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Venezia «amò» gli Ebrei?

Posted on 03 agosto 2016

 

 

di Giulio Busi – foto di Ferdinando Scianna

 

 

Diasporica, mercantile, imprenditrice dalle navi inesauste e dai traffici febbrili, Venezia fu a lungo troppo «ebraica» essa stessa per dare volentieri spazio agli ebrei. Se nei possedimenti veneziani di Terraferma gli insediamenti ebraici hanno una lunga e nobile storia, il soggiorno degli ebrei in laguna fu ristretto e tollerato di malavoglia, almeno durante l’età medievale, e sino al 1508-1509. Alla Venezia regina dei traffici del Mediterraneo, la concorrenza della diaspora ebraica, così capillare e vigorosa, non doveva poi piacer molto. In questo tenere lontani gli ebrei dalla città, si coglie un senso malcelato di emulazione, almeno nel grande centro del potere, in quel meraviglioso emporio di marmi e acque diafane, ostentato al mondo come un gioiello e difeso con altrettanta gelosia.

 

 

Ferdinando Scianna, Visitatori di una comunità ebraica americana attraversano il ponte del Ghetto Vecchio © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

 

Ci volle la crisi causata dalla lega di Cambrai, e la rovinosa battaglia di Agnadello, vera minaccia mortale per la sopravvivenza della Repubblica, a convincere il restio potere veneziano ad accogliere i profughi ebrei dai territori minacciati del nemico. È solo allora, sotto la spinta del pericolo, che si avvia quella tormentata, sinuosa storia del giudaismo nella città di Venezia, che è ora rappresentata in un’ampia mostra a Palazzo Ducale, e documentata da un catalogo ponderoso e amorevole.

Parlare di amore, in senso intellettuale, scientifico, non è fuori luogo. Non diversamente da quello che accade per la Venezia delle pietre – sensuale, misteriosa, a tratti indisponente – così la storia dell’ebraismo lagunare attrae fatalmente passioni amorose, dedizioni lunghe una vita. Il grande catalogo sui 500 anni del ghetto porta alla luce, oltre agli studi pazienti, anche la devozione innamorata di tanti ricercatori, convenuti dai quattro angoli del mondo per rendere omaggio a questa vicenda, così brillantemente speciale.

 

 

Ferdinando Scianna, Signore vestite a festa per Shabbat © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

 

Quando, nel 1516 si decise di mettere a disposizione l’area del «Geto nuovo», la fonderia di rame, per gli ebrei che volevano risiedere a Venezia, non si pensava certo che, a cinque secoli di distanza, il quartiere giudaico sarebbe diventato una macchina della memoria così ben congegnata, in grado di funzionare con sorprendente continuità.

La parola nasce dal nome di un’officina per «gettare», ovvero fondere metalli, che lì si trovava prima dell’insediamento ebraico. Pronunciato «ghetto» dagli ebrei di origine tedesca, il temine si trasformerà da toponimo in categoria sociologica, per indicare qualsiasi area di segregazione e marginalizzazione, ove venga rinchiusa una minoranza.

 

 

Ferdinando Scianna, Preghiera del mattino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

 

Dai ghetti neri degli Stati Uniti a quelli delle periferie europee, la parola originaria si è diffusa ben oltre i confini della laguna. Eppure, tra la ricchezza strabiliante dell’esperienza storica veneziana, e la miseria e la sopraffazione dei «ghetti» contemporanei, c’è una differenza enorme. Certo, il ghetto fu voluto per tenere sotto controllo e per discriminare chi aveva l’obbligo di risiedervi. Le porte che si chiudevano di notte, la sorveglianza lungo i canali che segnavano il perimetro del claustro ebraico, sono i simboli della divisione, della barriera fisica che fu contrapposta alla libera circolazione entro lo spazio urbano.

 

 

Ferdinando Scianna, Insegnamento del rabbino nel Midrash Luzzatto dentro la sinagoga Levantina © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

 

Di giorno però, quando i mercanti ebrei sciamavano in città, e si affollavano nelle botteghe e nei fondaci, soprattutto nell’indaffaratissima zona di Rialto, tutta Venezia si colorava di diaspora, in un intrecciarsi di abiti e di voci yiddish, ladine (ebraico-spagnole), arabe, turche.

Ho sentito spesso ripetere, in questi mesi, che è sbagliato parlare di «celebrazioni» del quinto centenario dall’istituzione del ghetto, giacché non c’è nulla da celebrare in un evento di natura discriminatoria. È vero, naturalmente, ma è anche vero che l’intraprendenza e la millenaria capacità ebraica di trasformare le sconfitte in elemento di aggregazione hanno saputo fare del ghetto uno stimolo a crescere, resistere, contro-proporre. E una simile resistenza, l’arte di fare necessità virtù – e che virtù – non merita forse di essere celebrata?

 

 

Ferdinando Scianna, Le arcate dentro le quali è ospitato il Banco Rosso © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

 

Il libro e la mostra a Palazzo Ducale danno conto di tutto quanto fu prodotto dagli ebrei veneziani. I torchi delle tipografie ebraiche, che lavoravano a ritmo incessante, le prediche dei rabbi nelle sinagoghe, a cui accorrevano anche diplomatici e intellettuali cristiani, la musica, che qui ebbe cultori informati e creativi, la filosofia e il pensiero economico-politico, è materia per riempire non un catalogo ma un’enciclopedia intera. E se è lecito sfruttare la ricorrenza per proporre un sogno da realizzare, sarebbe bello che si lanciasse, dopo gli eventi di questo 2016, una vera «Enciclopedia del ghetto di Venezia». Di materia ce n’è a dismisura, e anche le competenze, come il catalogo prova, sono pronte a concretizzarsi.

 

 

Ferdinando Scianna, Cena di Shabbat nella sede del gruppo Chabad-Lubavitch © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

 

Dal ghetto esce per secoli un fiume di parole, lettere, libri, suoni, che si riversa nel resto di Venezia e da qui in Europa e nel mondo. Sono gli ebrei del ghetto, con la loro imprenditorialità, a rallentare il declino della città, nel Sei e Settecento. Venezia lo sa, ed è per questo che, nonostante coloro che vorrebbero l’espulsione, continua a rinnovare il diritto ebraico di residenza.

 

 

Ferdinando Scianna, Meditazione notturna in Ghetto Nuovo © Ferdinando Scianna : Magnum Photos

 

La storia giudaica non è mai intessuta di un filo solo. È intrecciata di discriminazioni e di sospetti, di attacchi e di umiliazioni. E poi c’è l’altro filo, quello che non si taglia, il filo del «nonostante». Agire, pensare, scrivere, dire, controbattere, nonostante le difficoltà, le espulsioni, le violenze. In fondo, anche in questo, il destino di Venezia e quello dell’ebraismo hanno qualcosa in comune. Quale altra città può vantare una simile vocazione al «nonostante»? A dispetto di maree, logorio d’acque e di millenni, e ultimamente malgrado quell’altra marea inarrestabile del turismo, Venezia esiste e resiste, bellissima. Nonostante il ghetto / grazie al ghetto, l’ebraismo e Venezia hanno, assieme, molto da insegnarci. (Il Sole 24 Ore Domenica, 31 luglio 2016)

 

 

Ferdinando Scianna, Pietre d'inciampo

 

Ferdinando Scianna, Tre pietre d’inciampo. Così vengono chiamate delle mattonelle in ottone che si incontrano davanti all’ultima residenza nota dei deportati. Nella pavimentazione del Ghetto sono incise memorie dei terribili destini delle persone che rastrellate dai nazisti nella Seconda guerra mondiale conclusero la loro tragica vita nei forni del campo di sterminio di Auschwitz. © Ferdinando Scianna / Magnum Photos

 

Le foto del maestro Ferdinando Scianna inserite in questo articolo sono un piccolo campione di una cinquantina di immagini esposte a Venezia dal 26 agosto all’8 gennaio 2017 nella Casa dei Tre Oci. La mostra si intitola Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo. Il filo conduttore è infatti il ghetto ebraico a cinque secoli dalla sua istituzione. Si tratta di un reportage in stile street photography sulla quotidianità di uno degli angoli più suggestivi e carichi di storia della città: ritratti, architetture, interni di case e luoghi di preghiera, atmosfere. Info: www.treoci.org

 

La mostra Venezia gli Ebrei e l’Europa 1516-2016, nell’Appartamento del Doge di Palazzo Ducale, inaugurata il 19 giugno, resterà aperta fino al 13 novembre. Per saperne di più, clicca qui

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