produce serve solo a rimpiazzare i mezzi di produzione che si consumano nello stesso processo produttivo, e allora non c’è formazione di sovrappiù; oppure i metodi produttivi possono essere tali che, una volta sostituiti i mezzi di produzione consumatisi, il sistema viene a disporre ancora di certe quantità di merci, ossia di sovrappiù, il cui valore costituisce il profitto del sistema stesso.” [5] Non vi erano quindi dubbi di sorta che la microelettronica avrebbe finalmente fatto emergere dalle tenebre, in cui fino ad allora lo custodiva la leggenda, l’El Dorado. D’altra parte, appena le nuove tecnologie trovarono concreta applicazione, ebbero come immediato riscontro un incremento medio della produttività del lavoro come non si vedeva da oltre un ventennio. E quando poi, grazie alla rivoluzione del sistema delle telecomunicazioni e dei trasporti, fu possibile delocalizzare le produzioni a più elevato contenuto di forza lavoro nelle aree più periferiche del sistema dove il costo del lavoro era centinaia di volte più basso, i profitti delle grandi imprese transnazionali crebbero così tanto  che sembrava piovessero dal cielo o che fossero davvero la manna calata dal cielo della microelettronica.

In realtà, proprio il fenomeno della delocalizzazione avrebbe dovuto suggerire una maggiore prudenza. Era il segnale, infatti, che il miracolo non lo stava facendo il cielo della tecnica ma i lavoratori supersfruttati dei paesi dove la produzione veniva delocalizzata. Tanto più che già a cominciare dai primi anni ’80 del secolo scorso nei paesi Ocse, si cominciò a investire più capitali nel settore finanziario che in capitale fisso, rispettivamente il 6% e il 2,3%. Cominciava cioè a enuclearsi quel processo di finanziarizzazione dell’economia che di lì a poco avrebbe dato vita a una serie di gigantesche bolle speculative la cui sistematica esplosione sarebbe stata all’origine di una serie di crisi devastanti, di cui l’ultima, quella dei subprime, è ormai unanimemente ritenuta peggiore anche di quella del 1929 che pure diede origine alla seconda guerra mondiale.[6]

Il fatto è che la microelettronica, a differenza di tutte le innovazioni tecnologiche che l’hanno preceduta, crea in assoluto molti meno posti di lavoro di quanti ne distrugge e, per quanto la pleiade dei suoi cantori si sforzi di dimostrare il contrario, il capitale senza lavoro non può semplicemente esistere, è un puro non sense. “ Tra il 1991 e il 2011 mentre il pil planetario è cresciuto del 66 per cento, il tasso globale di occupazione è diminuito dell1,1 per cento. In venti anni è stato prodotto un quarto dei beni in più con meno lavoro.”[7] E puntualmente, già da qualche tempo, anche la produttività del lavoro ha cessato di crescere.[8]La Silkon Valley invade i nostri pensieri, gadget elettronici e social media dell’economia digitale sono dappertutto nelle nostre vite. Fuorché dove ne abbiamo bisogno: nella produttività del lavoro. L’assenza di benefici reali delle innovazioni tecnologiche è in cima ai pensieri di Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve che deve decidere quando rialzare il costo del denaro (nel momento in cui scriviamo non l’ha ancora fatto n.d.r.). Lamenta la produttività immobile anche il Conference Board, il panel di economisti più ascoltato da Barak Obama.Il Fondo monetario conferma: è una malattia che riguarda l’intero Occidente…L’ex vicepresidente della Federal Reserve, Alain Blinder ha fornito questo quadro inquietante:<< Su un arco di 143 anni l’aumento medio annuo della produttività è stato del 2,3% annuo. Questo ci ha consentito di moltiplicare di 25 volte il nostro tenore di vita. L’età dell’Oro per l’aumento della produttività, è il quarto di secolo che segue la fine della seconda guerra mondiale, quando l’aumento medio salì fino al 2,8% per cento annuo. Poi ci fu una caduta, sorprendente e misteriosa dal 1973 al 1995 quando scese all’1,4% (misteriosa per lui e tutti gli economisti borghesi non certo per la critica marxista dell’economia politica – N.d.R.). Per fortuna si riprese. Ma dall’inizio di questo decennio è crollata. ­­ +0,7% all’anno dal 2010 a oggi, cioè la metà della perfomance peggiore nella storia precedente>>. I dati elencati da Blinder si riferiscono agli Stati Uniti ma il trend è identico o peggiore nella vecchia Europa.” [9] Per invertirlo ci vorrebbe una qualche nuova innovazione tecnologica capace di far nascere nuovi settori produttivi che possano assorbire l’enorme massa di forza-lavoro divenuta superflua e incrementare così la massa del lavoro salariato di cui il capitale si sostanzia. Sennonché, al momento, di essa non c’è traccia neppure nella mente del dio della scienza e della tecnica; anzi tutte le ulteriori innovazioni si annunciano esclusivamente come sostitutive di lavoro e di lavoro, peraltro sempre più qualificato. Così, guarda caso, come nei primi decenni del XIX secolo, la durata della giornata lavorativa è tornata a crescere. Alla Foxconn, la modernissima e famigerata fabbrica cinese che produce componenti elettronici per le più grandi imprese multinazionali del settore, si lavora 12 ore al giorno per sei giorni la settimana, tanto   che nel 2012, uno dopo l’altro, ben 14 lavoratori, non riuscendo a reggere per un periodo di tempo così lungo i ritmi di lavoro richiesti dall’attuale sistema delle macchine, pur di evitare le sanzioni previste per il procurato ritardo della linea di montaggio, si tolse la vita lanciandosi dalle finestre dei capannoni della fabbrica.[10] Ovunque è possibile, affinché neppure un centesimo del tempo di lavoro vada sprecato, si impiegano due o più lavoratori in un medesimo posto di lavoro con lo stesso salario che prima percepiva un solo lavoratore (part time); oppure soltanto per il tempo strettamente necessario a compiere un determinato lavoro (lavoro a progetto, voucher ecc.) e soltanto quando l’impresa ne ha bisogno e ne faccia richiesta (lavoro a chiamata). Ma, per quanto i giuslavoristi si spremano le meningi per trovare il modo per rendere compatibile una giornata lavorativa molto lunga con gli attuali ritmi di lavoro, resta il fatto che un lavoratore rimane un essere umano e non può essere spremuto più di tanto. In realtà, dato il moderno sistema delle macchine per soddisfare la bramosia di profitto del capitale ci vorrebbero lavoratori che, come il passero dalla corona bianca, possano fare a meno del sonno.

All’assalto del sonno

Sembra incredibile ma è vero: alcuni laboratori scientifici statunitensi, con finanziamenti pubblici, stanno studiando il modo come trasferire agli uomini la capacità di questi uccelli di fare a meno del sonno. “Questa particolare specie– ci informa nel suo ultimo libro il professore della Columbia University J. Crary- possiede una capacità decisamente insolita che la distingue dalla maggioranza degli altri uccelli, quella di rimanere in stato di veglia per un’intera settimana durante la migrazione. Grazie a questo comportamento stagionale, di notte il passero dalla corona bianca è in grado di volare seguendo la rotta, mentre di giorno può dedicarsi alla ricerca del cibo, senza alcun bisogno di riposarsi. Nell’ultimo lustro, il dipartimento della Difesa americano ha investito notevoli somme nello studio di queste singolari creature. Tanti ricercatori di varie università, in particolare quella di Madison, nel Wisconsin, grazie ai finanziamenti governativi hanno analizzato l’attività cerebrale di questi volatili durante i loro lunghi periodi di insonnia, sperando di ricavarne conoscenze applicabili agli esseri umani. Scopo della ricerca è scoprire in che modo sia possibile una completa astensione dal sonno e al contempo un funzionamento produttivi ed efficiente…Si intende mettere a punto nel breve termine un metodo che consenta ai soldati in azione un’astensione dal sonno della durata minima di una settimana e, a lungo termine, di quindi giorni…Come la storia insegna, le innovazioni in campo militare vengono poi inevitabilmente assimilate (vedi Internet n.d.r.) in una sfera sociale più ampia, per cui il soldato a prova di sonno è l’antesignano del lavoratore o del consumatore immuni dal sonno.”[11]

Si vedrà se ci riusciranno. Intanto la produttività del lavoro non cresce e i posti di lavoro continuano inesorabilmente a diminuire.  Il fenomeno è ormai così rilevante che secondo alcuni economisti, come l’ex segretario del Tesoro statunitense Larry Summers e il premio Nobel Paul Krugman, si prospetta una stagnazione secolare. Come se fosse possibile per il capitalismo sopravvivere senza che una massa così grande di capitali, come quella già oggi in circolazione, possa non essere adeguatamente valorizzata per un periodo di tempo così lungo.

la Banca Centrale Europea ha recentemente rilevato come il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie sia passato dal 50 al 350 % del prodotto lordo globale nei quarant’anni intercorsi tra il 1970 e il 2010, raggiungendo i 280 mila miliardi di dollari. Inoltre alla fine di giugno 2013 si stimava che il valore nozionale (si definisce nozionale il valore dell’attività finanziaria alla quale é legato un contratto derivato) dei cosiddetti derivati over the counter, cioè negoziati al di fuori dei mercati borsistici, avesse raggiunto i 693 mila miliardi di dollari. Fanno riflettere anche le dimensioni di una grandezza intermedia come il Foreign Exchange Market o Forex, cioè il mercato delle valute, sul quale in assenza di turbative si scambierebbero mediamente 1.900 miliardi di dollari al giorno (praticamente quanto produce ogni anno beni e servizi), 300 dei quali soltanto per comprare e vendere buoni del Tesoro americano.”[12]

La guerra globale

Già oggi, quindi, per ogni unità di capitale investita nella produzione di beni e servizi, ve ne sono almeno altre 35 che, non essendo investite nella produzione delle merci, non contribuiscono a produrre neppure una briciola di plusvalore; e se il capitalismo continua, fra una crisi e l’altra, a sopravvivere è solo grazie alla guerra. Infatti, essa oltre alla funzione tradizionale di discarica a cielo aperto per lo smaltimento di una parte dei capitali in eccesso e di nuovi sbocchi d’investimento, contribuisce in maniera determinante alle variazioni di valore di tutta la massa monetaria in circolazione permettendo così ai maggiori centri che controllano la produzione e la circolazione del capitale finanziario di appropriarsi della gran parte del plusvalore estorto al proletariato su scala mondiale, benché non vi contribuiscano in alcun modo a produrlo.

Da quando, infatti, nel lontano agosto del 1971, l’allora presidente degli Stati Uniti Nixon pose  fine alla convertibilità aurea del dollaro, e anche per i pagamenti internazionali si usano soltanto biglietti inconvertibili, quali per esempio il dollaro o l’euro, le variazioni di valore dell’intera massa monetaria in circolazione non dipendono più da quelle del valore dell’oro e neppure più solo dalle manovre della banca che la emette. Ma soprattutto dalle variazioni dei prezzi delle merci scambiate sui mercati internazionali denominati in quella determinata valuta. Così, per esempio, poiché il prezzo del petrolio è espresso in dollari, a ogni sua variazione aumenterà o diminuirà anche la domanda internazionale di dollari e di conseguenza del valore di tutta la massa monetaria denominata in dollari.[13]

Poter imporre una moneta che svolga la funzione di mezzo di pagamento internazionale ed esercitare il controllo delle fonti di produzione e del mercato delle materie prime strategiche di fatto significa avere il poter di determinare a proprio vantaggio le variazioni di valore di tutta la massa monetaria in circolazione nel mondo e, a catena, di tutti gli asset finanziari e non; l’ascesa di un’area economica piuttosto che un’altra, il fallimento di una banca o di una grande impresa transnazionale anziché un’altra e così via.

Disporre di questo potere è dunque veramente una questione di vita o di morte.  Ed è per questa ragione non per Allah o la difesa dei valori e della civiltà dell’Occidente che almeno da trent’anni, e senza soluzione di continuità, la guerra infuria in tutta le aree in cui abbonda il petrolio o una qualsiasi altra materia prima strategica e/o che abbiano una qualche importanza geostrategica.

Si combatte fra chi produce questi beni e chi no; fra chi possiede una valuta che svolga funzione di mezzo di pagamento internazionale e chi non l’ha e aspira ad averla. Con sempre maggiore frequenza, si combattono fra loro perfino le diverse frazioni della borghesia di uno stesso paese a seconda che, in base agli asset in loro possesso, risulti più vantaggioso, in quel determinato momento, che il prezzo del petrolio salga o scenda; che si valuti o si svaluti una determinata moneta anziché un’altra. Insomma c’è guerra perché essa è ormai per capitalismo come l’aria che respiriamo. Per questa ragione ci pare che sia alquanto riduttivo, come fanno anche gli analisti più attenti e disincantati, definirla Terza guerra mondiale, essendo nel contempo uno scontro militare, economico e finanziario finalizzato non più, come in passato, al solo ripristino delle condizioni per l’avvio di un nuovo ciclo di accumulazione del capitale, ma alla sola e brutale conservazione del modo di produzione capitalistico. Ci sembra, invece, che la si inquadri meglio definendola Prima guerra globale che, in quanto tale, se non si trova il modo di rimuovere il modo di produzione capitalistico in cui affonda le sue radici, condurrà l’umanità in una barbarie senza fine se non alla sua scomparsa.


 [1] Il Congresso del Golfo e i suoi nemici – Limes n. 5/2015
 [2] K. Marx – Il Capitale – libro primo- Cap. 23° – pag. 754- 755 – Ed. Einaudi 1978
 [3] P. A. Baran e P. M. Sweezy – Il capitale monopolistico – pag. 186 – Ed. Einaudi – 1968
 [4] Ib. pag.188-189
 [5] C. Napoleoni – Elementi di Economia Politica – pag. 129 – Ed. La Nuova Italia – 1968
 [6] Per eventuali approfondimenti su questo fenomeno e le sue devastanti conseguenze vedi, fra gli altri lavori presenti sul nostro sito, i saggi: Il dominio della Finanzahttp://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/questionieconomiche/164-dominiofinanza e Sulla Crisi dei subprime rileggendo Marx
 httpp/www.istitutoonoratodamen.it/joomla/questionieconomiche/161-subprimemarx
 [7] Piero Bevilacqua – La merce rara dell’abbondanza – Il manifesto del 28.11.2015
 [8] Al riguardo vedi: A. Noviello e G. Paolucci – La Falsa modernità di Marchionne e l’attualità di K. Marxhttp://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/lavorolottaclasse/168-falsomarchionne e A. Noviello – La microelettronica nei processi produttivi e il degrado del lavoro telematicohttp://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/lavorolottaclasse/263-microeledegrado
 [9] F. Rampini – La Silicon Valley non dà produttività – La repubblica dell’1.06.2015
 [10] Sulle condizioni di lavoro alla Foxconn vedi: Mangime per le macchine le poesie del poeta operaio Xu Lzhi http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/mangimemacchine
 [11] Jonathan Crary – 24/7 Il capitalismo all’assalto del sonno – pagg. 3,4,5 – Ed. Einaudi – 2015
 [12] G. Dettori – Blackrock, il Moloch della finanza globale –Limes n. 2/2015
 [13] Sulle relazioni fra prezzo del petrolio e variazioni del valore della massa monetaria denominata in dollari vedi: Il saliscendi del prezzo del petrolio ovvero il dominio del virtuale sul realehttp://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/questionieconomiche/190-petrolioreale

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/politicasocieta/404-radiciguerra

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