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Hannah, Elfride e Martin Rossana Rossanda

Posted on 16 gennaio 2016

 

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Hannah, Elfride e Martin
di Rossana Rossanda
Chi di noi, lettrici e lettori di Hannah Arendt non ha provato un moto di antipatia per Elfride, la moglie di Martin Heidegger, nazista e antisemita, che gli impedì di vivere apertamente la sua passione per la giovane studentessa ebrea, lui così brutto ma affascinante maestro, lei così bella e indifesa che ne beveva le parole? E’ lui che l’ha afferrata e baciata durante una passeggiata nel bosco, e mandato subito dopo una lettera di scuse ma ardente. Ne seguiranno altre in una relazione che durerà per qualche anno. Come tutte le lettere d’amore, quelle di Martin non valgono granché se non si è poeti, e ancora. Martin non lo è, anche se si lascia andare a effusioni liriche e talvolta si prova nei versi, mentre le lettere di Hannah sono di un giovane cuore e di una giovane mente alle loro prime passioni. Loro essendo – lei pensa – persone speciali, Hannah accetta di essere l’amante segreta di una commedia borghese, di trovarsi altrove, di nascosto, in qualche città vicina dove egli deve andare per questo o quel seminario, prendendo treni diversi, incontrandosi in alberghi fuori mano. A Friburgo intanto lui suggerisce che lei passi ogni sera alle dieci davanti alla sua casa e se vede accesa la tal finestra, vuol dire che Martin può filarsela per un’ora e lei non ha che da aspettarlo su una certa panchina. Se luce non s’è, pazienza, si vedranno il giorno dopo, o due, o tre. Martin è sposato e ha due figli, non intende mettersi a rischio e Hannah non vuole altro che esserne amata, non è donna che farebbe mai storie, e sa che Elfride è, come tutte le mogli, necessaria, non geniale, esigente, gelosa.
In questa storia tutta la nostra simpatia è per Hannah, unita a una certa compassione per la viltà del genio innamorato, e alla persuasione che Elfride sia la solita megera. Dopo qualche anno però Hannah ne ha abbastanza, rompe senza scene e se ne va. Avrà prima con Guenther Anders, poi con Bluecher una vita coniugale libera, una casa per gli amici. Partirà in tempo per gli Stati Uniti, assisterà da lontano alla compromissione di Heidegger con il Partito nazional socialista, cui si iscrive nel 1933 assieme alla moglie, e poi al suo diventare rettore e al famoso discorso e alle interdizioni agli ebrei fra i quali Husserl che gli aveva dato la cattedra, di frequentare la biblioteca. Poi al suo abbandono dell’incarico, i nazisti sono troppo ignoranti – unico vizio che egli nota – e il dedicarsi a pensare e a scrivere, convinto della sua superiore missione. Per la quale Elfride ha costruito una capanna in alto tra i boschi, dove il filosofo avrà il necessario raccogliemento, oltre alla comodità cui lei provvede. Anche alle case in città, prima l’una poi l’altra più grande, poi quella per quando saranno vecchi, provvede Elfride, le disegna, le ammobilia, le completa di tutto compresi i domestici. Martin studia, pensa, scrive, insegna e viaggia, non si impegna né si disimpegna col Partito nazional socialista, non avra mai una parola di ripudio per lo sterminio degli ebrei, che imputa alla dominazione della tecnica, diventata decisiva per la vita e per la morte, contro l’amata natura.
Nella lunga corrispondeza con Jaspers, Hannah lo giudica senza amenità, sa che è un gran bugiardo, e peggio. Oltre che intrigante quanto basta nell’accademia. Poi verrà la guerra, che passa sulal coppia Heidegger senza grandi danni, salvo che i due figli sono fatti prigionieri sul fronte russo ma ne ritorneranno nel ’47 e nel 1949. Intanto nel 1946 Heidegger è sospeso dall’insegnamento. La sospensione durerà tre anni. A New York, Hannah e il marito si dolgono che l’opera sua non sia conosciuta e nel 1950, quando Hannah è incaricata di una missione di ricerca sul patrimonio culturale ebraico della Germania, decide di andare a trovare quel suo vecchio amore a Friburgo per dargli una mano. Gli scrive: Sono qui. Lui le risponde invitandola a cena a casa. Tanti anni e una guerra sono passati, sono ormai due vite lontane, Hannah accetta. Non sa che Martin ha pensato bene di informare soltanto adesso Elfride di quella storia che aveva avuto con lei, e si trova alla tavola di una signora molto irritata che non risparmia un sermone di rimprovero né a lei né al consorte. Egli china il capo. Lei appena può si alza e se ne va, un po’ risentita, ma è donna di un altro calibro. Lo aiuterà a pubblicare le sue opere in inglese e negli Usa, gli manderà i suoi libri senza riceverne un cenno di ricevuta e commento, ma fra loro una corrispondenza cortese non cesserà più.
Quando, spenti tutti e due, Mary Mac Carty, che di Hannah è stata amica e ne gestisce l’eredità letteraria, permette a una giovane studiosa di consultare le carte harendtiane consegnate alla Libreria del Congresso e questa pubblica con qualche animosità la corrispondenza giovanile fra i due, George Steiner attacca acerbamente Arendt e il marito, colpevoli secondo lui di una sordida tresca e in più fra due ebrei e un nazista. Steiner è di quelli che non perdonano ad Hannah il suo Eichmann a Gerusalemme.
Questa è la storia. A me, differentemente che a Steiner, la figura di Hannah appare ingrandita dal gesto verso Heidegger in disgrazia. Lei non rinnega nulla della sua passione giovanile, degli orizzonti che le lezioni di lui le hanno aperto, lo sa grande pensatore e moralmente una nullità. Non lo assolve, lo aiuta. Non succede spesso di avere la forza e generosità di Arendt, che sono anche la sua libertà: non si considera vittima, non ha subito ma ha scelto, può restarvi amica. Vien da pensare che coppia sarebbero stati se lui avesse avuto merà della dirittura di lei. Ma non l’aveva. E c’era Elfride.
Sono uscite adesso in Germania e in Francia le lettere che Martin scrisse a Elfride da quando l’ha conosciuta alla morte – una scelta a cura della nipote di lei Gertrud, chiara nel metodo e nella forma. (Martin Heidegger, Mein liebes Seelcaen!, 2005 Deutsche Verlags-Anstalt, Monaco; edizione francese, Heidegger, Ma chère petite ame, Seuil Paris 2008).
Non ci sono censure, non parlano di politica, non giudicano la guerra sono, per dir così, normalmente antisemiti – nazisti ordinari. Ma Elfride appare, dalle lettere di lui e dalle poche note che le accompagnano un’altra, da quella che avevamo pensato – il bel profilo pensieroso, il velo bianco di sposa sui capelli, dolce e composta, quella sulla quale tutta la tribù farà asse. Complicata. Forte. Sofferente.
Martin l’aveva incontrata dopo la guerra, che non ha passato in trincea, ma in un ufficio. Elfride Petri è una giovane protestante, lui è cattolico, doveva prendere gli ordini ma ha lasciato la teologia per la filosofia. E’ un problema per le relative famiglie, per cui l’anno dopo si sposano civilmente, con rito cattolico e con rito protestante, tre volte di seguito, nelle polemiche assenze di parte dei congiunti. Siamo ancora in guerra e la vita è faticosa e difficile. Nel 1919 nasce il primo figlio, Joerg. Un anno dopo il secondo, Hermann.
Da allora saranno assieme fino alla morte Martin e la «cara piccola anima mia» come cominciano quasi tutte le lettere. In italiano anima non ha diminutivi – non animina, non animetta, non animuccia e men che mai animella; l’animula dell’imperatore Adriano non è passata nel volgare. Ma in tedesco sì, seele ha un diminutivo, seelchen ed è quel che si ha di più interno, quello a cui si ritorna sempre la Heimat, il suolo dove affondano le radici, dove ci si appoggia ed acquieta, il sacro e l’essenziale – sentimento molto germanico. Martin pensa sul serio che Elfride sia l’indistrittubile fondamento interiore sul quale può poggiare il suo pensiero che è la sola cosa che importa, la sua missione al mondo. Lo ha deciso così fermamente che quando accade che Elfride gli confessi, dicendosi «lacerata», che ha una relazione con un medico amico di tutti e due e del quale è incinta, Martin la sbriga subito con un «naturalmente avevo capito, mi sorprendeva che tu non me lo dicessi ma non sentirti lacerata, lui non vale niente, non farti pensieri, non perdiamo tempo a parlarne». E quando lei partorisce nel 1920 il figlio dell’altro, le augura di ristabilirsi presto, chiede come è il piccoletto e lo considererà sempre come l’altro suo figlio. La paternità biologica non gli interessa (e non torto) perché è nato dentro di lei cui è legato e che gli è legata molto oltre contingenze del genere. Sarà Elfride a dire a Hermann in un compleanno di adolescente che Martin non è il suo padre naturale, imponendogli di tacerne con tutti, cosa che egli farà fino alla morte dei genitori. E’ lui oggi che cura le opere di Heiddegger.
Non ci sono, o non sono state rese pubbliche, o Martin le ha buttate, le lettere di Elfride a lui. Ma come avrà preso quella sua larghezza di idee, così simile all’indifferenza? Tanto più che si accorgerà presto che egli mente come vive, negandole assolutamente quel che lei percepisce e cioè che si precipita su molte altre donne, più o meno giovani e belle ma intelligenti e ammirative del suo genio, e più tardi preferibilmente di alto lignaggio, principesse o contesse. Le confesserà soltanto nel 1950, scrivendole dopo la visita di Arendt una lettera nella quale la chiama, ed è la sola volta, mia cara moglie, che non appena attinge ai pensieri più alti sull’assolutezza dell’essere che è di casa anche nella loro corrispondenza, sente nascere un desiderio irresistibile, corporeo, carnale per una di quelle bellezze. Oppure al contrario, sarebbero esse stesse fonte della sua creatività, indispensabile, ma a condizione di poter contare su quel fondamento interno che è lei, Elfride. Per questo non le ha mai detto la verità. E dopo si sentirà sollevato, e continuerà imperterrito finché un attacco non lo atterrerà presso l’ultima sua amata, ed Elfride dovrà andare a raccoglierlo. Adesso, annoterà, saranno insieme sino alla fine dei loro giorni.
Alle lettere di Martin, che lascia affidate per la pubblicazione alla nipote Gertrud, Elfride aggiunge una nota sul dorso di una di esse: è la tipica missiva che inviava anche alle numerose sue altre amate. Forse non le chiamava tutte «piccola anima mia», non le definiva «mia santa» ma, come nota Alain Badiou per l’edizione francese, quel diminutivo, quel seelchen sottolinea come sempre la piccolezza dell’altro, in questo caso la preziosa altra, di fronte alla grandezza del suo pensiero. Che ha come pari soltanto il Wesen, l’essere, il destino del popolo tedesco. Il resto è del tutto secondario seppur vi si sofferma. Quanto Elfride abbia condiviso, quanto abbia patito, e quale sia stata la forza di un suo distacco interno rispetto ai colpi che le infliggeva quel suo inossidabile «ragazzo» non si può sapere.
Resta l’interrogativo sulla possibilità di una grande filosofia in una creatura, come Martin Heidegger, così sprovvista di percezione dell’alterità. Delle donne che amava, della compagna che si era scelto e di cui aveva bisogno; figurarsi dei nazisti, della guerra e degli ebrei. Grandissimo pensatore cieco come un pipistrello è un bell’ossimoro.

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