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Destabilizzazione della Libia, quarto ed ultimo atto di Federico Dezzani

Posted on 11 aprile 2016

Com’era facilmente prevedibile, l’accordo del 17 dicembre per la nascita di un governo d’unità nazionale in Libia è rimasto sulla carta. Di fronte a quest’impasse, angloamericani e francesi premono per un’operazione unilaterale, dall’inequivocabile sapore neocoloniale: il pretesto, come sempre, è la lotta all’ISIS, inoculato in Libia dalla stessa NATO. I raid aerei ed un’eventuale azione terrestre sarebbero l’ultimo atto del processo di balcanizzazione del Paese, da estendersi in prospettiva a tutto il Nord Africa. Per l’Italia, l’invio di un contingente e la spartizione del Paese in “zone d’influenza” equivarrebbe al suicidio politico, tanto più che implicherebbe un cambio di alleanze, abbandonando i nazionalisti laici di Tobruk per abbracciare i Fratelli Mussulmani di Tripoli. Da monitorare è invece l’esercito nazionale di Khalifa Haftar, il cui recente dinamismo è la probabile causa dell’accelerazione di Washington e Londra sul dossier libico.

Un quinquennale lavoro di destabilizzazione

Il primo documento ufficiale che contempla la volontà di ridisegnare i confini mediorientali è l’ormai celebre “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm”, edito nel 1996 e frutto di un gruppo di studio guidato dall’intellettuale neocon, Richard Perle, e dall’immarcescibile premier israeliano, Benjamin Netanyahu. Il rapporto prevede un intervento militare americano in Iraq, finalizzato a rovesciare Saddam Hussein; la stretta collaborazione di Israele con Turchia e Giordania, di cui sono solleticati gli appetiti territoriali; la restaurazione della corona hashemita a Baghdad o la fagocitazione tout court dell’Iraq “liberato” nella Giordania; lo smembramento della Siria, costruendo sul confine con l’Iraq (dove sorge l’attuale santuario dell’ISIS) un’entità che racchiuda le tribù sunnite ostili a Damasco.

Nel 2002, quando l’Afghanistan è già stato invaso e l’amministrazione di George W. Bush scalpita per invadere l’Iraq, l’editore americano Stratfor, specializzato in analisi geopolitiche, rivela i progetti che il vice-presidente Dick Cheney ha in serbo per il Paese: una porzione indipendente, una parte annessa alla Giordania, ed il nocciolo duro, quello a maggioranza sciita, unito al Kuwait (!)1.

Non si può stabilire con certezza il perché Dick Cheney abbia desistito dai suoi propositi, ma è facile immaginare che smembrare a tavolino un Paese occupato manu militari, era troppo anche per i falchi della destra americana e del Likud. Nel 2009, a testimonianza della sostanziale continuità in politica estera tra le amministrazioni repubblicane e democratiche, si provvede però ad attuare lo smembramento dell’Iraq per vie traverse. Barack Obama si è appena insediato alla Casa Bianca, che nelle carceri iracheni (a Camp Bucca in particolare) già si incuba il futuro Stato Islamico, coltivandolo scientemente su un humus di estremisti sunniti, sbandati ed ex-membri del deposto regime baathista (di cui l’elemento più noto sarà il “re di fiori” Izzat Ibrahim al-Douri, braccio destro di Saddam Hussein e futuro alto comandante dell’ISIS).

Siamo ora all’inizio del 2011 ed il progetto di stravolgere gli assetti regionali fa un altro passo in avanti: come la caduta di Saddam Hussein era la conditio sine qua non per lo smembramento dell’Iraq, così la destabilizzazione dei regimi mediorientali che, nel bene e nel male, garantivano benessere e sicurezza, è il primo passo per la balcanizzazione della regione. È la volta della cosiddetta “Primavera Araba”, gestita dalla rete Otpor!/CANVAS e dai servizi atlantici: si noti che l’obbiettivo ultimo degli angloamericani non è la democratizzazione della regione (i più influenti e riveriti esperti del mondo arabo, come lo storico angloamericano Bernard Lewis, reputano gli arabi inadatti alle istituzioni democratiche), bensì alimentare scientemente il caos, minando le autorità centrali, affinché le forze centrifughe prendano il sopravvento.

Nel settembre 2013 appare sul New York Yimes l’articolo “Imagining a Remapped Middle East2, firmato da Robin Wright, ricercatrice presso pensatoi liberal di primo piano come il Brookings Institution ed il Carnegie Endowment for International Peace: il mondo arabo è in ebollizione, i settarismi stanno esplodendo, le rivalità etniche si esacerbano, i vecchi confini coloniali collassano. È il momento di pensare ad un nuovo Medio Oriente, dove la Siria, l’Iraq, la Libia e l’Arabia Saudita non esisteranno più come le abbiamo conosciute: al loro posto, sorgeranno una serie di nuove entità etnicamente e religiosamente “pure” (da ottenere, ça va sans rien dire, anche con le relative pulizie etniche e religiose).

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Qual è la ratio di questo Nuovo Medio Oriente? Tre sono i principali obbiettivi che animano l’establishment atlantico:

  1. privare Israele di qualsiasi minaccia strategica, in ossequio ai principi del “Clean Break” già individuati nel lontano 1996;
  2. facilitare lo sfruttamento neocoloniale della regione, privandolo di salde autorità centrali che contrattino con l’Occidente la vendita del greggio e possano esprimente una politica estera indipendente;
  3. impedire che altre potenze (Cina, Russia, Italia) colmino il vuoto lasciato dai declinanti angloamericani in una zona strategica per gli assetti geopolitici e ricca di risorse, facendo “terra bruciata” ed addossando agli altri attori i costi di ristabilire l’ordine.

A distanza di pochi mesi dal suddetto articolo del New York Times, appare quasi dal nulla il celebre Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) che, contando sulla compiacenza dell’esercito iracheno formato dagli americani (vedi la mancata difesa di Mosul), si lancia nella tarda primavera del 2014 in un’arrestabile cavalcata, dalle roccaforti lungo l’Eufrate,  Raqqa e Deir Ezzor, sino alle porte di Baghdad. Come dimostreranno le autorità militari russe raccogliendo inconfutabili prove, le attività dell’ISIS, forte di 20-30.000 uomini stipendiati, sono alimentate dal contrabbando di greggio con la Turchia che, sempre come previsto dal rapporto “Clean Break”, è abilmente sfruttata da israeliani ed angloamericani per la propria agenda, giocando sulle velleità neo-ottomane di Ankara.

Nell’ottobre 2014 è l’ora dell’operazione Operation Inherent Resolve, guidata dagli USA ed allargata alle autocrazie sunnite, formalmente studiata per la “guerra all’ISIS”: è importante sottolineare come, al contrario, i raid aerei angloamericani non debellino affatto il Califfato, bensì ne facilitino l’avanzata e le conquiste territoriali (così da creare l’agognato Stato sunnita a cavallo di Siria ed Iraq).

Quando nella tarda estate del 2015 l’Esercito Arabo Siriano, sfibrato da quattro anni di guerra, dà segnali di cedimento strutturali (secondo la gaudente stampa anglosassone l’ISIS è ad un passo dalla conquista di Damasco3), Mosca opta per l’intervento militare: nel volgere di pochi settimane la situazione militare si ribalta a favore delle truppe governative; ai primi di dicembre la città di Homs è liberata dai terroristi; l’esercito riguadagna i confini con la Giordania e la Turchia da cui sono introdotti i miliziani del Califfato; ampie zone di Aleppo sono riconquistate ed anche le roccaforti dell’ISIS di Raqqa e Deir Ezzor vacillano. Lo Stato Islamico è un vicolo cieco, anche perché, sul versante iracheno, l’ultimo bastione sul fiume Eufrate, la città di Ramadi, capitola a fine dicembre. La frustrazione e l’impotenza di fronte all’attivismo russo, è testimoniata dai propositi di Ankara e Riad, finora rimasti sulla carta, di intervenire in Siria con un’operazione terrestre, non contro, ma piuttosto a sostegno del terrorismo islamico (di matrice sunnita) che rischia di essere definitivamente eradicato da Damasco e Mosca.

A Washington, come a Londra, Tel Aviv e Parigi, ci si domanda: che fare?

Bé, se i russi hanno gravemente compromesso i piani di balcanizzazione della Siria (vedi gli auspici in extremis del ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, che Paese sia diviso lungo faglie religiose4), bisogna premere l’acceleratore sull’altro dossier aperto, quello libico. La continuità tra le dinamiche in atto in Siria e Libia, è materialmente testimoniata dal flusso di guerriglieri trasferiti via nave dalle coste turche a quelle libiche, con la compiacenza della NATO che ha sempre respinto qualsiasi ipotesi di blocco navale: il via e vai di miliziani ed armi tra Turchia e Libia, non è peraltro una novità, considerato che già l’ambasciatore (agente CIA?) Christopher Stevens, rimasto ucciso nel settembre 2012 nell’assalto al consolato di Bengasi, era coinvolto in questi traffici5.

Veniamo così alla Libia ed al suo processo di destabilizzazione, articolato in quarto atti, l’ultimo dei quali in svolgimento.

Atto Primo: la sedizione islamista di Bengasi nel febbraio 2011, alimentata dai servizi occidentali e quelli inglesi in particolare, in contatto con gli ambienti estremistici sin dal tentato assassinio di Muammur Gheddafi nel 19966, per mano del Libyan Islamic Fighting Group. Seguono i raid aerei francesi e l’avvio dell’operazione Odyssey Dawn per annichilire le difese libiche: lo zenit coincide con l’uccisione del Colonnello nell’ottobre 2011, quasi certamente ad opera di un agente francese mischiato alla folla di ribelli che lo hanno fatto prigioniero: con la morte di Gheddafi7, il presidente Nicolas Sarkozy mette a tacere per sempre l’uomo che ha generosamente finanziato la sua campagna presidenziale del 2007. Al termine del primo atto, gli ambienti atlantici si ritirano in buon ordine, lasciando che le forze centrifughe in seno al Paese esplodano in tutta la loro virulenza, erodendo un po’ alla volta lo Stato.

Atto secondo: nell’agosto del 2014 si installa nella tradizionalmente“laica” Tripoli una giunta islamista sostenuta da Qatar e Turchia, costringendo il legittimo governo laico a riparare a Tobruk. La nuova formazione islamista, “Alba della Libia”, è una variante locale della Fratellanza Mussulmana, che gode da sempre delle simpatie di Londra e Washington: il governo esiliato nell’ovest del Paese riceve, non a caso, il sostegno dell’Egitto di Al-Sisi, impegnato a sua volta nella lotta senza quartiere alla Fratellanza, mentre l’ambasciatrice statunitense Deborah K. Jones sostiene il putsch islamista. Per reazione l’esecutivo di Tobruk, dominato delle figure del premier Abdullah al Thani e del capo delle forze armate, Khalifa Haftar, stringe i rapporti con Mosca, resuscitando i vecchi rapporti diplomatici risalenti all’epoca di Gheddafi. L‘Italia converge rapidamente verso il governo di Tobruk, sostenuto dall’Egitto, sicura, ora come sempre, che siano le forze nazionaliste-laiche le migliori garanti dei suoi interessi, e non la Fratellanza Mussulmana, storicamente sostenuta dagli angloamericani.

Atto terzo: l’improvvisa comparsa dell’ISIS tra il gennaio ed il febbraio 2015. Il Califfato segue, in Libia come altrove, un preciso e scientifico piano di destabilizzazione, concentrando gli attacchi sugli strategici siti petroliferi, unica fonte di introiti per le casse dello Stato; in contemporanea, pubblicizzato dal solito SITE Intelligence Group dell’israeliana Rita Katz, si consuma la strage dei copti per mano dei miliziani islamisti, una chiara operazione di guerra psicologica (peraltro piena di falle, perché i filmati in questione risulteranno essere pessimi fotomontaggi8) volta a concentrare l’attenzione mediatica sulla Libia e preparare l’intervento militare occidentale. Il 14 febbraio l’ambasciata italiana di Tripoli, tra le ultime attive, chiude ed i connazionali nel Paese sono evacuati su un mercantile. Per la prima volta si concretizza l’ipotesi di un intervento militare italiano ed il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, si dice pronta all’invio di 5.000 soldati per fronteggiare l’avanzata del Califfato9. La totale assenza di un obbiettivi militari chiari e definiti, oltre che l’opera di dissuasione del Cairo, raffreddano gli ardori bellicistici. L’anno si conclude con la firma dell’accordo per la nascita di un governo d’unità nazionale, presieduto dal premier Faiez Al-Serraj, incaricato, appena insediato, di dare luce verde ad un intervento militare internazionale. L’esperimento, come facilmente prevedibile, naufraga nel nulla.

Atto quarto: torna prepotentemente in campo l’ISIS, prendendo nuovamente di mira gli impianti petroliferi, così da infliggere il colpo di grazia alla sempre più debilitata economica libica. Nel frattempo toccano il livello parossistico gli sforzi mediatici e diplomatici per spingere l’Italia all’intervento militare in Libia, rispolverando i 5.000 soldati dell’anno precedente. Perché gli ambienti atlantici premono ora per l’intervento? E cosa hanno in mente?

Un intervento da evitare ad ogni costo

L’inchiostro dell’accordo per la nascita di un governo d’unità nazionale è ancora fresco che già appare sul The Guardian l’articolo “Britain hopes to send hundreds of troops to Libya after peace deal”: il ministro della Difesa inglese, Michael Fallon, attende con ansia che il premier in pectore chieda il dispiegamento in Libia di 1.000 soldati britannici. Passano due settimane e, ai primi di gennaio, l’agognato intervento militare prende forma: la stampa inglese riporta che la forza di spedizione ammonterebbe a 6.000 militari occidentali10, di cui gli italiani dovrebbero fornirne i famosi 5.000 riportati ciclicamente dalla stampa.

Come già accaduto nel 2015, quando si è provato a forzare le resistenze all’intervento militare, si scatena nuovamente l’ISIS che, con la solita sagacia ed astuzia strategica, si concentra sui campi petroliferi: i terminal di Sidra e Ras Lanuf sono oggetto nel mese di gennaio di pesanti attacchi che lasciano sul terreno diversi morti e producono gravi danni ambientali11. Il compiacente Financial Times può quindi scrivere, il 24 gennaio, “War and strife have cost Libya $68bn in lost oil revenues12, evidenziando come l’industria estrattiva è ormai vicina al collasso e con lei anche le finanze pubbliche, che dipendono per la totalità dai flussi di denaro legati al greggio: la Libia ha chiuso il 2015 con un deficit pari al 54% del PIL, uno dei più alti a mondo, e le previsioni di crescita economica la danno per il 2016 fanalino di coda a livello globale, peggio persino della martoriata Siria. Attraverso il Califfato, gli angloamericani preparano, in sostanza, il terreno all’azione militare.

Il 19 febbraio la strategia per spingere l’Italia all’intervento militare fa un passo in avanti, attraverso il raid aereo americano che, alla periferia di Sabrata, elimina (impossibile stabilire l’origine e l’affidabilità della fonte) tale Noureddine Chouchane, nientemeno che “la presunta mente delle stragi in Tunisia, al museo Bardo e sulla spiaggia di Sousse13: si pone l’accento sul fatto che gli F15 statunitensi, a causa dei neghittosi italiani, hanno dovuto decollare da basi inglesi14. Non potrebbe essere Roma più accondiscendente quando si tratta di bombardare l’ISIS, concedendo l’uso degli aeroporti militari siciliani?

Il 22 febbraio è la volta dell’americano Wall Street Journal che, con l’articolo “Italy Quietly Agrees to Armed U.S. Drone Missions Over Libya15, mette due volte in imbarazzo l’esecutivo italiano: la prima, rivelando come Washington prema da oltre un anno per convincere Roma ad impegnarsi maggiormente nella lotta ai “gruppi estremistici” senza alcun riscontro, e la seconda, dimostrando che la decisione di consentire il decollo di droni armati dalle basi italiane è stata tenuta oscura al Parlamento ed all’opinione pubblica. La questione dirimente è l’aeroporto militare di Sigonella:

“U.S. officials are still attempting to persuade the Italian government to allow the drones, based at Naval Air Station Sigonella on the island of Sicily, to be used for offensive operations like one the U.S. conducted Friday against a training camp near Sabratha, Libya, targeting a senior Islamic State operative from Tunisia.”

Il 24 febbraio è una giornata decisiva per le sorti dell’intervento militare.

Su il Messaggero compare l’articolo “Libia, pronto il piano B dell’Italia l’ipotesi di ridisegnare i confini16 che, per la prima volta, porta all’attenzione dell’opinione pubblica italiana il piano di balcanizzazione della Libia sopra analizzato: il Paese sarebbe spartito in tre regioni (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) attribuite con una sorta di “mandato” del XIX secolo a Italia, Regno Unito e Francia. Per l’Italia, che ha tutto l’interessa ad esercitare un’influenza economica sulla Libia pacificata e unita, sarebbe uno stravolgimento della strategia. Non solo: significherebbe anche abbandonare l’asse nazionalista Tobruk-Cairo, finora sostenuto da Roma, per abbracciare gli islamisti della Fratellanza cari agli angloamericani! Ecco ciò che scrive su Repubblica Gianluca De Feo, sempre il 24 gennaio:

“Ma nessuno si illude: una manciata di bombardamenti e colpi di mano isolati non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno”. Ed ecco materializzarsi il “piano B”: l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. (…) E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati.”

Per l’Italia la strategia prospetta dagli angloamericani è tragico-comica: si voltano le spalle agli alleati (l’Egitto di Al-Sisi ed il generale Khalifa Haftar), si stringe un patto con l’infida Fratellanza Mussulmana e la formazione islamista Alba della Libia e, dulcis in fundo, si sbarca in Tripolitania coll’obbiettivo di combattere lo stesso ISIS sostenuto dalla NATO, con il reale rischio di scatenare una jihad contro le truppe italiane e gettare alle ortiche 70 anni di politica filo-araba. È l’equivalente, insomma, di un vero harakiri politico-strategico-militare, caldeggiato dalla solita stampa irregimentata e dagli arteriosceloritici vertici militari, simbiotici alla NATO.

Il 3 marzo, infine, è il più alto rappresentante degli USA in Italia, l’ambasciatore John Phillips, a gettare tutto il peso a favore dell’intervento militare in Libia, attraverso un lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera: Roma ha interessi particolari nell’ex-colonia, motivo per cui deve inviare a Tripoli i 5.000 uomini ipotizzati dal ministro Robera Pinotti, mentre Washington limiterà il sostegno ai servizi d’informazione17. Un osservatore un poco malizioso potrebbe pensare che l’ambasciatore Phillips stia immaginando una guerra a vantaggio dei piani americani di spartizione della Libia ed a spese, in termini umani, politici e finanziari, dell’Italia. Pochi giorni prima anche il Segretario americano della Difesa, Ash Carter, aveva dato il proprio peloso sostegno ad una missione a guida italiana in Libia, “da appoggiare con forza18.

Nei palazzi romani l’odore acre della trappola è subito fiutato: ai primi di marzo sia Romano Prodi che Silvio Berlusconi (quest’ultimo compiendo un inversione ad U rispetto all’anno precedente) escludono l’ipotesi di un intervento militare, sottolineandone gli elevati costi politici e l’ulteriore effetto destabilizzante. Il tutto per soddisfare gli appetiti neocoloniali che si nascondono dietro la tripartizione del Paese19.

La decisione dell’intervento spetta, però, al premier Matteo Renzi, reduce da un periodo di lotte intestine, neppure troppo sottotraccia, con l’ex-premier Mario Monti, l’ambasciata americana (vedi il caso Wikileaks) e l’ex-presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: è impossibile, a questo punto della narrazione, negare un nesso tra le congiure di palazzo in atto ed il dossier libico. Il presidente del Consiglio ha anch’egli fiutato i rischi, nemmeno reconditi, che comporta la missione militare in Libia e, conscio che sarebbe il primo a pagare il conto di una mossa avventata, ha tirato il freno: prima disinnescando un’operazione quasi imminente (“con 5.000 uomini a fare l’invasione della Libia l’Italia con me presidente non ci va”) e poi scaricando sul Parlamento l’onore di qualsiasi eventuale futura decisione (“Lavoriamo per rispondere ad eventuali richieste di sicurezza del governo libico, niente di più niente di meno, nel rispetto della Costituzione e solo dopo il via libera del Parlamento” dice pochi giorni il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni).

Sorge quindi l’interrogativo: resisterà Matteo Renzi alle pressioni americane (il New York Times parla di una imminente “ondata di raid aerei” contro l’ISIS) o finirà per cedere? Oppure si risolverà alla radice il problema con una crisi di governo e la sua destituzione?

I tempi dell’agenda angloamericana e, di riflesso, di quella italiana, sono anche influenzati da quanto avviene sul campo: in Libia, infatti, il generale Khalifa Haftar, sostenuto dal presidente Abd Al-Sisi e duramente osteggiato, come il suo mentore egiziano, da Washington e Londra, è sempre più vicino alla totale riconquista di Bengasi e, secondo le indiscrezioni riportate dalla versione araba dell’Huffington Post, progetterebbe la lunga marcia sino a Tripoli, forte sull’appoggio degli ex-gheddaffiani e di tribù strategiche come i Warfalla ed i berberi di Zintan20.

Non è azzardato immaginare che i mandanti dell’omicidio di Giulio Regeni si proponessero, tra i loro obbiettivi, anche quello di sabotare la collaborazione tra Roma ed il Cairo sul dossier libico, concretizzando così lo scenario di una Cirenaicasotto mandato inglese”: non solo gli interessi italiani sarebbero duramente danneggiati da questa soluzione, ma per l’Egitto significherebbe l’apertura, dopo il Sinai, di un secondo fronte della guerra al terrorismo islamico ed alla Fratellanza Mussulmana.

 

1Il potere occulto di George Bush, Eric Laurent, Saggi Mondadori, 2003, pag. 112

2http://www.nytimes.com/2013/09/29/opinion/sunday/imagining-a-remapped-middle-east.html?pagewanted=all&_r=0

3http://www.bbc.com/news/world-middle-east-34118024

4http://www.aljazeera.com/news/2016/02/israeli-minister-suggests-sectarian-partition-syria-160214151440114.html

5http://www.foxnews.com/politics/2012/10/25/was-syrian-weapons-shipment-factor-in-ambassadors-benghazi-visit.html

6http://www.theguardian.com/world/2011/oct/24/mi6-libya-rebels-rendition-al-qaida

7http://www.france24.com/en/20121001-reports-gaddafi-killed-french-agent-patent-nonsense-france-libya-jibril-el-obeidi

8http://www.ilgiornale.it/news/mondo/esperti-usa-falso-video-dellisis-sulluccisione-dei-21-copti-1097477.html

9http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/15/libia-primi-italiani-rimpatriati-pinotti-pronti-missione-militare-significativa/1426809/

10http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-inizia-guerra-allisis-litalia-guider-6mila-forze-speci-1209887.html

11http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/21/news/libia_is_attentato_stabilimento_petrolifero-131730322/

12

13http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/19/news/libia_raid_usa_contro_covo_dell_is_decine_di_morti-133763300/

14http://www.theguardian.com/us-news/2016/feb/22/italy-us-military-drones-isis-libya-sicily-base

15http://www.wsj.com/articles/italy-quietly-agrees-to-armed-u-s-drone-missions-over-libya-1456163730

16http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/libia_italia_piano_b-1570698.html

17http://www.corriere.it/esteri/16_marzo_04/a-voi-guida-libia-intervista-ambasciatore-americano-phillips-6ecafa6a-e184-11e5-86bb-b40835b4a5ca.shtml

18http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/29/news/libia_usa_appoggeremo_con_forza_ruolo_guida_dell_italia_in_intervento_militare_-134513426/

19http://www.askanews.it/esteri/prodi-chiunque-va-in-libia-diventa-nemico-di-tutto-il-popolo_711752498.htm

20http://www.libyaobserver.ly/news/weapons-container-seized-tunisia-was-heading-rogue-haftar%E2%80%99s-forces-assault-tripoli

http://federicodezzani.altervista.org/destabilizzazione-della-libia-quarto-ed-ultimo-atto/

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